
Sto vedendo nelle foto quanta polizia c’era.
E io ho aggiunto una foto del vulcano, di Stromboli, fotografato quel pomeriggio scendendo da Serra d’Aiello verso il Tirreno. Scorgendo il vulcano sul mare mi si è materializzato l’Istituto Papa Giovanni XXIII e tutto quello che ci bolliva sotto. Che cosa c’era sotto? Tante omissioni. Tanti maltrattamenti. Il bene là dentro non è riuscito a prevalere sul male. E alla fine l’operazione disumana e misteriosamente inquietante di oggi.
I malati venivano picchiati all’interno dell’istituto, per farli stare buoni? I maltrattamenti erano che mangiavano poco, perché pare che prendessero molti euro al giorno ma in realtà ne spendevano 10 per mantenerli. E poi questi sedativi dati di continuo per tenerli buoni. Questo si dice, io non ne sono certa.
Si dice, però io proporrei di ragionare e di indagare sul Papa Giovanni tenendo presente diversi periodi relativi alle diverse gestioni. Facendo quello che stanno facendo i mass media in questo frangente, si fa di tutt’un’erba un fascio. Ad esempio, in questo periodo che frequentavamo l’Istituto, senza preavviso di mattino, ore pasti o pomeriggio, noi abbiamo sempre trovato tutto in ordine.
Sto guardando altre foto dello sgombero...
Una volta entrati abbiamo visto i nostri e anche altri ricoverati. Li prendevano come si prendono le scope, i cavalli, come si prendono le pecore. Non c’era nessun medico, assistente, infermiere, educatore dell’Istituto. Tutti obbligati a uscire quel mattino presto, andati a prendere finanche sui tetti... e là dentro sono entrate tutte facce forestiere per gli ammalati.
Il via vai era fatto solo di forze dell’ordine in assetto di sommossa con scudi, elmetti con visiera, randelli, e anche con tronchesine, piedi di porco e seghe elettriche. Con loro tantissimo personale sanitario con guanti e mascherine sul volto.
Perché utilizzavano queste seghe elettriche?
Li vedevi girare come girano i ladri, con questi attrezzi che tagliano i ferri. Era impressionante vederli con in mano leve, piedi di porco di un metro e mezzo per aprire le porte chiuse di stanze e bagni... e non si sono resi conto che una quindicina di ammalati s’è imboscata mimetizzandosi.
Qui vediamo l’operatore con la mascherina, con i guanti e con questo bagaglio. Cosa potevano portarsi via i ricoverati?
Potevano portar via un sacchetto o una sporta, una valigia o uno zaino. Ma i ricoverati là dentro possiedono più cose e, al di là del diritto di proprietà, le proprie cose, le cose rimaste, lasciate a forza, fan parte di loro stessi, non della proprietà ma della persona. È come quando ti rubano la collanina di una persona cara. Ogni fazzoletto, ogni calzino, le scarpe... tutte cose preziose quando fan parte di te. Ma erano obbligati a prendere le quattro cose che riempivano una sporta. Momenti strazianti sono stati sofferti da alcuni che, con quest’ultima “gestione”, erano stati resi più indipendenti, e perciò avevano stanze più personalizzate, vestiti comprati al negozio insieme agli amministratori di sostegno per pagarli... ecco, hanno dovuto lasciarli là. Non vi dico le urla, perché quelle cose, al di là del valore, erano “loro”, erano venuti a far parte della loro personalità... che veniva dilaniata. Le urla erano strazianti e avvolgenti. Non potevi non piangere. In quelle stanze ho pianto come un bambino. Incontrollato. Piangevo senza vergognarmi che quegli automi esecutori di medici e infermieri e polizia mi vedevano. Mi bastava che mi guardassero i matti. Impotente, pativo con chi pativa.

Avevate temuto una modalità così brusca e disumana?
Sì. Infatti, subito dopo la diffusione della notizia di sgombero, come amministratori di sostegno avevamo stilato una lettera aperta a tutti e specialmente a chi di dovere. La lettera è datata 9 marzo, otto giorni prima dell’esecuzione dello sgombero, e in essa chiedevamo all’Asp di Cosenza di eseguire lo spostamento degli ammalati con scienza e coscienza perché “le persone non sono pacchi”, non sono mobili da sgomberare. Le televisioni non hanno considerato le nostre previsioni e i nostri timori, purtroppo poi avveratisi, espressi in quella lettera. A Rai Tre regionale han titubato, qualcuno ha pure dubitato degli amministratori di sostegno. Dei giornali calabresi solo uno l’ha pubblicata. È stata letta ovunque grazie a internet, ma non è apparsa sui mass media locali per diventare utile al nostro appello di rispetto dei diritti umani dei ricoverati.
Qui siete all’interno. Con chi state discutendo?
Ecco, qui siamo con il direttore dell’Asp incaricato di eseguire l’ordinanza del giudice, che non usa il termine “sgombero” ma parla di “allontanamento immediato degli ospiti in degenza all’istituto”. Però i giornali hanno enfatizzato il termine sgombero, e tutti si aspettavano lo sgombero, e così lo hanno realizzato.
Nelle nostre lettere teniamo a precisare il linguaggio. Lo sgombero lo riferiamo a macerie o a mobili da sgomberare; noi parliamo piuttosto di “trasferimento” di persone. E il trasferimento di persone non si fa in due ore o in una giornata, ma si fa accompagnando le persone a poter capire il perché e il percome si sposteranno. Insomma questi operatori di sgomberi li hanno spostati senza nemmeno identificarli. Ma non si fa così nemmeno coi mobili! Qui io stavo chiedendo al responsabile dell’operazione, presente sul posto, di garantire il rispetto dei diritti umani delle persone che stavano portando via e di comunicarci al più presto dove le avrebbero lasciate... almeno quelle sotto nostra tutela. Il dottore Scalzo mi rassicurò che in serata, o al più tardi il mattino dopo, avremmo avuto l’elenco delle persone e dei luoghi di ricovero temporaneo. Ma a più riprese, per più giorni, telefonava dicendo che stava per completare l’identificazione. In definitiva, il fax che comunica l’elenco completo delle persone e dei luoghi transitori di ricovero mi è arrivato il 25 marzo, otto giorni dopo. Ma che cure avranno fatto a persone sconosciute? Che parole avranno detto loro? Chi è morto di crepacuore, chi si è fatto male chissà come, chi è stato ri-spostato altrove perché incompatibile alla struttura designata, chi è volato da una finestra saltando o spintonato, chi portato via dai parenti in seguito alle puntate di “Chi l’ha visto?”...
Non li avevano per nulla preparati questi ammalati a spostarsi? Non si poteva preparare l’ammalato con la propria cartella clinica? Perché hanno delle cure da fare. E come gliele stanno facendo in questi giorni?
Non lo so. A questo dovranno risponder loro. Certamente aleggiava l’incubo dello scontro con i lavoratori. Tutta questa polizia e tutta questa fretta una giustificazione prudenziale ce l’ha; però, accanto a questa vale di più la giustificazione che le persone che dovevano essere spostate sono persone. Perciò le ragioni di chi gestiva l’operazione sgombero potevano stare su un piatto della bilancia, ma sull’altro piatto della bilancia andavano messe le ragioni e i diritti delle persone che intendevano spostare. Anche loro hanno dei motivi sacrosanti. Invece gli dicevano: “Fate una valigia... e quello che ci va dentro, ci va dentro”. Con destinazione ignota.

Al malato stesso, dicevano “fate una valigia”?
Ma che ne sapevano questi emeriti sconosciuti dei vestiti o delle cose dei singoli ricoverati? Ma che ne sapevano di chi fossero le valigie nelle camere? Non pochi li han portati via mezzi nudi, adagiati in un telone o con una coperta sulle spalle e una busta di plastica in mano. Si reputavano i loro liberatori... Ma parecchi ammalati volevano prendersi le cose loro. Specialmente le donne... sanno meglio cosa mettere in valigia. Insomma, c’era chi sapeva cosa prendere, mentre altri non capiscono a causa della disabilità intellettiva, e per questi hanno raccolto loro qualcosa a casaccio, o nulla.
Questa foto mostra i guanti utilizzati dal personale sanitario che entrava e toccava qualcosa e qualcuno, e poi buttava lì. Secondo me era meglio che evitassero di mettersi la mascherina, infatti più tardi durante la giornata qualcuno se l’è anche abbassata mostrando la faccia. Non era una zona da disinfestare. Capisco i guanti, ma non capisco la mascherina.
Comunque violenze corporali non ne ho viste. La violenza si manifestava su altre dimensioni. Come si fa, a uno che non conosci, dirgli o pretendere di spiegargli che lo porti via?
Su quest’ambulanza c’è scritto “Misericordia”. E su quest’altra leggi “Legacoop”. È misericordia questa? È cooperazione questa? Quando un Ente Pubblico decide certi sgomberi, tu del terzo settore non devi collaborare. Quando fa operazioni così, non puoi collaborare alla violenza. Come quando ti propone di imprigionare gli immigrati, come coi Cpt ieri e i Cie oggi, il terzo settore dovrebbe rispondere: “A quelle leggi io non collaboro!”. Io non riesco a concepire che il terzo settore appoggi operazioni di violenza sui deboli. Se vogliamo collaborare con l’apparato statale, collaboriamo al rinforzo delle persone e delle cittadinanze deboli, cioè a costruire più uguaglianza.
Questi sono gli attrezzi di cui parlavamo prima. Con la motosega che l’ha colpita particolarmente. Qua invece stanno portando via un altro degente.
Sì, se lo portano come quando si va a catturare un latitante pericoloso della ’ndrangheta. Ma non è avvenuto così per tutti. Io ho visto anche la gente dell’Azienda sanitaria e le persone della polizia parlarci coi ricoverati. Qui il problema non sta nelle singole persone, sta nell’operazione che è stata un peccato strutturale, per cui la colpa maggiore va ricercata nei decisori politici o tecnici che siano.
Questa signora della foto abbiamo cercato noi stessi di tranquillizzarla, rassicurandola che al più presto saremmo andati a trovarla, e altre pietose bugie. Abbiamo mediato per non inasprire le sofferenze dei malati. La decina degli amministratori di sostegno che siamo entrati là dentro, intuendo il bluff di chi consapevolmente stava giocando un’operazione affatto indolore, abbiamo deciso di aiutare i nostri assistiti a sistemarsi per andare via, anche mentendo loro rassicurandoli con: “Guarda... questi ti aiutano”. Abbiamo scelto così. Fingendo li abbiamo calmati persuadendoli con: “Vai tranquillamente, che il dottore ci telefona stasera per dirci il nuovo indirizzo e veniamo a trovarti”.

Avevano dei soldi questi pazienti?
I nostri tutelati di sicuro. Ma anche altri. Infatti c’era anche una piccola retta personale da pagare all’Istituto, oltre alla quota che pagava il Pubblico. Essere ricoverati non vuol dire essere nullatenenti.
Da quanto tempo don Luberto non entra più in questo istituto?
Non lo so. Con la precedente “gestione Chiofalo” talvolta ci incontravamo lì a Serra d’Aiello. I cinque incaricati dalla Cec vi andavano frequentemente, e le persone con disabilità del nostro giro e alcune di quelle ricoverate all’Ipg potevano fare insieme vacanze, riunioni e collaborazioni. Quando successivamente è subentrata la “gestione Luberto” abbiamo ritenuto sbagliato che questa non desse continuità agli scambi con le reti territoriali degli operatori e il mondo autoorganizzato dell’handicap. Gli handicappati del nostro giro, poi, sono molto abituati a fare scambi alla pari per dire a chi sta chiuso in casa o negli istituti: “Guardate che voi avete la vita da riempire, da vivere, non al chiuso, ma all’aperto”; perciò, il giro di persone con disabilità che noi conosciamo sa non solo vivere cogli altri, ma sa anche spiegare loro: “Guarda che la tua vita è la tua, non è dell’assistente o del direttore dell’Istituto!”.
Qui vediamo un’altra paziente così com’è uscita.
Con l’ombrello. E qui dietro c’è una valigia, che è tutto ciò che si porterà dove andrà.
Tornando alla gestione, ci si chiede: in tutto questo tempo perché poi si è arrivati alla decisione del 17 marzo e quindi allo sgombero? Perché si è deciso di sgomberare la struttura?
Qualcosa è noto a tutti: perché l’ente aveva accumulato oltre 100 milioni di euro di debiti; perché risulta un mancato versamento di contributi previdenziali per altri 15 milioni; perché 13 milioni di ricavi sono occultati e il presidente don Luberto e un componente del Consiglio di amministrazione sono finiti in carcere e altri sono indagati; perché ci sono altre cosucce come 150 mila euro di arretrati per pagare il pane; e 3 milioni e mezzo di cessione credito alle banche, scambiati con soli 500 mila euro di corrispettivi in contanti subito, e così via.
E, accanto alle diverse illegalità e all’insostenibilità economica, era che lì dentro, nel quadrilatero dei soggetti che dicevo prima, era evidentemente saltato l’apporto istituzionale della Regione, o meglio dei politici. Saltando quelli, che garantivano coperture anche in situazione di non accreditamento della struttura e di collasso economico e finanziario della fondazione, l’Ente e gli operatori non potevano più reggersi in piedi. Figuriamoci i ricoverati!
Ma forse la verità non è solo questa. I giornali e le televisioni ultimamente hanno proprio svolto il loro classico compito di armi di distrazione di massa, parlando di Serra d’Aiello ma non esaustivamente dei problemi attuali e delle soluzioni che si stava cercando di costruire con le collaborazioni di più attori sociali e imprenditoriali. I mass media hanno rinvangato problemacci veri ma fuori tempo, come quelli degli scomparsi decenni fa, e rimarcato l’Ipg come lager quando non era più vero. Hanno generato confusione, e nella confusione generale sappiamo che c’è sempre qualcuno che ci vede benissimo. Quando diraderà il fumo vedremo cosa c’era sotto il vulcano.

Perché è saltato l’apporto della Regione?
L’apporto della Regione è saltato perché insostenibile. All’inizio della Giunta Loiero, l’assessore alla sanità Doris Lo Moro aveva promesso di risolvere il problema dell’Istituto e dei dipendenti, ma evidentemente erano promesse esagerate.
Però dobbiamo pur dire che lei non ha fatto in tempo, perché è andata via prima.
Certamente, se rimaneva come Assessore avrebbe potuto spingere la Regione a prendere quel pacchetto, ma comunque era un pacchetto che non stava in piedi, bisognava ritoccarlo, ridimensionarlo.
Io questo lo dico perché ho sentito l’assessore Lo Moro che ha sottolineato che lei ha seguito il passaggio fino a un certo punto, dopodiché ha lasciato l’Assessorato e la Giunta e la Regione ha fatto solo passi indietro, cioè ha abbandonato completamente il progetto, non se n’è più occupata.
Non discuterei del progetto, perché era un progetto molto futuribile, il pacchetto è un pacchetto dove i costi e i benefici non tornano. Oltretutto, non si possono ammucchiare tanti ricoverati; le stesse linee guida sulla psichiatria della Regione Calabria - belle, per cui bisogna dire grazie alla Lo Moro se ci sono -, vietano numeri altri sia al Papa Giovanni che altrove.
Queste leggi valgono anche per le strutture in cui hanno trasferito i degenti dell’Ipg dopo lo sgombero. Le leggi sulla psichiatria prevedono numeri bassi, con moduli da dieci e non da cento. Se le persone sono state trasferite in strutture con numeri più alti, scusiamo le situazioni di urgenza ma pretendiamo che il passaggio venga ben governato e che al più presto esse vengano ritrasferite in strutture corrispondenti alle loro esigenze e in piena regola. Insomma, non è peregrino il sospetto che qualche furbo potrebbe invocare oggi nuove leggi ad hoc, riesumando l’avallo di cliniche psichiatriche con numeri alti. Insomma, che farà la politica? Al posto dell’ingombrante Papa Giovanni di Serra d’Aiello creerà punti di clientela più modesta ma più diffusa?
Comunque, le leggi regionali esistevano da prima di fare quest’operazione. Perché non si è programmato lo spostamento, eseguendolo con criteri di legge e rispettando la dignità umana?
Che cosa succederà adesso, don Giacomo?
Bella domanda! Non lo so. Gli amministratori di sostegno, che stanno girando nelle varie strutture in visita ai propri tutelati, confermano che si sta ancora gestendo la transizione. È un periodo di ricognizione delle anamnesi e delle malattie, di ricostruzione delle cartelle cliniche e delle diagnosi. Spero che l’Asp di Cosenza tenga presente che non sono malati ma persone malate, e per questo consideri anche, di tutte e di ciascuna, le aspirazioni e i progetti di vita.
Ma potevano pensarci prima...
Certo. Potevano anche farsi aiutare a capire chi avrebbero preso, chi avrebbero messo sull’ambulanza, e dove portarlo. E poi con che criterio li hanno distribuiti in giro per tutta la provincia di Cosenza, sul Tirreno, sulla Sila e sullo Jonio? Il criterio di quanti ce ne andavano sul pullman, o quanti stavano sull’ambulanza, o il criterio di omogeneità di malattia, o altro ancora? Ci sono dei criteri umani e ci sono dei criteri disumani. Ecco, questa seconda cosa è accaduta. Ad ogni reparto terminato e sgomberato, un poliziotto diceva come una specie di parola d’ordine: “Andiamo, qui abbiamo bonificato”.
Portarli poi in diverse strutture in Calabria. Voi adesso sarete costretti ad arrivare per esempio fino a San Fili, la distanza è quella che è.
Stiamo facendo tantissimi giri. Stiamo andando a trovarli anche molto più lontano di San Fili. Spero che le strutture in cui li hanno collocati siano davvero transitorie, perché queste persone hanno diritto di andare più vicino possibile ai loro luoghi di provenienza, e obbligatoriamente all’interno di zone abitate... E poi, diciamolo chiaro, non tutti quelli che erano ricoverati all’Ipg erano da ricoverare. Parecchi non avrebbero dovuto stare lì dentro e nemmeno in altre strutture di ricovero, perché abbisognano di pochissime cose. Ora potrebbero tranquillamente andare in abitazioni civili, in case-famiglia, oppure in altri servizi leggeri e aperti. Dopo l’emergenza bisognerà riprogettare una destinazione congrua, definitiva e dignitosa.

Il momento che sta vivendo ora questo malato in questa foto, dal punto di vista proprio umano, dovrebbe toccare tutti noi, perché se questo è successo ha dato il segno di una grande inciviltà di fondo e dovrebbe farci sentire responsabili tutti.
Quel volto sofferente ci rimprovera da solo. E lì attorno c’era anche la disperazione di tanti ex assistenti...
Che oggi si ritrovano senza lavoro.
Che oggi si ritrovano sulla strada. E molti senza i titoli professionali adeguati, spendibili sul mercato del lavoro.
Il sindaco di Serra d’Aiello, l’avvocato Antonio Cuglietta, mi ha tratteggiato il quadro del comune post sgombero, raccontando di un paese come depresso, di un’amministrazione comunale sotto pressione, col dilemma se e sul come reagire a questo evento o addirittura dimettersi. Su 700 residenti, con la chiusura dell’Ipg 83 perdono il lavoro, aggiungendo oltre il 20% delle persone in età da lavoro ai disoccupati preesistenti di questo paesino dell’entroterra calabrese. E i 530 nuovi disoccupati abitanti dei paesi limitrofi, quale lavoro troveranno nella zona?
Ma adesso si vedono spiragli di futuro, o ci si deve rassegnare?
Non saprei. Ma so che rassegnarsi non è sempre una buona strada. Nemmeno lo sarebbe se pensassimo di reagire fissandoci sulla questione della chiusura dell’Istituto o limitandoci a denunciare le violenze dello sgombero. Io piuttosto credo che come prima cosa serva pensare in grande per riprogettare in grande. L’intera Calabria ha bisogno di invertire la strada dell’abbandono politico delle problematiche sociali, che si va riproducendo a più livelli istituzionali. È incomprensibile e immorale che la Regione non abbia ancora recepito le più importanti leggi dello Stato riguardanti i servizi sociali, e non solo per un migliore utilizzo dei fondi ma soprattutto per far rientrare nelle regole della legalità soldi, servizi e professioni sociali. Ma di che sinistra è quella Giunta regionale che affossa così il sociale?
Credo inoltre che occorra reagire all’abbandono sociale che si va diffondendo in una società tradizionalmente accogliente, come quella calabrese, ma impreparata ad affrontare situazioni pur vecchie ma in veste nuova, come ormai si presentano quelle della psichiatria o dei rom calabresizzati o dell’immigrazione, le quali stanno generando stigma e paura dell’altro e del diverso, in definitiva del più debole. Siamo sfidati a imparare nuove modalità di vita sociale andando oltre gli stili di convivenza cui eravamo abituati.
E occorre anche fronteggiare l’abbandono relazionale, affettivo, familiare che si va sempre più diffondendo. È mai possibile che a Serra d’Aiello vi fossero dei ricoverati che non ricevevano visite nemmeno dai parenti?
E come seconda cosa, la Comunità Progetto Sud ha dei suggerimenti in concreto?
In concreto c’è da costruire. All’Ipg la pars destruens è stata fatta anche fin troppo. È come fosse passato Attila. Ci sarà spazio per una pars construens? Questa è la scommessa che dovrebbe trovare spazio anzitutto nelle nostre teste. I danni della distruzione non riguardano solo la dignità dei ricoverati e la perdita del posto di lavoro dei dipendenti. Il danno più grande è rappresentato dalla rassegnazione che aleggia su Serra d’Aiello e sui comuni limitrofi; che preclude il futuro di famiglie; che depaupera ulteriormente l’economia di un’area calabrese già povera. Eppure, chiediamoci: possiamo ripartire da qui? Possiamo pensare a rovescio dei luoghi comuni e reinventarci capacità di futuro?
La Comunità Progetto Sud spesso ha sollevato critiche feroci alla ghettizzazione delle persone confinate nell’Istituto di Serra d’Aiello, mentre in alcune occasioni ha collaborato lealmente con chi ideava o chiedeva disegni di trasformazione. Da parte nostra abbiamo fatto di tutto affinché non avvenisse il simulato salvataggio dei ricoverati del 17 marzo. Perciò, anche in questi giorni seguenti alla chiusura dell’Istituto, ne abbiamo discusso con alcuni della nostra rete di associazioni e di servizi, e sono uscite delle fantasie che ritengo concretizzabili.
 |
Come prima fantasia, qualcuno ha suggerito di aprire come un cantiere, iniziando da un punto di partenza simbolico, ovvero da quella quindicina di persone con disabilità ex ricoverate all’Istituto Papa Giovanni XXIII di Serra d’Aiello, di cui nessuno parla, che si nascosero sfuggendo al loro destino di trasferimento. Attualmente esse sono ancora in paese, assistite dall’Amministrazione comunale e dalla popolazione. La proposta è di sostenerle a rimanere a Serra d’Aiello e a fare il passaggio da ricoverati a cittadini.
Come seconda fantasia, qualcun altro ha lanciato l’idea di coinvolgere e rimettere in campo tutti quei soggetti che erano in gioco riguardo sia all’Ipg che all’area territoriale circostante: i comuni del comprensorio di Serra d’Aiello, l’Azienda Provinciale di Cosenza, il gruppo organizzato degli ex dipendenti, i sindacati, la Diocesi di Cosenza-Bisignano, la Regione Calabria, e stavolta non dovrebbero mancare i rappresentanti delle persone con disabilità, tra cui anche gli amministratori di sostegno. Questa scommessa di ripensare il sociale e il lavoro su quel territorio immiserito, io la giocherei il tutto per tutto.
