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Incontrarsi
Da una decina
di anni la Comunità Progetto Sud organizza campi di vacanza e studio
autogestiti da handicappati e validi (che ora si preferisce chiamare "volontari"),
ed io ci sono ficcata dentro corpo e anima.
Il primo "campo" l'abbiamo
svolto nella nostra comunità, con grandi preoccupazioni di spazio,
racimolando ovunque posti per dormire, viaggiando verso il mare ogni giorno
con pulmini carichi di handicappati mezzi nudi, vestiti di slip e salvagente
a tracolla. Un forte entusiasmo ci spingeva e con quello superavamo le
difficoltà che si frapponevano.
Per le riunioni e per
i pasti ci portavamo sotto il pergolato davanti casa. I turni per i servizi
essenziali li facevamo tutti, handicappati e no, rispettando le possibilità
di ognuno. Io in questa occasione ho gestito la segreteria logistica.
Ricordo la difficoltà di accontentare tutti, di mettere insieme
le persone giuste in modo che anche i problemi di assistenza fossero garantiti,
di disporre i letti in modo tale che gli handicappati autosufficienti
non perdessero la loro autonomia di movimento. Le difficoltà maggiori
le incontrammo con gli handicappati che provenivano da casa più
che dagli altri. Essi non erano abituati alle logiche del "fare", anche
se avevano mani e braccia perfette non sapevano di poterle usare. Molti
erano stati abituati a suppore di essere più handicappati di quanto
lo fossero veramente.
Fin dall'inizio
abbiamo creduto all'importanza di ritrovarci insieme per un periodo
tra gruppi diversi in una esperienza non solo di vacanza. Certo era importante
anche la vacanza, considerando che gran parte dei partecipanti non aveva
altre possibilità per farsi una villeggiatura. Ma soprattutto ci
riunivamo per discutere i nostri problemi, per tirare fuori nostre proposte,
per darci strumenti utili. Ad essere coinvolti nella gestione del campo
non eravamo solo noi della comunità, ma c'erano altri gruppi,
volontari ed handicappati, poi c'era la comunità di Catona;
insomma una grossa rappresentanza delle associazioni di base esistenti
in Calabria.
Pensammo che le ore
di impegno e di studio del nostro campo estivo potevamo usarle per abbozzare
una proposta di legge a favore dei disabili, partendo dai bisogni e dalle
esperienze di ciascuno di noi, per poi lanciare la palla al Consiglio
Regionale. L'idea piacque moltissimo.
Tutte le mattine il
pulmino della comunità e le macchine andavano al mare. Cominciarono
a mostrarsi in giro volti e corpi bruciacchiati dal sole. Non posso dimenticarmi
Valentino, tutto rosso come un gambero, con due dita di pomata sopra la
pelle. Ripeteva continuamente che non sentiva le scottature, anzi, che
era contento perchè finalmente aveva avuto l'occasione per
andare al mare.
Dopo un lavoro faticoso
la nostra proposta di legge per il superamento dell'emarginazione
degli handicappati in Calabria è stata consegnata al Consiglio
Regionale che se ne è fatto carico, tramutandola in legge regionale.
Parallelamente abbiamo realizzato un manuale di informazione sull'handicap,
con articoli regionali e nazionali di leggi sull'handicap, fac-simili
per domandine, piccole pubblicazioni che spiegavano le procedure per soddisfare
il diritto ad alcuni benefici economici, lavorativi o socio-sanitari.
Il tutto era corredato di disegni che aiutavano la comprensione, un indirizzario,
ed infine pubblicavamo la "nostra" legge con il nostro commento, ciò
ha permesso che diventasse la legge più conosciuta dagli handicappati
calabresi. Io non mi sono persa una riunione.
Questo primo campo di
vacanza e studio mi ha fatto conoscere tanti handicappati calabresi, con
molti dei quali ho instaurato un buon rapporto di amicizia, di confronto
e di collaborazione nelle iniziative che poi sono seguite nel tempo. Di
campi simili ne sono seguiti altri, preparati meticolosamente uno per
uno. Anche gli incontri regionali della durata di una sola giornata vengono
preparati fin nei minimi particolari. Dopo il primo campo estivo fatto
a Lamezia, ne abbiamo svolto alcuni a Catona, godendoci la fascia di mare
dello stretto di Messina, comprese le sue correnti e le sue acque gelide.
La casa era finalmente ristrutturata ed era diventata adattta per questo
tipo di esperienze. I bagni ora sono ampi, c'é tanto spazio
davanti casa, e il mare é raggiungibile con la carrozzina.
Dai campi estivi è
stato sfornato parecchio materiale culturale e di sensibilizzazione. Le
tematiche affrontate hanno toccato argomenti come: la pace, la tenerezza,
la società accogliente, i servizi, e così via; ne sono uscite
anche delle pubblicazioni.
Con il passare del tempo
si è maturata l'idea di creare uno strumento informativo che
avesse continuità, e che fosse realizzato con la collaborazione
di tutti. L'idea si è concretizzata con la rivista "Alogon".
Alogon è un giornale autonomo, ha una sua redazione e anche io
ne faccio parte. Non pubblichiamo solo articoli sull'handicap, ma
anche tutto ciò che riguarda l'emarginazione e la pace. All'inizio
io non mi sentivo all'altezza di fare degli articoli per la rivista,
ma in un secondo tempo ho cominciato a scrivere, con difficoltà,
ma ho capito che era importante farlo. Quando scrivo qualcosa più
lungo di una pagina mi devo far correggere le frasi da qualcuno.
Ora "Alogon" è
anche un'associazione composta dalle comunità autogestite,
dai gruppi di volontariato con handicappati, da associazioni di genitori
di handicappati e da handicappati che vogliono impegnarsi per trasformare
qualcosa di fondamentale qui in Calabria. In comune vi é la scelta
di fare le cose tramite l'autogestione ed il protagonismo di tutti,
scommettendo sulla valorizzazione delle nostre differenze ed originalità
e soprattutto facendo spazio alla voce degli handicappati.
Gli ultimi quattro campi
estivi li abbiamo svolti a Locri, in una grande villa che abbiamo in comodato
insieme alle comunità di Capodarco.
Ben venga agosto, il
mese che dedichiamo alle ferie. Ognuno inventa per sè, anche se
la comunità rimane sempre aperta e organizziamo dei turni tra di
noi per garantire le assistenze a chi rimane e ne abbisogni. Il mio handicap
in questa situazione è un vantaggio, poichè io non faccio
mai il turno.
A me questo periodo
piace organizzarlo altrove. Ogni anno comincio a pensarci qualche mese
prima. Non è sempre facile, anche perchè da sola devo risolvermi
l'assistenza primaria che, a causa del mio handicap, mi è
indispensabile.
Per alcuni anni sono
riuscita ad organizzarmi con amici e tutto è stato facile, ma poi
mi sono trovata con serie di difficoltà. Volevo partire a tutti
i costi, ma non sapevo con chi e dove andare. Escludevo le vacanze tipo
quella di Sant'Irene perché mi terrorizzava andare a dipendere
da chi ti tratta da deficente. Finalmente seppi che una delle comunità
di Capodarco organizzava soggiorni in una località di mare.
A Lignano ho trascorso
vacanze tranquille e con pochi impegni. Quest'anno, per la prima
volta ho portato la carrozzina elettrica e grazie a "lei" ho potuto sperimentare
brividi nuovi. Ho ritrovato persone che conoscevo, non solo gli handicappati,
ma anche i volontari. Ho visto poco il mare perchè preferivo gironzolare
dacché potevo farlo autonomamente. Più volte mi sono avventurata
nel traffico, per raggiungere un supermercato e altri negozi, senza cercare
qualcosa di specifico, ma solo per curiosare, e per dirmi: "Nunzia ci
sei arrivata da sola!".
L'altra estate
soggiornai in Svizzera. Non potevo partire da sola perchè lì
non mi veniva garantita l'assistenza. Poi Valentina mi disse che
se mi faceva piacere sarebbe venuta lei. Non abbiamo perso un'occasione
per girare dappertutto, anche perchè il panorama che si prestava
ai nostri occhi era davvero favoloso, inoltre grandi difficoltà
per spostarci non esistevano poichè l'associazione che ci
ospitava era provvista di un pulmino con la pedana sali-scendi e in ogni
luogo trovavamo servizi e facilitazioni per gli handicappati.
E qui ho sperimentato
tante cose che credevo inesistenti. Quando sono salita sulla funivia confesso
che avevo un po' di paura, ma cercavo l'ebrezza dell'avventura.
E non so descrivere come mi sono sentita in quella specie di trenino che
sfrecciava all'interno della montagna con una velocità pazza,
era tutto buio e quando siamo scesi eravamo nel sotterraneo di un grande
albergo e ristorante. Con l'ascensore mi ritrovai dopo qualche giravolta
su una grande terrazza, avevo sotto e sopra di me cime ricoperte di neve
candida, era il 15 di agosto. Una emozione indescrivibile mi avvolse,
sembrava tutto irreale. La cosa che più mi colpì fu che
qualsiasi mezzo pubblico prendessi, qualsiasi luogo pubblico visitassi,
era senza barriere architettoniche e con servizi adeguati, e mi accorgevo
che ciò mi faceva sentire molto meno handicappata.
La carrozzina ortopedica
è un ausilio indispensabile per me e per gli altri che come me
non possono camminare con le proprie gambe. La carrozzina, le protesi
e gli ausili ortopedici fanno parte della nostra storia e del nostro vissuto
quotidiano. Sono come un'altra pelle.
Un giorno si affacciò
in comunità il proprietario di una ditta di protesi e di carrozzine
e ci fece la proposta di venire una volta alla settimana per vedere di
che cosa avremmo avuto bisogno, a patto che qualcuno di noi facesse da
punto di riferimento e seguisse le carte burocratiche. Senza rendermi
minimamente conto di cosa significava tutto questo dissi: "Faccio io da
punto di riferimento". Da qui è iniziata una lunga storia. Io cominciai
a seguire le pratiche per gli handicappati della comunità. In seguito
comincirono a rivolgersi a me anche altri handicappati del territorio
lametino e regionale che non sapevano come portare avanti le loro pratiche,
talvolta ignoravano addirittura cosa poter richiedere, o volevano comprendere
perchè la loro richiesta non era stata autorizzata, o perchè
si erano visti arrivare a casa una protesi inservibile. Pian piano capii
che era importante controllare le ditte che vendono le protesi affinchè
consegnino l'ausilio giusto e non il residuato di magazzino del quale
se ne vogliono disfare.
Sono passati ormai circa
dieci anni da quel giorno che quasi senza rendermene conto dissi: "Sì
sì, lo faccio io". Le richieste di informazioni mi raggiungono
a tutte le ore ed in tutti i luoghi della comunità: a casa, al
laboratorio, al centro studi.
Mi capitano spesso episodi
di questo tipo: io ricevo la telefonata e chi è dall'altra
parte del filo pensa che a rispondere sia una segretaria, senz'altro
una persona competente, ma non certo un'handicappata. Succede poi
che se do un appuntamento, quando vengono e mi presento sui loro volti
si leggono le espressioni più strane, sono impacciatissimi, il
più delle volte cambia anche il tono delle richieste di informazione,
e dicono che si erano sbagliati, grazie e arrivederci. Davanti a questi
casi io mi dico: "Nunzia devi proprio mettercela tutta", e allora con
grinta cerco di sfoggiare tutte le mie capacità persuasive e la
mia competenza, poi la discussione riacquista contenuto, e lì mi
dico: "Ce l'ho fatta". Poi mi ritelefonano.
Ho un rapporto simbiotico
con il busto che mi sorregge seduta. Ormai fa parte di me, e con esso
io conosco i miei lievi movimenti, ho scoperto le mie piccole ma importantissime
autonomie. Cambiare busto non implica solo il sopportare per qualche giorno
l'indolenzimento naturale dei muscoli, ma significa riscoprire le
nuove possibilità di movimento, significa vivere per un tempo più
o meno breve con la sensazione continuata di un qualcosa che ti impaccia,
e questo io faccio molta fatica ad accettarlo, ma poi come subentra l'abitudine
esso fa parte di me e diventa inseparabile, indispensabile.
Con
la carrozzina ho un altro rapporto. Essa rappresenta la mia effettiva
possibilità di muovermi. Credo che il paragone più naturale
che mi viene da fare è che in essa io proietto le potenzialità
inesistenti dalle mie gambe. Io ho due carrozzine, una piccola chiudibile
che mi occorre per andare in giro agilmente. Questa carrozzina è
stata definita super leggera per facilitare il trasporto, ma è
anche molto fragile e instabile. Confesso che quando parto con "lei" ho
sempre una folle paura che non mi riporti indietro. L'altra carrozzina
è elettrica, mi basta il movimento di un dito per farla camminare.
La mia relazione con essa? ma non so, forse ne sono innamorata. Toglietemi
i viveri ma non la carrozzina elettrica. Con lei scorazzo autonomamente
da mattina a sera e questa libertà di movimento mi permette di
fare un milione di cose. Per decreto dello Stato ciascuna carrozzina mi
dovrebbe durare sei anni, ma a me dopo un anno di chilometri sotto sforzo
spinto generalmente vanno in tilt. Le carrozzine non sono state concepite
per gli handicappati attivi ma per quelli addormentati come li vuole l'immaginario
collettivo e lo Stato pidocchioso, che non ti dà nemmeno gli strumenti
per poter uscire di casa a passeggiare. Ogni volta che la carrozzina elettrica
si rompe mi fermo completamente, vivo un dramma interiore, non sono più
obiettiva, non ascolto ragioni da nessuno, sballo: sono una "carrozzina
elettrica-dipendente".
Fabio, Claudia,
Giammarco, Emiliano, Carola
Fabio, il
primo dei miei nipoti è diventato grande, ha già superato
da un po' la maggiore età. Ogni volta che lo rivedo rimango
lì un po' stupita, scoprendolo così grande e mi dico:
"Nunzia, ma se lui è già così uomo forse tu stai
oltrepassando il guado!". Mi dà la dimensione più reale
della mia età e mi sembra che il tempo sia volato, nonostante mi
ritrovi un bagaglio pienissimo di esperienze da raccontare. Mi ricordo
Fabio piccolissimo, appena nato, e la sensazione che mi aveva dato era
quella di avere davanti a me un bambino bellissimo come non ne avevo visti
mai. Dopo è nata Claudia, poi Giammarco, Emiliano ed infine Carola,
e per tutti si è ripetuta la sensazione di vederli più belli
degli altri. Ad un certo punto mi sono detta che forse l'effetto
familiarità e parentela in queste cose tira brutti scherzi, è
un legame che in qualche modo proietta le sue discriminazioni e modella
le sue fantasie.
Un po' con tutti
i nipotini si è ripetuta la storia delle domande, un interrogatorio
senza limiti dettato dalla curiosità che è dentro ogni bambino.
Io per loro sono stata
senza dubbio una zia strana, e non solo per la deformità del mio
fisico e per le rotelle da bicicletta al posto delle scarpe. Essi si sono
avvicendati di volta in volta chiedendomi: "Zia perchè hai le mani
storte? zia come hai le gambe che non si vedono? zia perchè mangi
così?". Oppure cercavano di scimmiottare gli stessi movimenti che
facevo per mangiare. Ma chiedevano anche: "Zia, ma tu dentro la pancia
di nonna come stavi? eri già malata? eri con la carrozzina anche
dentro la pancia?". È stato un susseguirsi di curiosità,
perchè quando smetteva uno poiché diventava grande, iniziava
l'altro. È stata una cosa anche simpatica, ma confesso che
qualche volta sono anche riusciti a mettermi a disagio, perchè
non sapevo cosa rispondere.
Una domanda che mi affiora
più volte è: "Ma io cosa significo per i miei nipoti?".
Sono vista da loro come la sorella sfortunata della mamma? quella che
deve esser aiutata ma che in qualche modo ha trovato una sua collocazione?
Oppure, vengo vista da loro come una zia lontana che si è costruita
un'isola felice? Loro mi hanno sempre incontrata a casa dei miei
genitori, dove vado a riposarmi dieci o quindici giorni all'anno,
in una situazione dove anch'io stessa rifiuto di fare la protagonista
come in comunità, dove ci sono i miei genitori che ancora adesso,
pur avendo capito molte cose, ce la devono mettere tutta a coccolarmi
e a permettermi di fare il minimo indispensabile.
Tutto questo lo vivo
con conflittualità, perchè vorrei poter tramandare loro
le cose belle di me, invece la mia paura è quella di trasmettere
esclusivamente l'handicap che ho.
Carola, la piccola circa
un anno fa è venuta con la colonia organizzata dal comune del suo
paese in Calabria, e un giorno l'andai a trovare. La raggiunsi una
mattina e mi fermai qualche ora con lei. Abbiamo fatto un giro, mi ha
mostrato l'albergo dove stava, mi ha raccontato come trascorreva
la giornata, poi io sono ripartita e non ci sono più tornata. Al
rientro ho telefonato a mia sorella per dirle che avevo visto Carola e
che andava tutto bene. Dopo alcuni giorni mi telefona mia sorella e mi
chiede: "Nunzia, ma tu non lavori più? Carola mi dice che tu tutte
le mattine la vai a trovare!". Ed io: "Ma che stai dando i numeri? Io
ci sono andata solo quella volta che poi ti ho telefonato!". E lei: "Guarda
che c'è Carola che ogni volta che gli telefono mi dice: oggi
è venuta zia Nunzia, siamo andate a fare un giro, mi ha pagato
il gelato, sta bene. Mamma che zia sta bene, eh?"
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