comunità progetto sud


Chi siamo

Territorio

Disabilità

Dipendenze

Aids

Economia sociale

Tutela dei diritti

Formazione

Editoria

Alogon

Appuntamenti

 



Illusioni da Lourdes e dalla scienza


La maestra mi parlò di Lourdes come un posto molto bello dove era apparsa la Madonna. Mi raccontava che in questo luogo avvenivano i miracoli. Io ascoltavo interessatissima, mi immaginavo guarita, mi stufavo della mia "malattia", anche se nella fantasia non riuscivo a pensarmi diversa da come ero. Decisi di andare a Lourdes. La maestra mi fece conoscere un sacerdote che mi diede i soldi per il viaggio.
Subito dopo la fine dell'anno scolastico i miei genitori fissarono un appuntamento per una visita specialista all'ospedale Rizzoli di Bologna. In loro era rinata un po' di speranza: vollero sentire altri medici. Con gli anni la medicina aveva fatto progressi e speravano che ci fosse stata qualche possibilità di migliorare le mie condizioni fisiche.
Io dovevo partire per Lourdes con il "treno bianco" organizzato dall'UNITALSI, ma le date del viaggio coincidevano con la visita al Rizzoli. Fortunatamente potei aggregarmi ad un pellegrinaggio che partiva prima e che non andava solo a Lourdes, ma faceva un giro turistico per la Francia: Parigi, Savoia, Nizza, Lourdes. Partii con mia mamma. Fui l'unica handicappata della comitiva. Sul treno mi coccolavano tutti e a me sembrava proprio una pasqua. Non posso dire di aver apprezzato le bellezze della Francia. Ricordo tanta pioggia, e tanta fame perchè della cucina francese non mi piaceva quasi niente.
Lourdes: quanta gente! quante carrozzine! quanti letti con le ruote! Mi sono resa conto di non essere l'unica, anzi che eravamo in tanti, tantissimi, piccoli, giovani, vecchi, ma perchè? non capivo. Qualcuno mi disse che ero così perchè Gesù mi voleva più bene che ad altri. Continuavo a non capire. Me ne tornai delusa perchè non camminavo, e con un senso di colpa dentro perchè se non ero guarita voleva dire che a dieci anni non avevo abbastanza fede. Con noi viaggiava un prete e una signorina col compito di aiutarci. Con loro parlavo molto: raccontavo delle amiche, dei giochi, della scuola elementare che avevo appena finito, del grande desiderio di continuare le medie e delle difficoltà che avevo per poterle frequentare. Mi rivelarono l'esistenza di grandi case dove gli handicappati abitavano tutti insieme, studiavano, facevano amicizia e venivano assistiti nei loro bisogni. Si riaccese la speranza di poter continuare le scuole. Ero curiosa ed entusiasta. Chiesi cosa dovevo fare per entrare in una di queste case che io immaginavo con ampi saloni, finestroni aperti al sole, un grande giardino con tanti balocchi, tanti bambini e con delle signorine che ci seguivano nei giochi, ci aiutavano nei compiti e ci volevano bene.

In viaggio anche mia mamma parlò con Padre Raffaele e con la signorina Liliana. Comunicò loro l'ansia e gli sconcerti che la mia presenza in famiglia creava. Io diventavo grande, quale futuro avevo davanti? Quando sia lei che mio padre invecchiavano, chi si sarebbe interessato di me? Le mie sorelle avevano diritto ad un loro futuro, non potevano corrermi dietro. Il mio entusiasmo unito alle domande, alle paure e ai dubbi di mia mamma, convinsero i due a mettersi subito alla ricerca di un luogo ideale per me.
Venne il turno della visita al Rizzoli. Tutti gli altri progetti erano subordinati al risultato di questa visita specialistica. Partimmo con il treno: io, mamma e papà. Arrivammo la mattina presto alla stazione di Bologna, un taxi ci condusse direttamente al Rizzoli. Ci fecero accomodare nella saletta e iniziò una lunga attesa. Finirono di chiamare ed io ero ancora lì. Non avevano scritto il mio nome nella lista degli appuntamenti e mi rimandarono indietro dicendo ai miei genitori che era inutile tornare, tanto per me non c'era niente da fare. Un'altra delusione. Ma io segretamente continuavo a sperare che un giorno avrei camminato.
Tornati a casa riprese la vita di sempre. Faceva caldo e io ero sempre in giardino con le amiche e con le mie sorelle a giocare. Spesso andavamo con mamma e papà a Bagni di Tivoli a sguazzare nelle vasche di acqua sulfurea, visto che i tanti impegni ci avevano impedito di andare al mare a Viareggio, come le estati precedenti.
La signorina Liliana e Padre Raffaele si diedero da fare per trovare "la casa" dove io avrei dovuto trascorrere felicemente il mio futuro. Un giorno vennero a cercarmi due signorine, una di loro era cieca. Appartenevano ad un istituto di Roma, "Il Piccolo Rifugio". Avevano ricevuto una domanda di ricovero per me presso il loro centro. Mi proposero di andare con loro al mare a Torvaianica per le vacanze estive, così - dicevano - ci conosciamo in un clima di vacanza e ti sarà più facile inserirti in istituto. Accettai con entusiasmo e partii.
Al Piccolo Rifugio non trovai solo bambine, ma anche signorinelle e forse qualcuna aveva anche qualche anno in più. Io presi subito in simpatia Nicoletta, una ragazza di diciassette anni che non camminava, ma con la carrozzina faceva acrobazie; suonava la pianola molto bene e frequentava la scuola superiore. Mi ritrovai per la seconda volta assieme ad altri handicappati. Fu per me una nuova conferma di non essere la sola e fece capolino in me l'idea che avrei potuto fare tante cose belle e interessanti. A Torvaianica tra noi e le assistenti - che si facevano chiamare zie - eravamo circa una trentina. La direttrice si faceva chiamare mamma. Il bagno al mare non lo facevamo perchè la stagione calda era ormai alla fine, però ci facevano giocare molto con la sabbia. C'era un'aria vacanziera e di questi giorni mi rimane un buon ricordo. Le zie mi portavano sempre fuori con la macchina e mi compravano i dolci.

In questo istituto non c'erano le scuole medie e le zie si resero conto ben presto che questo era il mio grande desiderio. Allora mi proposero di spostarmi in una loro succursale del nord, dove c'era la possibilità di frequenza scolastica, e nelle vacanze sarei tornata a Roma. Ero entusiasta di questa proposta.
La domenica del 25 Ottobre 59 aspettai con ansia l'arrivo dei miei genitori per festeggiare il mio compleanno scoccato due giorni avanti. Giunsero con un regalo inaspettato: la decisione di portarmi via. Non era loro piaciuta la proposta delle zie. Avevano trovato un "posto bellissimo" per me. Mamma mi disse: "Sono andata con la signorina Liliana a vedere un istituto a Roma, ma è vecchio, piccolo e con una puzza di broccoli. L'impressione è stata proprio brutta. Siamo poi andate a vederne un altro, sempre a Roma, e questo era bello, grande e pulito".
Non sono stati molto convincenti. Ho pianto molto nel lasciare la piccola struttura dove trascorsi la mia prima vacanza lontano dalla famiglia. Volevo molto bene sia alle zie che alle compagne e non m'importava molto se la casa dove stavo andando era più bella.
Sul pulman che mi riportava a Roma piansi ininterrottamente, i miei genitori per un po' vacillarono nella loro decisione, ma poi si tirò dritto verso il nuovo istituto. Erano circa le tre e mezzo del pomeriggio quando varcammo il cancello dell'entrata al Cottolengo. La prima cosa che vidi furono le sbarre di ferro del cancello che si richiudevano come a seppellirmi. Di fronte si ergeva il grande portale della chiesa, mentre a fianco c'era la portineria monumentale con scritto in alto: "Casa Della Divina Provvidenza".

Indice "Al di là dei girasoli"


foto
foto


Valid XHTML 1.0 Transitional
CSS Valido!