Andai a Tivoli
e rimasi circa due mesi. Fu un periodo di semplice attesa, ero confusa
ed entusiasta, per molti anni avevo sperato di uscire dall'istituto
e finalmente me ne ero liberata. Mi sentivo osservata dai miei genitori.
Forse cercavano di immaginare il finale di questa storia. Dall'istituto
per un po' telefonarono a casa. Per la denuncia pubblica che avevo
fatto le suore erano arrabbiate con me.
Ora avevo venticinque
anni. Natalina si era sposata con Pietro e dal loro matrimonio erano nati
Fabio e Claudia; che strana sensazione sentirsi zia! bella però.
Daniela invece aveva programmato di sposarsi il dieci agosto di quell'anno.
Le mie sorelle rientravano nelle normali aspettative della famiglia, nel
costituire a loro volta altre famiglie; aspettative che i miei genitori
non avevano mai tradito nei miei riguardi. In questo periodo recuperai
un po' di peso e mi ristabilii fisicamente.
Era un'alba calda
quella del tre luglio 1974. Avevo trascorso un'interminabile notte
e quella mattina mi sentivo agitata, tirata, fredda e sudata, il cuore
mi batteva velocemente. Era una giornata importante. Mi sono fatta mettere
in carrozzina, ho bevuto il solito latte e caffè, poi mi sono fatta
spingere fino alla porta-finestra della cucina che dava sulla strada e
mi permetteva di vedere le macchine che passavano. Aspettavo un pulmino.
Arrivò don Vinicio con altre persone. Si fermarono solo il tempo
necessario per salirmi sul veicolo con quattro bagagli e dire ciao a tutti.
Il viaggio durò
circa cinque ore. Le colline marchigiane sembravano tutte uguali, man
mano che andavamo avanti l'agitazione interiore mi scompariva, il
paesaggio pacato che scorreva dal finestrino del pulmino infondeva tranquillità.
Lasciata l'autostrada
ci inoltrammo in paese. Mille domande mi assalirono, ormai era solo una
questione di minuti. Dopo Porto S. Giorgio iniziò una strada con
tante curve, poi svoltammo a sinistra, entrammo in un viale alberato,
in lontananza si poteva già vedere la villa nella quale ho abitato
per più di due anni.
Sul piazzale c'era il sole. Alcune persone
sembrava volessero sfidare l'afa di piena estate. La casa era molto
grande, ma diventava piccola se la paragonavo all'istituto. Mi aspettavo
reparti, o comunque divisioni interne per uomini e donne, ed invece con
mia grande sorpresa ci trovai luoghi comuni a tutti: solo tra camere esisteva
la divisione di sesso, escluse naturalmente quelle occupate da coppie
sposate. Esistevano anche la biblioteca e il centro documentazione. Altro
luogo comune era il refettorio, un salone con tavoli circolari, ove di
volta in volta potevamo scegliere il posto a tavola. Nelle camere c'erano
due-tre letti, erano personalizzate, più o meno belle, tutto dipendeva
da chi ci dormiva dentro. Era normale trovarci gruppi che discutevano
animatamente o che semplicemente ridevano e scherzavano. Altrettanto normale
era trovarci persone che studiavano. Io avevo sempre pensato alla camera
come luogo per dormire. L'idea di poterci creare all'interno
uno spazio di mio gusto mi piacque.
Incontrai Luisa. Nel
reparto delle bambine al Cottolengo eravamo state insieme. Era uscita
dall'istituto qualche anno prima. Di lei ci avevano detto che si
era sposata con un alcolizzato che la picchiava e che la costringeva a
chiedere l'elemosina. Collegai la storia di Luisa a quella delle
altre donne che se n'erano andate dal Cottolengo: ci avevano raccontato
che tutte avevano fatto una brutta fine. Era un modo come un altro per
aiutarci a rassegnarci.
A cena ci ritrovammo
un centinaio di persone: oltre ai componenti della comunità c'erano
dei giovani arrivati per fare un campo di lavoro. Dopo di loro ne sarebbero
giunti altri, poi altri ancora fino alla fine dell'estate. Io non
sapevo cosa fossero i campi di lavoro, ma sapevo che ad uno di questi,
precisamente a quello che iniziava il primo agosto, sarebbe venuto Alberto.
La mia coperta sulle
gambe destava curiosità, non capivano perchè la portavo
visto che si scoppiava dal caldo. Io invece trovavo strano che loro non
mi capissero. Pia, quando mi aiutava ad andare a letto o ad alzarmi, cercava
di convincermi dell'inutilità della mia coperta, ma io continuavo
a non capire. Una mattina non la trovai più, la cercai disperatamente,
cercai anche quella di ricambio. Niente da fare: erano sparite tutte due.
Dovetti girare senza coperta. Mi sentii impacciata uscendo dalla camera,
e timorosa di "contagiare" qualcuno, ma tutti si comportavano come se
non ci fosse nulla di nuovo.
La seconda sera che
ero in comunità, sul piazzale qualcuno mi chiese se volevo andare
al cinema con altri che si stavano organizzando. Altro se volevo andare!
ma a chi chiedere il permesso? era davvero un grosso problema per me che
avevo sempre avuto chiaro a chi chiedere l'autorizzazione per una
cosa e a chi per l'altra. In comunità non c'erano superiori
a cui rivolgermi. Per risolvere i miei dubbi stavo pensando di non andare,
pur avendone una grande voglia. Vidi Pia e domandai a lei se potevo andare
al cinema. Mi guardò strafottente e mi inondò di parole
intrascrivibili. Dovetti decidermi da sola: andai con gli altri al cinema
e a farmi una pizza fino a notte fonda.
Convivere tra uomini
e donne per me non fu semplice. Mi trovavo imbarazzata vicino ai maschi,
e come qualcuno si avvicinava mi sentivo divampare, sapevo che stavo arrossendo
e ciò mi metteva terribilmente a disagio.
Facevamo spesso riunioni
con i giovani che erano lì per il campo di lavoro. Si parlava di
emarginazione, volontariato, protagonismo, autogestione, termini a cui
tutti davano molta importanza. Io mi vergognavo di chiedere spiegazioni
perchè avrei svelato la mia ignoranza, e ciò non mi era
facile perchè colpiva il mio orgoglio.
Tanti avvenimenti nuovi
mi stavano accadendo; durante il giorno non c'era più monotonia.
La mattina quando mi svegliavo sapevo che la giornata sarebbe stata piena.
C'erano in me entusiasmo ed euforia. Mi colpiva particolarmente che
persone in carrozzina lavoravano e provvedevano a se stesse. Ciò
mi stimolava. Cominciavo a "provare" altre possibilità di movimento
e quanta forza fisica possedevo senza saperlo. Mi ritrovai piano piano
a fare cose che ero convinta di non poter fare. Assumermi le prime piccole
responsabilità mi venne difficile.
Andare al mare e mettermi
in costume era il massimo che mi si potesse chiedere. Avevo una vergogna
incredibile. Eppure fu superata dalla naturalezza con cui gli altri mi
trattavano.
Le serate erano movimentate,
si organizzavano giochi comuni, oppure si cantava intorno a qualcuno che
suonava la chitarra. Sul tardi, quando molti se ne andavano a dormire,
in pochi restavamo a raccontarci tutto, avevamo una grande voglia di comunicare
le cose più intime, le più sentite, e queste venivano fuori
meglio dopo una certa ora.
La partenza del gruppo
che aveva terminato il campo di lavoro lasciò in me un po'
di vuoto e di tristezza, ma l'arrivo del gruppo che iniziava l'altro
campo di agosto ricolmò subito questo vuoto.
Mancavano pochi giorni
al matrimonio di mia sorella. Le comunicai che difficilmente sarei andata
alla festa poichè da pochissimo tempo ero entrata in comunità
e avevo timore a richiedere di andare. In comunità non ne avevo
parlato con nessuno. Alcuni giorni prima della data mi sfuggì per
caso la notizia. Don Franco, meravigliato del mio silenzio, mi propose
di partire con un gruppo già programmato per la sera del nove agosto
per Roma. Nel pulmino avevano ancora un posto, era un'occasione propizia,
potevo partecipare al matrimonio e ritornare due giorni dopo con lo stesso
mezzo. Prima di partire Pia e altri mi aiutarono a trovare l'abbigliamento
adatto. Durante il viaggio cantammo a squarciagola. Arrivai a Tivoli la
mattina alle tre. Alle cinque ero già sveglia, andai dalla parrucchiera
e questa mi fece la pettinatura più stravagante della mia vita.
Durante il giorno in chiesa e al ristorante feci una fatica tremenda a
tenere gli occhi aperti. Ero tanto contenta per Daniela che si sposava.
In settembre iniziò
un periodo completamente diverso da quello vacanziero. Si fece una serie
di riunioni con alcuni che eravamo arrivati durante l'estate e chiedevamo
di rimanere. Giunse il mio turno. Mi resi conto durante la riunione che
dipendeva da ciò che veniva deciso in essa se sarei restata o no.
Il periodo che avevo trascorso era considerato come tempo di prova per
me e per la comunità.
Iniziò la riunione...
l'ordine del giorno era lungo... restai in attesa che si parlasse
di me... avevo paura... ci fu un momento in cui sembrava che non mi volevano
(dentro di me furono attimi di disperata angoscia) ma poi...
Nell'attesa di
iniziare l'anno scolastico e lavorativo accettai con piacere la proposta
di Rosemary. M'invitava a fare un viaggio. Voleva far visita prima
a sua sorella, poi al suo papà, infine un giro in montagna. Desideravo
vedere luoghi nuovi. Desideravo anche chiedere a Rosemary che viveva da
molti anni in comunità di raccontarmi tante cose accadute prima
del mio arrivo. Partimmo con una cinquecento rossa, senza la carrozzina.
L'inizio del viaggio fu tranquillo, prima tappa Mestre, seconda Bolzano.
Le visite ai parenti simpatiche e cordiali. Quando ci avviammo presso
le Dolomiti, più salivamo e più il freddo si faceva sentire,
sembrava che l'estate all'improvviso ci avesse abbandonato.
I miei occhi vedevano un mondo di fiabe. Le cime maestose dalle mille
sfumature, grandi spazi, un silenzio indescrivibile, mi estasiavano e
profondamente mi commuovevano. Quelle casine di legno con tanti gerani
rossi sulle terrazze e sui davanzali delle finestre si intonavano perfettamente
con il panorama. Si incontravano frequentemente pastori con i greggi.
Non avevo mai visto cose tanto belle e mi si riempiva il cuore a guardarle.
Rapite da quest'aria magica non ci rendemmo conto del tempo che passava
e quando c'incamminammo verso casa era tardi, avevamo davanti ore
e ore di viaggio. L'ipotesi più saggia era quella di fermarci
a dormire in un albergo, ma eravamo senza soldi. Trovammo una stradina
tranquilla e cercammo di addormentarci in macchina. Eravamo quasi nel
mondo dei sogni, quando all'improvviso si aprì la portiera
della macchina al mio fianco. Vidi una figura tutta nera. Il cuore batteva
all'impazzata. Rosemary soprassalì. Era un metronotte. Ripartimmo.
Io fui meravigliata di scoprirmi inaspettate resistenze alla fatica fisica.