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Prefazione

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Questo libro descrive la vita interna, l'organizzazione e le proposte sociali di alcune comunità sorte in Italia negli ultimi venti anni, ed esprime il loro ruolo nella storia delle persone e nell'evolversi della società. Si rivolge pertanto a tutti coloro che nelle diverse sfere esistenziali private e pubbliche attuano esperienze di condivisione, e lottano per il superamento di qualsiasi forma di emarginazione.
Le comunità delle quali vogliamo parlare sono gruppi strutturati in maniera stabile, nei quali abitare insieme, avere una cassa in comune, condividere determinati beni, è caratteristico del loro modo di organizzarsi. Inoltre le comunità accolgono handicappati, tossicodipendenti, minori disadattati, ragazze buttate sulla strada, ex carcerati, dimessi dagli ospedali psichiatrici, barboni..., conducendo vita insieme tra il gruppo che fa già comunità e quelle persone che ci arrivano per bisogni diversi, materiali o spirituali, di idealità o di impegno sociale, esigiti o suggeriti dalla ricerca di una qualità migliore della propria vita. Facendo un tratto di cammino gli uni accanto agli altri si lotta per mettere in atto processi di mutamento che invertano la rotta della vita personale e della società nei suoi aspetti e nei suoi meccanismi di emarginazione dei più deboli. Nei confronti di coloro che vengono accolti in comunità e richiedono una relazione di aiuto l'obiettivo primario è quello di aiutarli a decollare da una situazione di bisogno o di dipendenza verso il raggiungimento di una maggiore autonomia personale, per inserirsi infine criticamente nella società, in questa società.
Fare comunità è costruire la vita e i suoi significati insieme agli altri. È stare in un gruppo stabile con orizzonti aperti che oltrepassano qualsiasi rimpicciolimento dell'esistenza. Negli intrecci della vita in comune l'attenzione viene catturata da qualcuno sempre molto vicino. Si riducono gli spazi in cui si è presi unicamente da se stessi. Fare comunità è condividere la vita con coloro che accogli e dai quali vieni misurato giorno dopo giorno. L'appartenenza ad una comunità non esige sopravvalutazione o al contrario rifiuto degli affetti familiari e della convivenza nell'istituzione famiglia. Semplicemente è l'esperienza di porre un altro modo di appartenersi, anch'esso vissuto nella spontaneità e nella libertà e nella responsabilità. È una delle tante manifestazioni possibili della vita condivisa.
Fare comunità dall'emarginazione è quando tu vivi con e tra persone segnate dal disagio. È quando fai una scelta di vita gomito a gomito con coloro che sono stati sempre tenuti esclusi dal benché minimo decente livello di benessere. È quando ti metti insieme a persone ingolfate in problemi di solitudine, di handicap, di disadattamento, di limite estremo, le quali si sono perse nel bosco e si trovano a subire un consolidato disagio personale e sociale, e soffrono la falsa autoconvinzione di non valere niente.
Fare comunità dall'emarginazione è lottare e stare dentro i contesti poveri ed emarginati, gli ambienti abbandonati, le zone dimenticate, le situazioni di degrado.
Dal margine la comunità ha una sua proposta pedagogica in senso ampio di segno diverso da quella delle culture e delle politiche dominanti. Non si reputa l'alternativa al sistema, ma ad esso contrappone alcuni modi concreti di vita associata, alcune forme delineate di organizzazione di gruppo, in cui sperimentare con vivezza precisi valori umani e sociali che inverino la normalità quotidiana di molti nella diversità e nel limite estremo di molti altri e che non contano e vengono sistematicamente esclusi nell'evolversi della società.
Da un po' di tempo si sta portando l'attenzione verso i piccoli gruppi di vita, le comunità e le famiglie aperte. Se ne sta parlando perché il solco è stato tracciato da tante esperienze che hanno inciso nella mentalità. Di questi gruppi se ne dice molto bene e molto male, con il risultato di evidenziarne l'atipicità, perciò la loro scarsa ripetibilità nella vita quotidiana e conseguentemente la non proponibilità alla generalità della gente, ritagliandoli e collocandoli psicologicamente, culturalmente e fattivamente nell'ambito ristretto delle eccezionalità. Aleggia la convinzione che le comunità siano belle e singolari, cioè adatte a pochi privilegiati a causa dei loro problemi o, sul versante opposto, a causa delle loro sensibilità personali.
Noi crediamo alla validità di allargare e di moltiplicare e di politicizzare i valori umani e sociali che stiamo sperimentando poiché, anche se non definiti nei loro contorni, essi manifestano utopie e progetti di vita concreti e vivibili che hanno un significato dirompente nelle relazioni umane e sociali della storia che tutti stiamo attraversando.

Indice "Fare comunità dall'emarginazione"


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