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Questo diario è il mio diario

 

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Nel diario appunto alcuni pensieri che mi passano per la testa e fisso quelle cose che intendo riprendere in seguito, in una riflessione tra me e me in tempi differenti: quasi un esame di coscienza a distanza nel tempo.
Il mio diario è un capriccio estetico e anche un compiacimento; oppure mi diventa motivo di nervosismo quando le parole da scrivere mi vengono in dialetto e non subito in italiano. Io penso in «bresciano»; nel mio cervello passa un tot di tempo a vuoto prima che mi possa esprimere… Scrivo dunque anche per poter scrivere meglio, per poter esporre con maggiore sicurezza le mie considerazioni, per allenare la mente alla lingua italiana. Ho parlato il dialetto di Pontoglio per ventisette anni, nella convinzione che l’italiano servisse solo per poter leggere nel tempo libero.
Scrivo per fare un lavoro su di me; lo stesso lavoro che spesso richiedo ai miei collaboratori. Il considerevole numero di libri, riviste, articoli e resoconti scritti da persone disabili, volontari e volontarie, malate di Aids o con la testa fusa per le droghe, operatori e professionisti del sociale, e stampati nell’evolversi della storia della Comunità Progetto Sud, di Lamezia Terme, si può dire che siano un po’ il frutto di questo «pallino» per la (sempre difficile) scrittura.
Questo diario non è tutto l’originale: è costituito soltanto da alcuni appunti stesi nel periodo del mio cinquantesimo compleanno che ho rivisitato e trascritto, inserendovi brevi annotazioni al fine di offrire un minimo di contesto utile a inquadrare il racconto che ne scaturisce. Ho dilatato artificiosamente qua e là il testo con alcune notizie essenziali, ho cancellato altre notizie e frasi dall’originale. Mi sono censurato su alcuni avvenimenti, ho saltato «pensieri parole opere e... omissioni» inerenti situazioni riguardanti la sfera affettivo-sessuale. Ho evitato di riportare cognomi e persino nomi di persone che non avrebbero, forse, gradito di essere nominate. In verità alcuni nominativi li ho trascritti così come sono, altri li ho cambiati, altri ancora li ho segnati con l’asterisco. I motivi di questa manipolazione si comprendono dalla lettura del testo e dagli episodi raccontati.
Qui non ho registrato la miriade di riunioni che ho svolto in associazioni, enti e cooperative in cui ricopro ruoli istituzionali. Anche ritiri, esercizi spirituali, incontri del clero e di gruppi ecclesiali sono stati tralasciati. Ho depennato all’ultimo momento corsi formativi ai quali ho partecipato e i titoli coi brevi commenti dei libri letti nel periodo. Dunque, cosa vi è rimasto? In definitiva ho deciso di lasciare le descrizioni di fatti e vicende che ho vissuto per metà insieme alla gente della parrocchia e per l’altra metà sulla strada e dentro ai vari «mondi» dell’emarginazione; ho anche fatto trapelare alcuni episodi della mia relazione con Niki, il ragazzino che fa parte della mia vita dal giorno in cui l’ho avuto in affido. Il punto è che questi accadimenti, per me che li ho vissuti, sono semplici e spiritualmente uniti e indivisibili. Sono cose ordinarie e speciali al tempo stesso; sono fatti materiali perché spirituali e spirituali perché materiali: io questi fatti li ho «toccati» e «sentiti» così come li racconto, e ognuno di essi mi ha segnato e ha contribuito a farmi diventare quello che sono come uomo e come prete.
In molte occasioni annoto su un taccuino, o anche su fogli volanti, avvenimenti che mi accadono, incontri significativi, riflessioni e concetti che mi illuminano, qualcosa che desidero sperimentare. Alcuni sono appunti sbrigativi; altri sono abbozzi di considerazioni; altri ancora sono maggiormente descrittivi (specialmente quelli che scrivo in treno o in aereo o nella sala di attesa di qualche stazione, mentre aspetto una coincidenza). Li rileggo, li utilizzo oppure li modifico per stendere la relazione di un convegno; li inserisco nella scrittura di un articolo, oppure li trasformo in schede o in pagine di Power Point. Essi racchiudono fatti e idee che costituiscono le stagioni della mia vita.
Perché solo ora mi decido a dare alla stampa questo frammento di diario? Mi faccio un regalo nel venticinquesimo anno di ordinazione sacerdotale e lo dedico a Pontoglio: a tutto ciò che il paese della mia infanzia e della mia giovinezza ha significato e significa per me.

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