|
|


|
Il Manifesto
contro la cultura dell'emarginazione vuole essere uno strumento per
rilanciare il dibattito sulla cultura sottesa ai rapporti umani e sociali
che creano emarginazione.
Siamo gli altri: persone
che abbiamo subìto la ghettizzazione, l'abbandono, la derisione,
per il solo fatto di essere handicappati, tossicodipendenti, strani.
Basta l'immagine
della carrozzina, di una siringa buttata nella spazzatura, di un muro
o di un recinto, per far distogliere lo sguardo da noi; nel bombardamento
dei messaggi sociali rappresentiamo i simboli di una cultura di morte.
Oggi come ieri è
ancora la paura che crea le diversità, è ancora l'egoismo
che le alimenta di motivi, è ancora l'indifferenza che le
perpetua e le consacra con le strutture, con le leggi, con le ovvietà.
La cruda realtà
è che troppi uomini, e ancora più donne, popoli interi,
non possiedono nulla e non contano nulla.
Subiamo una condizione
sociale, politica ed economica, che spinge alla deriva milioni di persone.
Come vogliamo una cultura
diversa?
La vogliamo semplice
e alla portata di tutti.
Vogliamo vederci dentro
tanta libertà, tanto spazio per l'autonomia, tante ragioni
e strumenti per tutti, tanta capacità di tenerezza umana e di solidarietà
sociale.
Vogliamo che divenga
capace di spingerci a tramutare le parole in vita vissuta, le teorie in
esperienza, i concetti chiari e distinti in scelta operativa.
A questa cultura chiediamo
insieme di ristudiare e di riscoprire nei grandi temi la povertà
e i poveri, di annodare reti di solidarietà nei territori umani,
di non avere paura della pace, di ridefinire la società, la politica,
la famiglia, l'uomo e la donna, con i diversi linguaggi dell'accoglienza.
Il "Manifesto" è
stato ideato ed elaborato nella Comunità Progetto Sud di Lamezia
Terme. Durante il campo estivo Signornò rivolto a handicappati
e gruppi di volontariato della Calabria, svoltosi a Catona presso la Comunità
Calabria 7, i partecipanti hanno rivisto e dibattuto la stesura definitiva.
La offriamo alla riflessione con la precisa consapevolezza che la cultura,
per essere posta e mediazione tra le persone e le strutture, tra i cittadini
e il potere, tra i veri obiettivi della gente e i reali strumenti disponibili,
vada sempre liberata.
Chi
siamo
Siamo "gli altri": persone
che abbiamo subìto la ghettizzazione, I'abbandono, la derisione,
per il solo fatto di essere handicappati, tossicodipendenti, strani. Basta
l'immagine della carrozzina, di una siringa buttata nella spazzatura,
di un muro o di un recinto, per far distogliere lo sguardo da noi; nel
bombardamento dei messaggi sociali rappresentiamo i simboli di una cultura
di morte. Ma siamo tanti ed è difficile metterci completamente
da parte. La cultura maggioritaria riguardo a noi al di là delle
intenzioni personali spesso in buona fede ci vorrebbe plasmati arrendevoli
e sottomessi, incapaci di usare la nostra testa.

|
Soltanto l'esperienza
di pochi, tramite una vita in comune, una riscoperta delle parole, l'autogestione
delle tante necessità quotidiane, della ricercata liberazione dai
lacci che ci avvolgevano in situazioni di dipendenza, ci ha portato ad
elaborare da noi stessi nuove idee della vita, ampie visioni delle realtà
sociali, altre concezioni per il presente e per il futuro della nostra
personalità.
A questo punto del nostro
cammino manifestiamo il nostro "no!" a tutte le culture che emarginano
le persone in nome delle classi e delle etnie, del sesso e delle ideologie,
del danaro e del ruolo sociale.
La
diversità
Oggi come ieri è ancora la paura che crea le diversità,
è ancora l'egoismo che le alimenta di motivi, è ancora
l'indifferenza che le perpetua e le consacra con le strutture, con
le leggi, con le ovvietà.
Nel sud e nel nord,
nell'est e nell'ovest, i "diversi" sono additati ed evitati
con rozzezza o raffinatezza da una mentalità ottusa che, senza
mai spiegare il perché, perpetua una tradizione di emarginazione
dei più deboli, di quelli che non si adattano con facilità
ai comportamenti imposti, e di quelli che presentano diversità
scomode da riconoscere.
Ciascuno è pieno
della sua cultura quasi onnipotente: proprio essa penetra fin sotto la
pelle per rinfacciarci la nostra diversità e roderci sempre con
il sospetto anche quando crediamo di avere ragione e siamo del tutto consapevoli
che "chi la pensa cosi" è razzista, violento e reazionario.
La
povertà non è un concetto
Da molte parti ed
in tanti luoghi la cultura afferma che l'emarginazione e la povertà
sono assenza di qualcosa, privazione di oggetti, mancanza di beni da usare
e consumare. È vero anche questo: ma soprattutto è vero
che esse sono anche la mancan-za di qualcosa d'altro, qualcosa che
ci fa stare inermi nelle relazioni con gli altri e con le istituzioni.
Non ci è concesso di poter partecipare, di poter decidere, di poter
dire la nostra, sui proble-mi e i fatti che interessano anche noi, quali
la pace, il lavoro, la salute, la scuola, la città, e cosi via.
La differenza tra emarginati e no non sta nel portafoglio vuoto o nel
conto in banca, ma consiste nella connessione di dipendenza comunque esistente
per cui gli uni succhiano dagli altri fino al midollo lasciandoli scheletri
di uomini a ridosso di tutti i non sensi della vita.
Conosciamo già
la dipendenza dei paesi del terzo mondo dalle nazioni industrializzate:
sono paesi devastati dai mercati internazionali, "guidati" da governi-fantoccio
a loro volta dipendenti, impoveriti grazie agli "aiuti" assistenziali.
La ricchezza non è
una realtà astratta che abita soltanto nelle case dell'opulenza.
Abita ovunque. Si insinua nelle città per costruirle come vuole;
esce dai cancelli delle fabbriche per comandare anche nelle case; va in
Parlamento per farsi le leggi a sua misura; penetra nelle menti delle
persone per dirigerne i desideri e i sogni.
Nemmeno la povertà
è una realtà astratta. Essa si incarna negli uomini, nelle
donne, nei bambini, ovunque. La povertà è la moltitudine
dei poveri, è la loro storia, è la loro vita in compagnia
della sofferenza inutile. I poveri conoscono fin sotto la pelle, fino
alle viscere e al cervello, faccia a faccia, il volto della miseria. Il
dolore è il solo a rimanere loro fedele.
Questa moltitudine è
disgregata, costretta a stare lontana, semmai sotto gli altri e fuori
da ciò che noi chiamiamo progresso: non stiamo più parlando
del terzo o quarto mondo, stiamo descrivendo gli emarginati di casa nostra.
Una
cultura ambigua
Ci stiamo imbevendo
di una cultura dalla doppia faccia che innalza e loda pubblicamente i
valori umani e sociali, per poi oscurarli e stravolgerli nel ristretto
clan di appartenenza. La sua miopia ci fa trasparire come tutti buoni:
in realtà ci deruba dei grandi orizzonti della pienezza della vita,
poiché ci illude di essere abitanti del mondo mentre invece siamo
rimpiccioliti e rinchiusi in una scatola chiamata "casa mia".
Persino la guerra abbiamo
imparato a valutarla nella sua gravità in base alla distanza del
campo di battaglia; non tolleriamo che venga combattuta alle porte di
casa nostra mentre ne discutiamo con più oggettività quando
la morte semina lontano.
Stiamo assorbendo dalle
radici una cultura della sopraffazione e del sopruso svincolata dall'essenzialità
e asservita al dominio.
È così
che la cultura uccide e arma le mani per il genocidio.
La
persona svuotata
Emarginazione non
è soltanto povertà; è di più. Emarginazione
non è soltanto mancanza di bagaglio culturale; è molto di
più.
Emarginazione non è
strettamente una condizione di esclusione e di dipendenza economica o
sociale o politica; è qualcosa che attanaglia e annienta tutti
i valori, tutte le risorse, tutta la volontà, tutte le difese della
persona. L'emarginazione esiste e dilaga ancora: essa si sostiene
e si perpetua sulla mancanza di presa di coscienza del semplice fatto
di essere emarginati. Non è stata vinta o almeno intaccata dal
"progresso": è accuratamente verniciata e chiamata con nuovi nomi
su vecchie forme come: devianza, malattia, anormalità, ed altri,
che hanno il solo compito di intorbidire le nostre chiarezze, lo scopo
di mettere in crisi qualsiasi nostra lettura critica degli avvenimenti.
La cruda realtà
è che troppi uomini, e ancor più donne, popoli interi, non
possiedono nulla e non contano nulla. Subiamo una condizione sociale,
politica ed economica, che spinge alla deriva milioni di persone. Ma ciò
che fa più male è la condizione umana sofferta da coloro
che si trascinano come relitti, derisi e dimenticati, poiché la
cultura in cui siamo immersi e culmine e fonte di rapporti umani e sociali
mercantili, per cui non c'è posto per le persone che non producono,
nè per quelle che non consumano, se non quando esse diventano occasione
di facili guadagni strette nel labirinto assistenziale dal quale non escono
più.
L'emarginazione
è un "non valore". Come la povertà. Tocca i suoi livelli
più bassi quando le coscienze reputano di non valere più
nulla e di avere esaurito tutte le carte per giocarsi il rilancio della
propria vita. Abbruttisce gli uomini, spacca le famiglie mette contro
genitori e figli.
Il
povero non è un'idea
I fantasmi della
nostra mente sovrappongono la costruzione immaginosa della vera condizione
di emarginazione con la cruda realtà della persona ferita emarginata.
Non sono la stessa cosa. È vero che sembrano un tutt'uno,
è vero che l'emarginazione riveste bimbi e anziani, uomini
e donne, con la taglia adatta; è vero che il concetto di miseria
non è mutuato dalla fantasia. È vero che per alcuni non
c'è posto nei più normali circuiti della vita quotidiana.
Ma è altrettanto vero che nelle situazioni, nei concetti, e nei
disvalori dell'emarginazione occorre distinguere e ripescarci le
persone poiché esse non sono nè situazioni, nè concetti,
nè disvalori. Sono persone in tutta la loro unicità e la
loro originalità e la loro verità.
Il nuovo mondo degli
emarginati da riscoprire è costellato dai tanti volti che soffrono
il complesso dell'esclusione sociale e che desiderano la pienezza
della vita che viene loro ostacolata.
Voi cosiddetti "normali"
non potete disinvoltamente tollerare una cultura amante delle libertà
e delle singole personalità, fondata su valori morali ed aspetti
estetici, che voi stessi edificate sull'annientamento di valori,
di libertà e di personalità altrui.
Fermando o deviando
i significati di cui ogni singola persona è portatrice si espropriano
le persone da sé stesse. La semplice presenza di ciascun emarginato
è la spia di una conseguente cultura negata, quella cultura vitale
di cui ciascuno è fonte.
Siamo
"uomini senza"
La mancanza del
minimo indispensabile per condurre una vita dignitosa ci caccia nella
marginalità. Vi sono uomini senza pane. Tante famiglie, piccole
o numerose, sono costrette a spezzarsi per poter mangiare, per potersi
semplicemente alimentare.

|
Sta ritornando evidente
il fenomeno dei barboni. Sono molti quelli che mangiano sempre di meno,
e si contano a milioni insieme ai recenti immigrati del Nord-Africa.
Vi sono uomini senza
lavoro. Una massa di disoccupati si trascina stancamente quà e
là con la propria famiglia, che si arrangia come può. Il
grosso dei giovani attende il primo posto di lavoro: lo otterrà?
Faranno la guerra disoccupati contro disoccupati? Vi sono persone senza
potere. Sono quelli che non contano nulla, perché espropriati dei
loro diritti. Sono comprati, ricattati, buttati via. Dai politici sono
chiamati ad una falsa partecipazione, sul lavoro non contano nulla, poi
a casa decidono nulla, e anche nella chiesa dicono nulla. La loro parola
non è soppesata da nessuno: ad essi si chiede il voto e il consenso.
Poi basta. Vi sono uomini e donne senza affetti. Per questo trascorrono
il loro tempo senza senso. In tanti il significato della vita è
andato perduto e non è più stato ritrovato. Sono indifferenti
a tutto e a tutti e perfino a sé stessi. Di costoro alcuni si esprimono
con la violenza, altri si "lasciano andare", altri ancora ricercano una
pace artificiale nell'intontimento delle indefinite droghe.
Vi sono persone senza
i servizi più elementari. Sono quelli che pur avendo diritto a
fruire dei servizi pubblici o privati non li vedono mai per le inadempienze
degli amministratori.
Mancano
sfacciatamente servizi igienici, servizi di trasporto, e servizi per la
salute, in zone dimenticate dalle città e nelle città.
Questi sono i poveri
di sempre. Il nostro sistema sociale si accanisce poi contro i più
poveri tra i poveri: da una parte li emargina ad ogni angolo di strada;
dall'altra li coltiva nei ghetti per specularci sopra ideologicamente
e finanziariamente. Oggi si capisce meglio che queste povertà sono
il prodotto di una economia sbagliata apposta per il vantaggio di pochi;
di uno sballato funzionamento delle istituzioni sempre più contrarie
a progetti di cambiamento; delle "nostre" relazioni umane che imbastiamo
quotidianamente.
La
nostra cultura
Le culture e le
coscienze degli emarginati non sono uniformi. Ci accomuna il fatto di
non possedere beni e di non contare nulla sulla scacchiera dei potenti.
Molti di noi non hanno la coscienza chiara della situazione personale
e sociale che stanno subendo, grazie anche alla cultura che non ti tiene
in conto. Altri hanno una viva consapevolezza di essere emarginati la
quale si tramuta in rabbia per la mancanza di vie di uscita finchè
un giorno non diverrà rassegnazione. Altri ancora stanno tentando
di costruire con pochi strumenti un mondo migliore per tutti. Si lotta,
anche contro i nostri egoismi di parte, non per rovesciare i ruoli. anche
di potere, occupati nella attuale società dalle differenze consolidate,
ma per reimpostare rapporti umani, sociali ed economici affinchè
non si crei più povertà ed emarginazione per nessuno.
Non stiamo chiedendo
aiuto a senso unico vorremmo sinceramente che chi emargina riconosca che
deve smetterla di disumanizzarsi in bestia. Non vogliamo un compromesso
o un patto sociale. Crediamo che solo lo scambio rispettoso, il confronto
alla pari, possa storicizzare l'uguaglianza e valorizzare tutte le
persone proprio attraverso le loro diversità.
Non vogliamo elemosinare
la nostra e l'altrui dignità: pretendiamo che non ce la togliate
perché siete i più forti. Pretendiamo i nostri diritti che
non sono soltanto quelli scritti nelle leggi che sanciscono il minimo
di che cosa ci spetta in "avere", ma vogliamo riconosciuto il nostro diritto
di essere e il nostro diritto di dare. Dopo avremo tutti una qualità
della vita non contraffatta poiché la storia è handicappata
senza le nostre singole storie, e travisata nei suoi significati più
profondi. Non esiste una cultura che ci accomuni tutti sui valori fondamentali.
La cultura dominante
è ambigua e per perpetuarsi non ha più bisogno di rimbecillire
le masse, perché si diletta a produrre, a sovraprodurre a inventare
e esportare; vulcanicamente elabora concetti e conoscenze, informazioni
e suggerimenti, fiumi di simboli e oceani di parole; inflaziona enciclopedie;
sommerge tutto e illude sulle concrete possibilità di interpretare
e di trasformare la realtà che ci circonda.
Anche
la cultura di noi emarginati è ambigua. È lontana dalle
sintesi; è di difesa; talvolta risponde con violenza alla violenza
o allo stimolo della fame o alla ricerca di riconoscimento; si sperde
facilmente nel quotidiano caratterizzandosi frammentaria; fa acqua da
molte parti. I poveri non sono culturalmente rivoluzionari: è il
loro vivere che grida ed esige: - rivoluzione! - sono bombe inesplose.
Contro
la cultura dell'emarginazione
Non crediamo di
dovere o potere o sapere costruire una cultura alternativa a quelle esistenti.
Riteniamo piuttosto credere nell'importanza di scommettere che, insieme,
le persone e i popoli possano dare spazio e attenzione a quanto nelle
culture più disparate è autentico valore umano e non è
emarginante, è vivibile ai larghi strati della gente comune e non
solo ai pochi che arrivano prima.
Accanto al confronto
nel dialogo tra le culture dominanti e le culture minoritarie, tra quelle
di lunga tradizione locale e quelle "importate", si deve aprire lo spazio
in cui sviluppare un approfondimento tra le culture dei "sud" tra di loro,
per scoprirle gravide di ricchezza umana.
Come vogliamo una cultura
diversa? La vogliamo semplice e alla portata di tutti. Vogliamo vederci
dentro tanta libertà, tanto spazio per l'autonomia, tante
ragioni e strumenti per tutti, tanta capacità di tenerezza umana
e di solidarietà sociale. Vogliamo che divenga capace di spingerci
a tramutare le parole in vita vissuta, le teorie in esperienza, i concetti
chiari e distinti in scelta operativa.
A questa cultura chiediamo
insieme di ristudiare e di riscoprire nei grandi temi le povertà
e i poveri, di annodare reti di solidarietà nei territori umani,
di non avere paura della pace, di ridefinire la società, la politica,
la famiglia, l'uomo e la donna, con i diversi linguaggi dell'accoglienza.
|