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Innanzitutto
grazie moltissimo per questo invito. Sono un medico, presidente nazionale
della LILA, e ormai da 7 anni impegnato a tempo pieno nella lotta all'AIDS.
Da un anno sono membro della commissione ministeriale sull'AIDS,
e questa collocazione istituzionale mi auguro possa risultare utile nel
corso della giornata per rispondere ad eventuali quesiti sul quadro legislativo
e normativo entro il quale è possibile inserire l'elaborazione
e la pratica della riduzione del danno.
Sono rimasto estremamente
e positivamente impressionato dalla molteplicità di ruoli, di figure
professionali e di istituzioni che sono qui presenti; se queste istituzioni
fossero disponibili nel futuro ad intraprendere la strategia della riduzione
del danno, avremmo già fatto enormi progressi. Infatti le strategie
della riduzione del danno non possono essere realizzate da un istituzione
o da un ente da solo.
Questo tipo di attenzione
è un buon segnale; non capita in tutte le Regioni. In diverse realtà
ho lavorato con gli operatori dei Sert, con quelli delle comunità,
ma trovare un ambito dove le differenti figure professionali sono così
disponibili a collaborare insieme è una cosa abbastanza rara.
Il
giuramento di Ippocrate
Mi
è stato chiesto di fornire prima un quadro di riferimento teorico,
e quindi, successivamente di illustrare un'esperienza concreta. Vi
proporrò inizialmente qualche riflessione più complessiva
attraverso un ragionamento su pochi e semplici argomenti.
Prima questione: le
strategie di riduzione del danno non nascono con le problematiche delle
tossicodipendenze, ma se ci pensiamo bene, la filosofia della riduzione
del danno viene da molto molto lontano. In particolare mi rivolgo ai medici.
Il giorno stesso della laurea essi hanno compiuto un atto, cioé
hanno accettato il giuramento di Ippocrate.
Che cosa afferma il
giuramento di Ippocrate? Il giuramento di Ippocrate dice "faremo di tutto
per guarire, prima di tutto cercheremo di non nuocere, ma lì dove
non sarà possibile guarire ci prenderemo cura di alleviare il dolore".
Già questo è un primo punto di estrema importanza. Le nostre
professioni socio-sanitarie non possono e non devono essere finalizzate
unicamente alla guarigione, ossia unicamente a cancellare la patologia
preesistente o a cancellare forme di disagio sociale.
È nostro compito
occuparci e prenderci cura anche di quelle situazioni che non vanno verso
la guarigione o che in quel momento non è possibile risolvere.
Sia che si tratti di una patologia organica, sia che si tratti di manifestazioni
di disagio sociale. Questa riflessione è di estrema importanza,
perché invece il curriculum formativo delle diverse figure socio-sanitarie
e ancora di più la cultura che ci circonda valorizzano solo e unicamente
gli aspetti della guarigione.
Rischiamo di sentirci
dei falliti se non siamo in grado di produrre eventi di guarigione. Gli
esempi classici sono tanti. Il successo del chirurgo sta nella completa
riuscita dell'operazione, nella estirpazione del male, della patologia.
Il successo dell'operatore che lavora nella tossicodipendenza, sia
nel Sert, sia nella struttura privata, è quello di poter dire "questi
sono i ragazzi che ho salvato".
Non è diffusa
in Italia la cultura del "prendersi cura", dell'accompagnamento,
del curare una malattia che non "si risolve".
Assumere questo orientamento
in termini sanitari significa sviluppare la medicina palliativa, imparare
a lenire il dolore, e vuol dire in sostanza modificare e migliorare la
qualità di vita anche lì dove non pare possibile risolvere
la situazione di patologia o di disagio sociale che abbiamo di fronte.
Questa
considerazione è tutt'altro che secondaria, per evitare di
pensare che la riduzione del danno, che altro non vuol dire che il miglioramento
della qualità della vita possibile, riguardi unicamente le problematiche
della tossicodipendenza.
La
medicina tra cultura della guarigione e dell'accompagnamento
Seconda riflessione.
La validità e la "celebrazione" delle professioni socio sanitarie
misurate solo sulla guarigione ha fatto sì che la prevenzione sia
sempre stata la cenerentola di tutte le diverse pratiche in campo socio-sanitario.
Cosa intendo dire? Non intendo dire solo che a livello nazionale meno
del 4% della spesa sanitaria complessiva viene investita nella prevenzione,
ma anche che dobbiamo riflettere su cosa questo significhi concretamente
nella società dei mass media. Significa ad esempio che oggi non
posso venire qui e dire le persone che stanno intorno a me non si sono
infettate e quindi grande è la mia opera di prevenzione".
Questo non è
possibile, noi possiamo solo documentare la diminuzione di infezioni,
su grandi numeri, ma non possiamo affermare che la persona che mi sta
a fianco, grazie alla mia opera di prevenzione, ha evitato di infettarsi.
D'altra parte ogni
operatore sa che per agire è necessario avere dei meccanismi di
autogratificazione.
A questo proposito racconto
sempre un episodio che mi è capitato in un gruppo di supervisione
relativamente all'AIDS. Una fisioterapista, intervenendo, racconta
questo episodio.
"Precedentemente lavoravo
in una clinica ortopedica, adesso mi hanno trasferita in un reparto di
malattie infettive e io sto malissimo." La prima riflessione del gruppo
è stata quella di pensare che lei stava malissimo perché
facendo la fisioterapista aveva un contatto umano diretto, di pelle, con
i malati. Anche se si sa che il contagio non può avvenire tramite
un semplice contatto cutaneo, questa vicinanza immediata può inizialmente
creare angoscia. Ma la ragazza spiegò che: "No, il problema è
un altro. Lavorando in ortopedia io lavoravo per la riabilitazione, ottenevo
risultati concreti, lavorando in un reparto di malattie infettive ora
lo non capisco più a che cosa servo".
C'è da riflettere
su questo episodio, sulla capacità ma anche sulla difficoltà
di valutare in termini di efficacia il proprio lavoro, la fisioterapista
in questo caso osservava che le persone con cui lavorava non riprendevano
l'uso degli arti, ella non riusciva a valutare l'importanza
di aver contribuito a conservare le capacità residue dei suoi pazienti,
e di conseguenza si sentiva inutile: ma un operatore che si sente inutile
in un servizio che sente inutile, lavora male ed è demotivato.
Svolgo un'altra
considerazione. Se qualcuno è convinto che il tossicodipendente
non sia in grado di intendere e di volere, e che quindi non sia in grado
di compiere delle scelte, sbaglia. Dobbiamo riconoscere al tossicodipendente
delle capacità di scelta, il che vuol dire riconoscergli dei diritti
ma anche delle responsabilità.
Non vi è dubbio
che di fronte a cento opportunità il tossicomane in situazione
di dipendenza, sia in grado di coglierne soltanto cinque o sei; ma comunque
vi è uno spazio di scelta e di assunzione di responsabilità
anche per chi continua a fare uso di sostanze stupefacenti. E le relazioni
che ci giochiamo, ce le giochiamo all'interno di questo spazio.
Quindi in questo contesto
la domanda di fondo è: "È possibile, anche in una situazione
di dipendenza, attivare dei meccanismi che provochino un'attenzione
alla propria salute e alla salute altrui? C'è questo spazio?"
Io credo di sì. Ripeto, pur non intaccando in quel momento la situazione
di dipendenza chimica e psicologica che produce l'assunzione di sostanze
c'è comunque spazio nella relazione, all'interno della
quale noi possiamo attivare delle risorse capaci di sviluppare un'attenzione
verso la propria e l'altrui salute. Se tra gli operatori non c'è
la disponibilità a verificare queste cose rimane pochissimo spazio
per una strategia di riduzione del danno.
A chi si rivolge una
strategia di riduzione del danno? Qui bisogna chiarire una cosa. ossia
non esiste "il tossicodipendente", esistono diverse figure di tossicodipendenti.
Il singolo tossicodipendente nella sua vita attraversa diverse fasi, allora
la strategia di riduzione del danno non è la bacchetta magica,
non è una scelta ideologica, non è qualcosa che va bene
sempre, è solo uno strumento in più che gli operatori hanno
nel loro armamentario, accanto alle psicoterapie, ai trattamenti farmacologici,
ai diversi tipi di comunità. In definitiva è uno strumento
che può essere utile in alcune fasi di vita del tossicodipendente.
Io non vorrei che come
in un certo periodo della storia c'è stato il mito delle comunità,
strumento utile per una fetta di tossicodipendenti, dall'altra parte
adesso si crei il mito della riduzione del danno. È uno strumento
che bisogna saper usare a fianco e in modo integrato con altri strumenti.
A chi si rivolge? Si
rivolge a quei tossicodipendenti che non riescono, non vogliono o non
possono (ognuno usi il verbo che preferisce) uscire dalla dipendenza,
in questo caso eroina.
Oggi
i tossicodipendenti in maggioranza sono popolo sommerso e non sono in
contatto con i servizi; ma sappiamo che soprattutto l'Ente pubblico
deve prendersi cura e tutelare la salute di tutti, non la salute solamente
di coloro che hanno dichiarato di voler uscire dalla tossicodipendenza.
E allora dobbiamo fornire all'Ente pubblico degli strumenti e delle
strategie per coloro che sono disposti ad avere cura della propria salute
ma non sono disposti ad uscire oggi da una fase di tossicodipendenza.
Contrastare
la diffusione dell'HIV
Che cosa significa
concretamente questo? Significa applicare quanto l'O. M. S. dichiara
dal 1986, e cioé che: "Il primo obiettivo in ogni Paese, la più
alta priorità, deve essere rivolta alla prevenzione dell'infezione
HIV tra i tossicodipendenti. Le politiche finalizzate alla riduzione dell'uso
di droga non possono permettersi di pregiudicare le misure da prendere
contro questi rischi". Ossia dobbiamo stabilire una scala di obiettivi
e quindi una scala di rischi; in cima a questa scala c'è la
limitazione della diffusione dei virus HIV. Questo diventa l'obiettivo
primario, le politiche sulle tossicodipendenze negli anni '90 devono
inserirsi all'interno di questa priorità.
Questo non significa
arrendersi, non significa accettare la tossicodipendenza, non significa
nemmeno compiere un primo passo verso forme di legalizzazione. Significa
piuttosto porre al centro dei nostri obiettivi la persona nella sua globalità
e complessità, e quindi la persona per quel che è oggi e
non per quello che sarà tra due o tre anni. Significa prendersi
cura di quella specifica persona che in questo momento non riesce ad uscire
da una dipendenza; significa individuare una strategia di accompagnamento
anche di costui, sapendo che l'obiettivo finale resta quello della
disintossicazione, quello di rompere il circuito di una situazione di
dipendenza. Ma il mio obiettivo è anche quello nell'immediato
di evitare che questa persona contragga o diffonda il virus HIV.
Una ricerca realizzata
dall'Osservatorio Epidemiologico del Lazio ci mostra come almeno
il 50% delle patologie che coinvolgono persone che fanno uso di eroina,
non sono connesse all'uso della sostanza stessa, ma sono connesse
alla modalitá dell'utilizzo della sostanza: parliamo delle
endocardite, delle epatiti che evolvono in cirrosi, delle infezioni da
HIV, delle morti di AIDS. È quindi evidente che anche per chi continua
a far uso di sostanze c'è uno spazio per la salvaguardia della
propria e altrui salute, che è di estrema importanza.
Sono convinto che il
ruolo del SERT e il ruolo delle comunità sia fondamentale, ma non
ho mai visto una comunità salvare un soggetto che sia deceduto
di AIDS.
Per poter sviluppare
percorsi di disintossicazione qualsiasi servizio deve avere un interlocutore
vivo e reperibile; è una banalità ma spesso troppe persona
paiono ignorarla. Inoltre non vi è dubbio che è più
semplice avviare percorsi di disintossicazione proiettati sul futuro quando
una persona non ha ancora contratto il virus dell'HIV.
La
costruzione del consenso nella popolazione
Io vengo
da una Regione dove le prime macchinette scambiasiringhe sono state fatte
saltare in aria. Vengo da una Regione, la Lombardia, dove in questo momento
sul piano politico-istituzionale non sta vincendo il concetto di solidarietà.
In tale situazione mi sono ancor più convinto della assoluta necessità
di illustrare sempre alla popolazione i vantaggi che derivano per tutti,
non solo per i tossicodipendenti, da tali progetti.
Il Ministero della Sanità
afferma che il 50% circa di malati conclamati di AIDS che hanno contratto
l'infezione per via eterosessuale sono stati partner di tossicodipendenti.
Quando parliamo del sommerso, bisogna stare molto attenti a utilizzare
le cifre. Non sono infatti in grado di confermare con precisione tali
dati, ma so sicuramente che i tossicodipendenti in Italia svolgono un
ruolo di ponte verso l'insieme della popolazione, e che se io non
limito la diffusione del virus tra i tossicodipendenti non la posso limitare
nel resto della popolazione.
Allora alla popolazione
inferocita che vuol far saltare le macchinette, a coloro che non sono
d'accordo con questi progetti, a chi dice: "Se son drogati son
fatti loro", proprio a costoro dico "Attenzione a questi progetti, avranno
una ricaduta positiva complessivamente verso la popolazione". Infatti
limitando la diffusione del virus tra i tossicodipendenti ne limiteranno
anche la diffusione per via sessuale in particolare verso la popolazione
giovanile: questa conseguenza va resa evidente ai genitori preoccupati
per il futuro del proprio figlio ventenne. Ugualmente alla signora più
giovane preoccupata perchè il proprio figlio rischia di infettarsi
bucandosi con la siringa gettata a terra lo rispondo "Questo progetto
avrà come obiettivo anche quello di ridurre il numero delle siringhe
per terra". Noi sappiamo che questa via di trasmissione dell'HIV
è minima, (le ricerche affermano che il rischio di trasmissione
con una siringa contenente sicuramente il virus HIV in ambito ospedaliero
è dello 0,4% su ogni puntura accidentale) ma sappiamo anche quanto
sia necessario contrastare l'immaginario, le ansie e le paure anche
se scientificamente infondate.
Intendo
dire, che devo essere in grado di creare attorno a questi progetti un
ampio consenso da parte dell'insieme della popolazione, spiegando
che simili esperienze producono un vantaggio per tutti.
Riduzione
dei costi sociali
Prima di passare
alle diapositive io vi vorrei proporre un'ultima riflessione. Dentro
questi progetti a mio parere, noi dobbiamo saper realizzare un percorso
molto molto difficile, un incontro tra due tipi di culture diverse.
La cultura che almeno
sicuramente anima questa casa che ci sta ospitando e in cui siamo introdotti
anche noi è la cultura della solidarietà, è la cultura
della condivisione, è la cultura del rispetto della persona che
quotidianamente fa più fatica nella sua vita, sulla sua strada.
C'è invece
una cultura più pragmatica che viene dal nord Europa: è
una cultura che pone al centro la riduzione dei costi sociali noi operatori
socio sanitari che operiamo nel campo della tossicodipendenza non siamo
abituati ad agire considerando prioritari simili riferimenti. A Liverpool,
a Edimburgo, in Olanda, in Canada, in Belgio, quando vengono presentati
progetti simili il primo lucido illustra sempre l'obiettivo della
riduzione dei costi sociali, dei furti, delle rapine e i vantaggi che
quindi ricadono sull'insieme della società.
Noi
non siamo ancora abituati a ragionare in questo modo. Penso però
che sia tempo che impariamo, non ad assumere quella come unica logica,
ma ad assumere anche questi riferimenti. Nelle strategie di riduzione
del danno è importante anche ottenere la riduzione dei furti e
degli attentati al patrimonio. Simili risultati facilitano la convivenza
civile e quindi possono diminuire quella che è la divisione, la
distanza tra la comunità sociale e il tossicodipendente; possono
quindi limitare anche le forme di stigmatizzazione sociale.
Un'esperienza
territoriale
Quindi la strategia
della riduzione del danno è un progetto tra altri progetti, uno
strumento integrato con altri strumenti. Ovviamente quello che io proverò
a mostrarvi adesso non è la proposta che io rivolgerei a fare ad
un tossicodipendente di 16 anni che da sei mesi fa uso di eroina. Con
lui sono altri gli strumenti che utilizzo. Allora vediamo le diapositive.
L'esempio che illustro
è la prima esperienza di unità mobile che abbiamo realizzato
a San Giuliano Milanese, è un'esperienza avviata dopo aver
osservato, nelle nazioni che ho prima citato, come procedono simili progetti.
L'abbiamo adattata alla nostra cultura. È un progetto integrato
che ha prodotto un modello al quale si sono ispirati, ognuno nella sua
autonomia, le esperienze che successivamente hanno avviato interventi
da strada anche nelle grandi città.
È un progetto
pilota finalizzato al contenimento dell'infezione da HIV per il Comune
di San Giuliano Milanese.
Mi limiterò qui
ad illustrare l'origine e gli obiettivi del progetto stesso. Chi
desiderasse il report finale con un'analisi puntuale dei risultati
e della metodologia lo potrà chiedere alla sede nazionale della
LILA.
Prima questione importantissima:
deve essere chiaro l'obiettivo che noi ci poniamo. Solo una dichiarazione
esplicita dell'obiettivo iniziale può permettere uno studio
d'efficacia relativamente al raggiungimento dell'obiettivo stesso.
L'obiettivo è estremamente parziale: è il contenimento
della propagazione dell'HIV tra i tossicodipendenti. Quindi andremo
a verificare il successo di questo progetto, non sul percorsi di disintossicazione,
ma attraverso l'analisi di quanto in questo periodo saremo riusciti
a rallentare la diffusione dell'HIV.
Seconda riflessione.
Da chi è stato finanziato? L'ha finanziato la Provincia di
Milano. Un Ente Istituzionale: questo fatto è risultato estremamente
importante. Il finanziamento è arrivato dopo un dibattito con un
voto unanime dei 13 gruppi politici che siedono nel Consiglio Provinciale
di Milano. Ciò ha reso fortissimo questo progetto nel rapporto
con le altre istituzioni, perché non aveva lati politicamente scoperti.
Chi l'ha realizzato?
Due associazioni. La LILA e la Cooperativa "Nuova" di San Giuliano Milanese.
Una cooperativa che è insediata da anni e anni in quel territorio,
che gestisce servizi a bassissima soglia e lavora con tossicodipendenti,
anche con coloro che non accettano direttamente percorsi di disintossicazione.
La Lila ha svolto invece un ruolo di informazione e di supervisione. Ha
inoltre collaborato il Comune di San Giuliano Milanese.
Tutta la prima fase
del progetto è stata incentrata sulla costruzione del consenso.
Dal momento in cui l'istituzione competente ha deliberato l'avvio
del progetto, i primi 5 mesi sono stati finalizzati a illustrare alla
gente che cosa avremmo realizzato. Non sarebbe stato assolutamente possibile
avviare il lavoro dell'unità mobile senza aver precedentemente
informato la popolazione e aver cercato di costruire un consenso attorno
al progetto stesso.
Si è così
lavorato caseggiato per caseggiato per spiegare alle diverse persone che
questo progetto è utile anche a loro. La costruzione del consenso
passa anche attraverso i rapporti con le istituzioni presenti: le parrocchie,
gli enti locali, i punti di animazione. Per questi obiettivi il ruolo
del Comune è stato importante. Il Sert ha dovuto assumere alcune
precise scelte quali: abbassare la soglia di accesso al servizio, ridisegnare
i tempi dei programmi di disintossicazione, avviare percorsi di mantenimento
metadonico integrati con progetti di sostegno psicosociale. Quindi la
prima cosa importante è stata l'integrazione tra queste strutture.
Gli obiettivi comuni
e prioritari erano ovviamente il contenimento della diffusione dell'HIV,
dell'epatite B e C tra i tossicodipendenti. Ed è su questi
obiettivi che a tre anni di distanza abbiamo potuto verificare l'efficacia
di questo progetto.
