
C. Lio
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Fino agli inizi degli
anni '70 le tossicodipendenze e l'alcolismo costituivano
un ambito di intervento di chiara pertinenza medico-psichiatrica.
Il distacco dalla psichiatria è avvenuto grazie ad un provvedimento
legislativo - la Legge 685 del 1975 - in seguito al quale nel settore
delle tossicodipendenze si sono consolidate due diverse modalità
di intervento: una prettamente medica, basata soprattutto su trattamenti
farmacologici di disintossicazione, ed una socio-psicologica, per
lo più condotta dalle comunità terapeutiche e dalla
rete delle varie Anonime, che invece escludevano quasi totalmente
la possibilità di trattamenti farmacologici durante lo svolgimento
dei programmi.

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Nel 1990 la Legge 162,
assegnando ai Ser.T. il coordinamento di tutti i trattamenti per i
tossicodipendenti, ha determinato una rigida separazione (sia amministrativa
che finanziaria) dai nuovi servizi psichiatrici impedendo così,
nella maggior parte dei casi, di studiare ed affrontare un problema,
quello della doppia diagnosi - altrimenti definita "comorbilità"
o doppia patologia - che negli ultimi anni sta avendo grande rilevanza.
Ciò che si è osservato
è infatti che l'utenza dei "dipendenti" sta
sempre più modificandosi, evidenziando spesso correlazioni
cliniche e psicosociali tra l'uso/abuso di sostanze stupefacenti
(o alcoliche o farmacologiche) e le varie forme di disturbo/malattia
mentale. Non è certamente un caso che l'esplodere dell'attenzione
sul fenomeno doppia diagnosi avvenga in un momento storico in cui
è già profondamente modificata la tipologia del "dipendente":
non più e non solo il tossicodipendente classico (da eroina),
ma anche tutta l'utenza, giovanile e non, legata alle cosiddette
"nuove droghe" (i cui effetti non sono ancora del tutto
conosciuti), il differenziarsi delle modalità di assunzione,
dei luoghi identificativi con la trasgressione, le nuove culture giovanili,
ecc.
A voler schematizzare, è
possibile definire pazienti con doppia diagnosi quei soggetti in cui:
- il disturbo psichiatrico è
primario (o preesistente) e l'abuso/dipendenza da sostanza secondario;
- il disturbo da abuso/dipendenza
da sostanza è primario ed il disturbo psichiatrico secondario;
- entrambi i disturbi, psichiatrico
e da abuso/dipendenza, sono primari.
Addirittura si parla di "tripla
diagnosi" per quei soggetti che hanno anche sviluppato infezione
da HIV.
Naturalmente spesso non è
affatto semplice delineare quale sintomatologia sia preesistente e
più rilevante. Senza dimenticare la tendenziale difficoltà
da parte di tali soggetti non solo a riconoscere consapevolmente la
propria problematica psichiatrica, ma anche ad accettare in generale
il ricorso alle terapie.
L'area della doppia diagnosi
è costituita da disturbi di tipo psicotico, di tipo nevrotico
ed infine da gravi disturbi di personalità. In questi casi
i soggetti mostrano un'esperienza interiore ed un relativo comportamento
che deviano significativamente rispetto alle aspettative sociali e
culturali di appartenenza, compromettendo a vari livelli le aree funzionali
della vita di ciascuno: attività personali, lavoro, socialità
e relazioni.
In Italia, come negli Stati Uniti,
solo negli ultimi quindici anni il problema della doppia diagnosi
è diventato uno dei punti cruciali del dibattito culturale
psichiatrico, anche se gli studi in merito sono ancora pochi. Per
questa nuova tipologia di utenza si è cercato di dare delle
risposte diversificate di intervento utilizzando gli strumenti già
in possesso e cercandone di nuovi.
Anche sui versanti dell'intervento
pubblico e del privato molte cose stanno cambiando: spesso negli stessi
Ser.T. lavorano operatori che hanno una formazione psichiatrica e
sono quindi portati ad impostare in tal senso la loro pratica, così
come sono sempre più frequenti le prese in carico globali da
parte dei Ser.T. e dei Servizi di Psichiatria dello stesso Dipartimento.
Anche nelle comunità pubbliche e private si cominciano ad accettare
pazienti psicotici e ad ammettere l'uso di psicofarmaci durante
il trattamento riabilitativo.
È necessario dunque riconoscere
la necessità di attivare metodologie operative nuove: sperimentare
un lavoro integrato (Ser.T., Servizi psichiatrici e comunità)
e prevedere un confronto ed una formazione incrociata fra gli operatori
dei vari servizi, al fine di assicurare un trattamento più
attento ai bisogni della persona e, presumibilmente, più efficace.
Probabilmente resta inevitabile
doversi scontrare con certi pregiudizi ancora troppo radicati: non
solo nella classe medica italiana, per la quale l'utilizzo di
sostanze non per scopo terapeutico è stigmatizzata moralisticamente
come una perversione o come un problema sociale, ma anche in quanti
ancora coltivano un atavico terrore nei confronti della malattia mentale.
