
Per non
togliere più nulla alla vita, nell'impegno e nel protagonismo
della persona sieropositiva potrebbe significare almeno tre cose.
La prima. Presidiare,
difendere o conquistare, le aree dei diritti umani, tra cui quelli
alla salute e all'integrazione sociale, oggi ancora deboli per
le persone sieropositive e malate di aids.
Seconda. Costruire,
creare e tessere, scambi, intese, collaborazioni tra terre di confine
(borderlands), quali i territori della malattia e i territori della
cura, della socialità, del lavoro, delle culture, non facendosi
confinare nei ruoli di malato e di diverso e di pericoloso.
Terza. Volare alto
con le convinzioni personali, per ascoltare e scoprire il senso che
proviene da ciascuna esistenza umana, e per sentire nel profondo la
vita che ci viene elargita ogni giorno.
Per questo ora interrogherò
una persona che nella storia della sua vita e della sua sieropositività
ha deciso di scegliere la visibilità sociale, in cui dire i
significati della sua vita e trasmettere voglia e impegno di solidarietà.
Caterina è un'amica di tante battaglie per la tutela e
la diffusione dei diritti sociali. Si rende disponibile, davanti a
tutti voi, a rispondere ad alcune domande che io ho preparato per
questa intervista "live". Ad esse lei sa che può
rispondere oppure no, o considerarle in duplice veste: ad alcune potrà
reagire personalmente, ad altre anche a nome del gruppo del progetto
Symbios, all'interno del quale si è confrontata parecchio,
dirigendo lei un gruppo di auto aiuto formato da persone sieropositive
al virus hiv.
Di
fronte alle
nuove terapie
Nel
"giro" delle persone sieropositive come avete appreso la
notizia sulla mutazione dell'aids, per cui sembra che da malattia
ad esito infausto si stia tramutando in una malattia cronica? In maniera
euforica o con sospetto? Come vi siete rapportati alle notizie sulla
"curabilità" della malattia, dopo tanti anni in cui
vi siete rapportati ad essa in maniera tragica?
La notizia
è stata appresa su due fronti. Mi spiego. Se da una parte esiste
la curabilità, e questo ci ha dato speranze grandissime, dall'altra
anche esiste un subbuglio dentro di noi, perché si sa benissimo
a che cosa si va incontro prendendo certi farmaci. Certamente non
è acqua fresca prendere questi farmaci ... che si può
avere tanti effetti collaterali.
Tra noi persone sieropositive ci siamo confrontati tantissimo a proposito
dei farmaci. Abbiamo chiesto aiuto ad un infettivologo, che ci spiegava
alcune cose durante i nostri incontri di autoaiuto, perché
parecchie persone non erano convinte di prendere questi farmaci. Ci
chiedevamo anche: ma io poi, una volta che sto bene, posso interrompere
la malattia? A questo punto di domanda, a queste cose purtroppo ancora
nessuno ci sa rispondere, cioè a cosa andremo incontro un domani.
La
percezione del "guarire" o del cominciare a guarire da parte
di altri, come i medici delle commissioni per l'accertamento
delle invalidità, ecc, come si riversa sulle provvidenze previste?
Sulle pensioni? Sui ticket, sui farmaci, ecc? Che effetto hanno fatto
i mass media quando hanno riportato affermazioni di alcuni personaggi
importanti dello sport o dello spettacolo che in seguito alle nuove
cure hanno gridato alla guarigione?
Certo è accaduto qualcosa. Con l'avvento delle nuove
terapie si sta bene, e quindi le commissioni mediche per l'accertamento
dell'invalidità civile fanno le loro diagnosi in base
a dei parametri. Hai dei linfociti alti al di sopra dei 200 ed allora
non hai diritto alla pensione; ce li hai al di sotto dei 200 ed allora
hai diritto alla pensione. In effetti questo è un controsenso
perché anche se stai benino però i problemi esistono
e si fanno sentire. Quindi abbiamo riscontrato parecchi problemi da
questo punto di vista.

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Quali
riflessi sulla prevenzione hanno avuto in Calabria e in Italia le
nuove cure? L'attenzione personale e quella generale a che livello
si colloca? Le persone con l'infezione o con la malattia, questo
discorso del "ci si può curare meglio" come la ha
portate a pensare e a comportarsi riguardo al tema della prevenzione,
secondo te?
A questo posso rispondere anche a livello di gruppo. Cioè,
anche tra di noi, questo ha abbassato tantissimo i livelli di prevenzione.
Direi tanto. Le frasi che circolano sono del tipo: "Io non sono
più un soggetto che infetto e non uso più il profilattico",
oppure "perché mi devo negare dei momenti quando oggi
ci sono questi farmaci, e domani ce ne possono essere degli altri
migliori", ed andiamo avanti così. Questo ha abbassato
tantissimo i comportamenti che portano prevenzione dell'infezione
e dell'aggravio della malattia.
I dati diffusi riguardanti il contenimento dell'infezione
e della malattia, li ritenete incoraggianti, esaustivi, o ancora incompleti?
Come se ne discute nel gruppo? Si parla di successo o di fallimento?
E per gli adulti? Per i piccoli? Per le donne sieropositive in gravidanza?
Attraverso i nuovi farmaci abbiamo percepito questa "curabilità"
in maniera molto confusa. Perché se nei primi due anni chi
stava benino con i nuovi farmaci purtroppo in quest'ultimo periodo
si sta assistendo ad un calo dello star bene. Si sono create delle
resistenze in alcune persone, e quindi crea un po' di scompiglio
questa cosa, ci sono parecchie persone che hanno provato tutte le
terapie che ci sono in commercio, e dicono: "Ora cosa faccio,
ora cosa prendo"?
Una domanda che richiede una risposta nel rispetto della privacy
dei medici, dei vostri medici. Ci puoi dire qual è l'opinione,
la sensazione dei malati sull'aggiornamento dei medici calabresi
riguardo i nuovi farmaci e sulle loro interazioni?
Mah, almeno per quanto riguarda il nostro gruppo, ci sentiamo curati
bene. In alcuni Centri ci sentiamo curati bene, e li riteniamo persone
abbastanza aggiornate. Purtroppo a volte lo viviamo più noi
il problema perché c'è quell'ansia di sapere
... di trovare risposte certe, però purtroppo queste non
ce le può dare nessuno.
Quindi c'è una sostanziale fiducia?
Fiducia. Sì.
Quando
a curarsi è una persona dipendente da sostanze stupefacenti
Si
sa invece che chi è tossicodipendente si cura male. E come
ci si prende cura di lui, rispetto alla sieropositività? Gli
propongono la terapia? Quali notizie si hanno dal giro del consumo
delle sostanze stupefacenti al riguardo?
Per quanto
riguarda la persona tossicodipendente penso che - almeno io parlo
per come vedo io le cose - il problema è più per il
tossicodipendente che per il medico. Il medico propone, propone sempre,
poi sta alla persona se si vuole curare o meno ... Però
io su questo punto vorrei fare un piccolo inciso, dire che ci dovrebbe
essere collaborazione, un po' più di collaborazione in
più tra strutture, tra comunità terapeutiche e ospedali.
A volte ho assistito a dei casi di persone che magari essendo in comunità
terapeutica, sono in una fase di disintossicazione, però siccome
il tossicodipendente è nella sua natura che approfitta sempre
della situazione, chiede degli psicofarmaci anche in ospedale, ed
il medico, a costo di sedare il paziente e metterlo a letto, glieli
dà, e non vede tutto quello che sta dietro alla persona. Questo
avviene ed è una cosa un pochino spiacevole.
Diamo per scontato che dopo tanto tempo e tante battaglie nei reparti
di Malattie Infettive il ricovero di una persona sieropositiva o malata
di aids funzioni bene. La mia domanda ora riguarda gli altri reparti
ospedalieri. Quando una persona sieropositiva viene ricoverata nei
reparti di medicina, di chirurgia, quando giunge al pronto soccorso
o in altre strutture sanitarie, cosa succede con i medici?
Cosa succede con gli infermieri, cogli altri pazienti, coi loro parenti
... ?
Succede un casino. Innanzitutto perché per qualsiasi intervento
che si deve fare sulla persona sieropositiva, ti prendono sempre per
ultimo, e non vai come vanno tutte le altre persone, come se le precauzioni
si devono usare solo per quanto riguarda la persona sieropositiva,
ma solo perché chi sta dentro lo sa, ma se una persona volesse
andare da esterna, non succederebbe la stessa cosa penso, no? E qui
succede sempre il grande casino ogni volta, perché solo se
viene passata da interno, cioè da reparto a reparto, ma succede
sempre un casino.
Altro
che strutture di
ricovero
Le
organizzazioni delle persone sieropositive, come cinque anni fa, chiedono
ancora che vengano costruiti i reparti di malattie infettive allora
previsti e finanziati?
Secondo
il mio punto di vista, l'intervento si dovrebbe dislocare, più
che per gli ospedali, sulle altre cose. Mi spiego: più per
l'assistenza domiciliare, per l'assistenza extraospedaliera
ecco, e premere un pochino di più proprio per valorizzare la
persona. Purtroppo, anche qua in Calabria, noi assistiamo ad un grande
pendolarismo di chi è sieropositivo: penso che tutti sappiamo
che gran parte di quelli che abitano sulla fascia jonica si curano
a Catanzaro. Purtroppo una persona perde una giornata di lavoro, per
andare a Catanzaro ci mette una giornata per arrivare, quindi perde
sia lavoro e tempo. Perché non fare qualcosa sul posto, proporre
un day hospital? Tanto è un prelievo di sangue che deve fare!
Cioè, secondo me l'intervento va un pochino dislocato
...
Perciò, il fatto di richiedere i reparti di ricovero, che
vengano costruiti laddove era stato previsto cinque anni fa e per
i quali è pur accantonato un finanziamento, non accalora più
nessuno. Andiamo sul territorio. Tu, o il tuo gruppo, avete il polso
di cosa avviene nella gestione dell'assistenza domiciliare ai
malati di aids? Avete qualche suggerimento da dare alle ASL e ai gruppi
di volontariato che operano?
Sì. Per le persone che magari ne hanno realmente bisogno,
piuttosto che ricoverarsi solo per andare ad attaccare la flebo, sprecare
tutto quel tempo là ... oppure per chi si trova solo ed
ha bisogno di compagnia e di amicizia, o per chi è da accompagnare
da qualche parte, a sbrigare le pratiche ... o ad aiutare a fare
le faccende di casa quella persona che è impossibilitata a
muoversi, potrebbe essere una soluzione l'assistenza domiciliare
piuttosto che niente o dover andare in ospedale.
Entriamo nel capitolo "carceri". Le carceri della Calabria
e i problemi della tutela della salute, del non aggravamento della
malattia. In carcere i detenuti fanno la cura combinata?
Stando alle ultime notizie sono pochissimi i detenuti che accedono
alle cure, e si devono ritenere pure fortunati, perché a volte
capita anche che stanno mesi e mesi senza che gli venga interrotto
il trattamento. Come tutte le carceri, anche qua in Calabria succede
la stessa cosa.
Anonimato, visibilità
e impegno in Calabria
"Anonimato"
e "visibilità" sono due parole chiave dei discorsi
delle aggregazioni delle persone sieropositive. Nella LILA se ne parla
spesso. In Calabria quale dei due aspetti viene privilegiato dalle
persone sieropositive? Perché?
L'anonimato.
In Calabria molti di noi scelgono l'anonimato perché purtroppo
viviamo in una realtà che è un pochino strana. Se è
una ragazza che vive il problema della sieropositività, se
si viene a sapere in giro, c'è la mentalità di
dire che sei stata una donna di strada, oppure hai condotto uno stile
di vita poco corretto. Per un ragazzo ti ghettizzano dicendo che sei
un tossicodipendente. E quindi si preferisce vivere nell'anonimato,
però è una questione di mentalità, di cultura.

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Si
sa che le aggregazioni, i gruppi, la folla, hanno qualcosa di psicosomatico:
cioè al loro interno si scatenano influenze reciproche tra
le tre sfere: fisica, psichica e mentale. Io faccio una confessione
pubblica: io vi spio, e noto che quando un componente è euforico
porta euforia al gruppo, quando è depresso porta ansie e depressione.
Tu noti questi trascinamenti "di gruppo"?
Oggi, nei nostri discorsi, emerge spesso il discorso del lavoro.
Dire: "Io sto bene, posso prendere la mia pilloletta, me la porto
in tasca". Oggi non si fa altro che dire di andare a lavorare,
di avere un inserimento lavorativo. A noi interessa quanto si vive
e come si vive. Le influenze tra il fisico, la psiche e la mente sono
piuttosto concrete. Come faccio a dire che sto bene, se poi non ho
i tempi per curarmi bene, se non ho i soldi per andare a comprarmi
da mangiare? E poi c'è sempre il chiodo fisso: da una
parte io sto bene, quindi essere allegri, euforici, avere progetti
per la vita ... dall'altra, chissà dove andremo a finire
... c'è sempre la paura, si vive ... purtroppo dati
certi non ne abbiamo.
Nel secondo decennio dell'aids sono evoluti di parecchio molti
aspetti sanitari, essi però rimangono tutti da "gestire":
come farà il tossicodipendente "di strada"? Come
farà chi lavora in luoghi dove gli orari non gli consentono
i tempi della cura?
Certamente per il tossicodipendente, la nostra esperienza ci dice
che non è facile sapersi gestire una cura, innanzitutto per
il numero delle pastiglie che deve assumere, per il tipo di alimentazione
che deve fare ... comunque io penso che poi non è così
nera la cosa. La nostra esperienza ci insegna che non c'erano
delle persone che volevano saperne di terapie di disintossicazione,
di nessuna cosa volevano saperne: "Basta, a me non interessa,
il mio chiodo fisso è solo l'eroina punto e basta!"
Invece non può bastare così, perché ci dovrebbero
essere delle cose per far crescere le persone, dei punti di ritrovo,
una informazione corretta, uno spazio per decidere, anche se si è
tossicodipendenti.
Episodi di estromissione dal posto di lavoro, di licenziamenti
striscianti, di messa al bando dal posto di lavoro per le persone
sieropositive e malate di aids come avvenivano alcuni anni fa, si
stanno ripetendo?
Sì.
Dopo tante domande sui diritti, l'ultima è sui doveri.
Ritieni che nell'immaginario e nelle pratiche di vita delle persone
sieropositive esista forte o debole la tematica sulla crescita dei
propri doveri?
I doveri della prevenzione verso sé stessi e verso gli
altri sono un po' in ombra. Sono più evidenti i doveri
di rappresentare e sostenere le proprie specificità - come
il significato della malattia, dell'omosessualità - ...
insomma, siamo più a tutelarsi che a mettere in pratica il
dovere di scambiare solidarietà.