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Di
che stiamo parlando?
Sebbene le dipendenze
principali e più conosciute siano quelle relative alle droghe,
esiste un altro gruppo di dipendenze legate a oggetti o attività
non chimiche.
In questi ultimi anni
si parla sempre più spesso delle cosiddette nuove dipendenze
o, per usare un termine inglese, delle "new addictions", cioè
di quei comportamenti socialmente accettati, tra i quali la dipendenza
dal gioco d'azzardo, da internet, dallo shopping, dal lavoro, dal
sesso, dal lavoro e dalle relazioni affettive, che, ripetuti ossessivamente,
fino all'estremo o in modo continuamente vano e insensato, smettono
di svolgere il loro ruolo sociale per schiavizzare l'essere umano.
Tali forme di dipendenza pur non comportando l'uso di sostanze
psicoattive, hanno effetti che sono altrettanto preoccupanti ed a volte
persino devastanti.
Comprare duecento
paia di scarpe, passare ore e ore davanti al computer comunicando con
sconosciuti, senza rendersi conto del tempo che passa. Ma anche rimanere
in ufficio ben oltre l'orario di lavoro, o rovinarsi la vita per
il videopoker, essere ossessionati dall'attività fisica
e sportiva. Sono solo alcuni esempi di persone che hanno perso il senso
della misura e che, anche se non riescono ad ammetterlo, sono "malate".
Annullano la propria vita e quella degli altri.
Il problema vero sembra
essere quello di come riempire l'esistenza. Queste nuove forme
di dipendenza sono in espansione e mettono radici su incertezze, immaturità,
false speranze, sicurezze apparenti. Ci rivelano chiaramente che le
trasformazioni della nostra epoca hanno determinato cambiamenti significativi
negli stili di vita individuali e collettivi generando, accanto a nuovi
benesseri, anche falsi bisogni e nuove inquietudini. Uomini, donne,
giovani e adolescenti, super-impegnati, costretti a vivere situazioni
sociali, affettive e lavorative di ambizione, di immagine, di efficienza,
spesso in realtà sono persone fragili. Il mondo esterno ci schiaccia
con richieste insistenti, sostanzialmente ci induce alla ricerca della
gratificazione immediata e all'eliminazione di stress, vuoto e
noia. Siamo indotti a costruire false immagini di noi stessi per poter
stare al passo con i tempi. E se non ci riusciamo abbiamo a portata
di mano ricette pronte e falsi conforti.
Queste dipendenze
non causate da sostanze sono molto insidiose perché meno riconoscibili
e meno trattabili con mezzi terapeutici. Le persone colpite sentono
una vera e propria schiavitù fisica e sintomi precisi: senza
la loro "droga" avvertono nausea, mal di testa, senso di vertigine,
vomito, sviluppano aggressività, ansia ed atteggiamenti patologici.
"Dipendenza"?
Ma cosa significa
"dipendenza"? Dipendere significa avere bisogno, necessità,
di qualcuno o qualcosa per soddisfare una propria esigenza vitale: un
benessere fisico o un equilibrio psicologico. Esistono dunque sia dipendenze
sane che dipendenze patologiche. Sane e naturali sono, ad esempio, la
dipendenza dall'aria, dall'acqua, dal cibo, dalle relazioni
sociali, dagli affetti familiari, dalla vita spirituale, nella misura
in cui tutto ciò ci consente di poter vivere e accrescere la
nostra interiorità.
Patologiche sono quelle
dipendenze che, viceversa, diminuiscono o annullano il controllo su
noi stessi, compromettendo gravemente la qualità della nostra
vita e quella altrui. Tali dipendenze causano una perdita di controllo
sulla capacità di scegliere, di saper dire no. Di questo tipo
sono le dipendenze da sostanze e da oggetti (alcool, droghe, farmaci,
beni di consumo), le dipendenze da persone (genitori, parenti, partner
amorosi o sessuali, capi carismatici) o da situazioni (sesso, trasgressioni,
eccessi, ecc.).
La dipendenza patologica
s'instaura quando si ricorre sistematicamente ad esperienze fuori
dall'ordinario, stordenti o eccitanti, per evitare ansia, panico
o depressione, per riuscire a mettersi in relazione con gli altri, per
provare emozioni significative nei confronti della realtà o di
se stessi, per mantenere un equilibrio psicofisico, per sentirsi all'altezza
delle situazioni di vita e di lavoro.
Attenzione, però:
non bisogna confondere una intensa attività o un uso intenso
e smodato con la dipendenza: colui che sa comunque "gestire"
i propri eccessi non è un dipendente, anche se è esposto
a diventarlo.
Come facciamo a capire
che siamo "dipendenti" da qualcosa o qualcuno?
Alcuni atteggiamenti
che possono indicarcelo sono: l'impossibilità a resistere
all'impulso di mettere in atto un certo comportamento; una sensazione
crescente di tensione prima dell'inizio dell'atto e di perdita
di controllo durante; ripetuti tentativi di ridurre o abbandonare il
comportamento; reiterazione del comportamento nonostante la consapevolezza
che lo stesso possa causare o aggravare problemi di ordine sociale,
finanziario, psicologico o psichico; agitazione o irritabilità
in caso di impossibilità a dedicarsi al comportamento.
Nel linguaggio
comune si tende a non far distinzione tra indipendenza e autonomia.
Molti individui sono indipendenti, fisicamente, praticamente, materialmente,
ma non sono autonomi interiormente. Possono anche vivere da soli, essere
in grado di mantenersi economicamente, ma non hanno fondato le radici
in loro stessi. Continuano a mantenere gli altri come riferimento costante,
a dipendere dal loro giudizio e dalle loro prestazioni, a ritenere indispensabili
la loro presenza e il loro appoggio.
"L'amo da
morire!", è una frase che abbiamo sentito forse centinaia
di volte. Ma è vero che si può "morire d'amore"?
I francesi, un tempo, lo chiamavano amour fou, amore folle. Oggi, gli
anglosassoni lo chiamano love addiction, ossia dipendenza amorosa o
affettiva.
Esistono persone,
soprattutto donne ma sempre più anche uomini, che vivono la dedizione
d'amore fino al limite estremo: sopportano sacrifici, angherie,
maltrattamenti, si annullano per l'amato fino a "morirne",
non sempre solo in senso figurato.
L'amore può
dunque essere considerato una psicopatologia? Ebbene, se la finalità
dell'amore non è la crescita dell'Io o dell'amore
stesso, ma piuttosto l'autodistruzione, abbiamo il diritto e anzi
il dovere di parlare di una psicopatologia.
La dipendenza affettiva
patologica nasce da una bassa stima di sé, da una mancata maturazione
del sentimento di dignità e di valore personali, che possono
derivare sia da esperienze infantili negative, sia da un giudizio morale
riguardo a se stessi rigido e persecutorio, di tipo depressivo, più
o meno nascosto.
La ricerca inesausta
di conferme dall'Altro proviene dall'incapacità di
darsele da sé queste conferme. L'Altro diventa così
lo specchio e il nutrimento dal quale finiamo col dipendere.
Una relazione affettiva
così fondata si basa su una disparità di fondo, che alla
lunga non farà che creare malessere.
Una relazione equilibrata
è quella in cui l'intimità è reciprocità,
è mutuo riconoscimento disinteressato che rende possibili rapporti
destrumentalizzati, fondati sulla gioia di dare gioia; è scelta
di donarsi. Si raggiunge se si è raggiunta una forte autonomia
personale, che consenta di esporsi nella relazione per quello che si
è, con le proprie debolezze, senza necessità di controllare
l'altro.
Amare significa riconoscere
l'altro, la sua identità, il suo spazio psicologico vitale,
la sua unicità; una reciproca comprensione che permette di regolare
le distanze e di rispettare i confini dell'altro.
Senza dubbio l'amore
dovrebbe essere generoso, per sua natura, ma nello stesso tempo dovrebbe
poter essere anche sanamente egoistico. Non c'è errore di
prospettiva più deformante e dannoso che far dipendere il nostro
benessere, la nostra stabilità affettiva e la realizzazione delle
nostre aspirazioni da un'altra persona, fosse quella che più
amiamo al mondo. Se poi il rapporto si logora e si spezza, la persona
maggiormente coinvolta dovrà fare i conti non soltanto con il
fallimento di un progetto che aveva colmato il senso della sua vita,
ma anche con il deserto che l'assenza di investimenti alternativi
gli ha creato intorno.
Abbandono e solitudine
sono spauracchi sempre in agguato e diventano validi pretesti per lasciarsi
ricattare affettivamente.
La dipendenza patologica
da una persona assomiglia a tutte le altre forme di dipendenza, stessi
comportamenti compulsivi, stessa degradazione, stesso terrore delle
crisi di astinenza, stessa mortale solitudine.
La verità è
che in ambito affettivo è più difficile smontare che costruire.
È più difficile smettere di amare che innamorarsi. Ed
è più difficile sciogliere i legami di dipendenza emotiva,
anche quelli che non arrecano benessere, che crearne di nuovi.

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La nozione
di dipendenza sessuale a volte è confusa con la normale positiva,
piacevole ed intensa sessualità goduta con il proprio partner
o con la semplice alta frequenza dei rapporti sessuali. Alcune persone
vivono degli eccessi sessuali, ma sono comunque in grado di controllarli
e sanno valutare adeguatamente le situazioni in cui vengono a trovarsi.
I dipendenti sessuali,
invece, hanno perso il controllo sulla loro capacità di dire
no. Invece di approcciarsi alla sessualità come gioco, relazione,
comunicazione, scambio di piacere, momento privilegiato dell'intimità,
la vivono in modo ossessivo, relazionandosi ad essa per confrontarsi
con il dolore, prendersi cura di sé, rilassarsi dallo stress.
Tale ossessione trasforma il sesso nella componente primaria della loro
vita per la quale tutto il resto viene sacrificato, inclusi la famiglia,
gli amici, la salute, la sicurezza ed il lavoro.
Il loro comportamento
sessuale è parte di un ciclo di pensieri, sentimenti ed azioni
che non riescono più a controllare. Il dipendente sessuale instaura,
così, una relazione distorta con la realtà, in grado di
modificargli l'umore con le cose e con le persone. Progressivamente,
passa attraverso fasi nelle quali si allontana dagli amici, dalla famiglia
e dal lavoro. La sua vita segreta diviene più reale di quella
pubblica, sebbene a causa di questa doppia identità sperimenti
potenti sentimenti di vergogna.
Secondo alcune ricerche
poco più della metà dei dipendenti sessuali commetterebbe
con alta frequenza reati a sfondo sessuale.
Il prototipo del dipendente
sessuale è di sesso maschile, tra i 36 ed i 50 anni, residente
al nord Italia, con un basso livello d'istruzione, separato o vedovo.
L'uomo, infatti, è più esposto delle donne ai continui
e martellanti stimoli sessuali che i mass-media impongono, proponendo
figure femminili sempre più provocanti.
L'euforia prodotta
dall'atto sessuale dura tanto quanto il rito sessuale. Ma subito
dopo l'atto sessuale i dipendenti si sentono inebetiti, tristi,
in colpa. Cessato l'orgasmo, queste persone sperimentano sentimenti
di intensa disperazione e di odio nei propri confronti. La pressione
esercitata dai loro pensieri negativi e i sentimenti di rimorso, vergogna
e odio verso se stessi li portano al punto di ricercare il sollievo
in modo assolutamente necessario. Come gli alcolisti cercano sollievo
nel bicchiere, così i dipendenti sessuali lo cercano nel sesso
e nel piacere che questo fornisce loro, stabilendo così il circolo
vizioso di questa malattia che alla fine rende le loro vite impossibili
da gestire.
Come conseguenza diretta,
il soggetto che soffre di dipendenza sessuale può sviluppare
disfunzioni sessuali, malattie sessualmente trasmesse o disturbi quali
ulcera, pressione alta, calo delle difese immunitarie, esaurimento fisico
o disturbi del sonno.

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L'interesse
per gli sport estremi e le attività rischiose tra i giovani sembra
essersi sviluppato molto tra gli anni '80 e '90, fino ad arrivare
ai giorni nostri, in cui sempre più ragazzi sono attratti dalla
sfida contro i propri limiti fisici e le paure o contro quelli della
natura: il vuoto, l'altezza, le rapide, il vento e la velocità.
Quando si parla di questi temi il pensiero va subito a quella fascia
di giovani, il cosiddetto "popolo della notte", in cerca dello
sballo continuo. In alcuni casi si parla anche di "baby gangs",
gruppi dediti a piccole attività delinquenziali, in cui l'età
dei componenti va dai 12 ai 24 anni e in cui si stima che la presenza
femminile sia minoritaria.
Ma non bisogna pensare
che si tratti soltanto di frange giovanili disagiate; non stiamo parlando
soltanto di giovani malviventi o a rischio di devianza.
I dati mostrano che
questo popolo di "estremisti del rischio" è composto
da ragazzi e ragazze di classi sociali medie (o addirittura alte), senza
problemi finanziari, a volte eccessivamente "coccolati" e
protetti dalla famiglia, in cui la ricerca della trasgressività
("normale" fase di passaggio dell'adolescenza) si spinge
fino ai limiti estremi della pericolosità per sé e per
gli altri, della violenza gratuita e di veri e propri reati (danneggiamenti
a cose, rapine o furti finalizzati alla ricerca di oggetti status symbol,
come cellulari, giubbotti, etc.).
Nell'epoca attuale
il rischio riveste una molteplicità di forme e significati con
un denominatore comune: la ricerca di limiti che abbiano un valore di
garanzia per l'esistenza. "Andare all'estremo di se stessi",
"oltrepassare i propri limiti", ecc., sono tutti comportamenti
di sfida necessari per affrontare se stessi, sotto gli occhi degli altri.
Attraverso la ricerca dei limiti, l'individuo indaga le proprie
caratteristiche, impara a riconoscersi, a dare valore alla sua esistenza.
Affrontare un rischio
diventa la sfida suprema: incantare simbolicamente la morte. Sfidarla,
tracciando i limiti della sua potenza, talvolta cozzandovi frontalmente,
rafforza il senso di identità di colui che accetta la sfida.
Dal successo dell'impresa nascono un entusiasmo, una boccata di
significati capaci di restituire all'esistenza, almeno per qualche
tempo, delle basi più favorevoli. Sfidare la paura, sentirsi
totalmente liberi, potenti e invincibili, assecondare il bisogno irrefrenabile
di spingersi sempre oltre, il tutto accompagnato dalle alterazioni fisiche
e mentali che le forti scariche di adrenalina e sensazioni ed emozioni
intense riescono a produrre.
Nel corso degli ultimi
dieci anni, si è riscontrato un aumento vertiginoso dei comportamenti
rischiosi soprattutto tra gli adolescenti: sfrecciare ad occhi chiusi
davanti ad un segnale di stop, non fermarsi ad un semaforo rosso, guidare
contromano in autostrada, saccheggiare un negozio, lanciarsi nel vuoto
appesi ad un elastico, arrampicarsi su muri e palazzi, tuffarsi in acqua
da scogli alti e pericolosi, giocare alla famosa "roulette russa",
cavalcare i treni (surf metropolitano).
Tutti questi comportamenti
che mettono in pericolo l'incolumità di se stessi (ma in
realtà anche degli altri) permettono a chi li fa di sentirsi
rassicurato sul fatto di esistere e di sperimentare una sottile posizione
di dominio. In questo modo la morte cessa di essere una potenza temibile
e imprevedibile per trasformarsi in una forza con la quale è
possibile, fino a un certo punto, giocare, scommettere o con la quale
negoziare e stipulare un patto.
Per i dipendenti dal
rischio il tempo del pericolo è un tempo sacro, perché
procura l'esaltazione, l'ebbrezza interiore di osare un'impresa
in cui la vita è appesa a un filo. Proprio perché c'è
la possibilità di perdere tutto, c'è anche quella
di vincere tutto.
In una società
in cui tutto diventa indifferente, occorre misurare il valore dell'esistenza
rischiando di perderla. Paradossalmente, sfiorare deliberatamente la
morte conferisce un prezzo alla vita, quando manca un sistema di significati
e di valori collettivamente condiviso.

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Giocare
d'azzardo è un comportamento estremamente diffuso, tollerato
e anche socialmente incentivato. Moltissime persone si lasciano conquistare
da forme di gioco d'azzardo, ed è esperienza o consuetudine
di parecchi giocare la schedina, acquistare un biglietto di una lotteria
nazionale, giocare al lotto o scommettere su una competizione sportiva:
è un comportamento che offre la possibilità di sperare,
con poca spesa e poca fatica, di poter cambiare la propria vita o realizzare
un piccolo sogno, di sfidare o interrogare la sorte, di vivere un'emozione
diversa.
La dipendenza dal
gioco è l'unica dipendenza legale senza uso di droghe riconosciuta
ufficialmente dalla psichiatria americana come un'alterazione psichica
originata dal disturbo del controllo degli impulsi. Gli impulsi incontrollati
sono accompagnati da una forte tensione emotiva e non si lasciano influenzare
dal pensiero riflessivo. Quando il dipendente si abbandona al gioco
attraversa un momento di sommo piacere, che può raggiungere il
livello della sbornia o dell'estasi, causato dalla sensazione che
il tempo si sia fermato e dal fatto che il soggetto esce da se stesso
per entrare in uno stato di coscienza particolarmente alterato.
L'impulso irresistibile
a giocare riesce a cancellare nel gambler il senso di colpa, che viene
nascosto dietro false razionalizzazioni, ragionamenti apparentemente
veri ma ingannevoli. "Giocherò solo fino a tale ora e a
tale momento"; "Dato che sto vincendo, devo continuare...
devo approfittare della fortuna"; "Ora che sto perdendo non
devo smettere... devo rifarmi"; "Non giocherò più".
È un circolo vizioso: se il giocatore dipendente perde, tenta
di continuare il gioco per riguadagnare i soldi persi, e, se vince,
continua a giocare perché sente che è il suo giorno fortunato.
Quando il gambler
tenta di rinunciare al gioco e di resistere a tale impulso cade in preda
ad un profondo malessere sotto forma di ansietà o irascibilità,
associato a turbe vegetative e disturbi del comportamento (una sintomatologia
depressiva) che possono culminare nell'atto suicida.
Lo stimolo che può
scatenare l'impulso al gioco può essere un fattore esterno
o circostanziale, come il luogo, l'ora o la situazione, oppure
può essere un fattore interno personale di tipo affettivo o cognitivo.
In entrambi i casi, il gambler arriva alle stesse conclusioni: "Oggi
mi sento fortunato, è il mio giorno".
Di solito questa dipendenza
ha inizio in età giovanile (nella tarda adolescenza), ed è
associata da una parte ad un rifiuto ansioso nei confronti dei doveri
(paura di sottostare alla disciplina dell'ordine, dello studio
e del lavoro), dall'altra a meccanismi nevrotici di fuga dalla
realtà.
Non esiste un profilo
di personalità specifico particolarmente predisposto alla dipendenza
dal gioco, bensì alcuni tratti che coincidono più o meno
con quelli osservati in altri tipi di dipendenza, quali la mancanza
di autocontrollo (responsabile di comportamenti impetuosi ed impulsivi),
la bassa autostima e gli elementi che costituiscono la personalità
limite, narcisistica e antisociale. Inoltre, il sovraccarico di stress,
la sensazione di solitudine e la difficoltà di concentrare la
propria attenzione sono fattori caratteriali o situazionali che facilitano
l'insorgenza di tale dipendenza.
L'angoscia di
sottostare alla vita comune, fatta di tempi lunghi e di fatiche, è
tale da spingere questi soggetti verso la falsa "scorciatoia"
e l'illusione di una vincita immediata e definitiva che li renda
diversi dai "comuni mortali" e definitivamente "liberi".
Il disturbo che è al centro di questa dipendenza è una
sorta di monomania, per la quale il gioco rappresenta una sfida alle
norme e ai doveri vigenti e la vincita un piacere assoluto, che condensa
in sé ogni felicità e separa radicalmente dall'angosciosa
relazione con gli altri e con la società nel suo complesso.
È anche necessario
sottolineare che l'assenza di leggi sufficientemente restrittive,
accompagnata dall'incitazione proveniente dalla pubblicità
e dall'alta disponibilità degli strumenti di gioco, sono
tutti fattori ambientali importanti nella diffusione del fenomeno.
Oggi non è
più necessario raggiungere un casinò per poter giocare
d'azzardo: i "video-poker" sono macchinette "mangiasoldi"
presenti ancora in molti bar italiani. Esistono anche casi di persone
che s'indebitano giocando al lotto, che è un gioco d'azzardo
"benedetto" dallo Stato, o con le scommesse sulle più
svariate competizioni sportive. E naturalmente sfuggono alle statistiche
ufficiali tutti i dati relativi al gioco clandestino. I giochi che danno
più dipendenza sono quelli che permettono una maggiore prossimità
spaziale e temporale tra la scommessa ed il premio, quali ad esempio
le slot-machine e la roulette.
Con una dipendenza
da gioco che va avanti da tempo è molto probabile che la situazione
lavorativa, familiare ed economica del giocatore si aggravi a poco a
poco, ma ciò non costituisce comunque un deterrente per l'interruzione
del gioco incontrollato. La personalità del dipendente subisce
modificazioni nella sfera volitiva, affettiva e cognitiva. In ultima
analisi si può arrivare a vere e proprie forme di disperazione
causate da diversi fattori: conflitti familiari, crisi professionale
o perdita del lavoro, attacchi dei creditori, una salute debole.
Oggi è maggiormente
possibile affrontare il problema della dipendenza da gioco e superarlo;
esistono infatti sempre più centri specializzati e dei trattamenti
terapeutici studiati per guarire da questa pericolosa forma di dipendenza.
Da una parte una psicoterapia che aiuti il soggetto a capire le dinamiche
antiche e presenti del suo rifiuto dei piaceri ordinari (amore, amicizie,
lavoro, gioco disinteressato e sensibilità estetica); dall'altra
interventi anche di tipo farmacologico (che sostengano il paziente nel
graduale "svezzamento" dal sintomo e nella quasi inevitabile
ricomparsa della soggiacente depressione) e gruppi di auto-aiuto con
persone sofferenti dello stesso problema o di problemi connessi con
la depressione ansiosa.

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La "compulsione
all'acquisto" (la smania di comprare cose) si basa sul desiderio
morboso e irrefrenabile di acquistare oggetti superflui o del tutto
inutili, che spesso non riflettono i gusti abituali dell'acquirente,
né tanto meno sono coerenti con le possibilità finanziare
dello stesso, arrivando perfino a far andare in rosso i suoi conti economici.
La dipendenza dagli
acquisti colpisce più frequentemente le donne piuttosto che gli
uomini. La prevalenza femminile sarebbe dovuta a due fattori: in primo
luogo, la maggiore predisposizione agli acquisti da parte delle donne,
esposte di più all'influenza della moda, al capriccio del
momento e al culto dell'immagine; in secondo luogo, la maggiore
incidenza nelle donne dei fattori consumistici riguardanti la personalità,
come il senso di solitudine e il basso livello di autostima.
Le cause di tale forma
di dipendenza, sia negli uomini che nelle donne, sono molteplici: senso
di solitudine o di vuoto esistenziale e le forme di personalità
impulsiva, narcisistica e insicura. Gli oggetti acquistati dal compratore
dipendente variano a seconda del sesso. Le donne di solito si indirizzano
verso l'abbigliamento, gli indumenti intimi, le scarpe, i cosmetici
e i gioielli, mentre gli uomini si lasciano affascinare dalle giacche,
i computer, i video, gli impianti stereo e gli accessori per l'auto.
Vi sono dipendenti che diversificano le proprie scelte mentre altri
si concentrano esclusivamente su un tipo di prodotto. La maggior parte
di queste persone tende a mettere da parte ciò che compra ed
a volte finisce per regalarlo o buttarlo via.
Quasi tutti i soggetti
dipendenti vanno incontro a serie difficoltà economiche: a volte
l'eccessivo dispendio di denaro porta alla bancarotta della famiglia.
Generalmente, i dipendenti dagli acquisti provano vergogna e un senso
di colpa dovuti alla loro condotta e poche volte confessano ad altri
la mancanza di controllo che li affligge. In letteratura si è
soliti distinguere due forme principali di consumo patologico:
Consumopatia abusiva:
la dedizione esagerata agli acquisti è sintomo di un disturbo
psichico di natura patologica, quale ad esempio una depressione, un
delirio schizofrenico o una demenza. L'eccesso negli acquisti,
in questo caso inteso come disturbo psichiatrico, si attenua quando
anche il quadro psichiatrico si attenua e non esige, quindi, alcun trattamento
specifico. Consumopatia da dipendenza: la dedizione esagerata agli acquisti,
dovuta al mancato controllo dell'impulsività, in questo
caso si manifesta seguendo due sequenze: in primo luogo si riscontra
la necessità irrefrenabile di acquistare un oggetto, accompagnata
da un forte sentimento di ansia e irritabilità se non viene effettuato
l'acquisto. Una volta esaudita tale frenesia si entra in uno stato
di rilassamento piacevole, in seguito offuscato spesso dal senso di
colpa. In secondo luogo, si rileva il ripetersi della necessità
di fare acquisti dopo un periodo che può andare da alcune ore
a varie settimane o mesi. Al momento dell'acquisto, il soggetto
dipendente prova sensazioni acute di piacere, analoghe per alcuni aspetti
a quelle prodotte dalla somministrazione di cocaina o di un narcotico
a un tossicodipendente.
L'analisi psicologica
mostra che, il più delle volte, l'individuo affetto da questa
patologia è stato vittima, in età precoce, di una grave
mortificazione della sua vera e spontanea identità, e che quindi,
divenuto adulto, ricerca tale spontaneità nell'illusoria
libertà consentita dal mondo delle merci.
L'insuccesso
sistematico di questa ricerca rivela infine al soggetto la sua verità
nascosta: l'esser stato e l'essere tuttora un individuo dipendente
dal mondo esterno, immerso in uno scenario in cui è già
impossibile sfuggire alla suggestione del consumismo: i rapporti umani
sono sempre più rarefatti, mentre si moltiplica in modo vertiginoso
il rapporto con le cose.

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In questo
grande gruppo di dipendenze troviamo non solo quella televisiva (largamente
studiata da diversi anni a questa parte), ma anche forme di dipendenza
legate ad oggetti e tecnologie relativamente nuovi, come il computer
ed Internet, le chat, i cellulari, la play station, i giochi interattivi,
ecc. Il tutto in considerazione anche del fatto che negli ultimi anni
si è consolidata l'equazione "tempo libero = uso dei
mezzi di comunicazione di massa". Tutto ciò ha comportato,
nella sfera individuale di numerose persone, un impoverimento di esperienze
dirette di confronto con la realtà, a vantaggio del proliferare
delle attività di conoscenza e intrattenimento mediate dai mezzi
di comunicazione di massa, un processo che frequentemente tende a generare
la confusione tra "realtà virtuale" e "realtà
concreta".
Come ogni strumento
di comunicazione, anche la televisione può essere utilizzata
bene o male e può diventare oggetto da cui dipendere quando si
ricercano in essa soddisfazioni ai propri bisogni o quando si delegano
a questo mezzo compiti e funzioni sociali che non dovrebbe svolgere
(educare i bambini, proporre modelli comportamentali per gli adulti,
ecc.), divenendo uno "strumento umanizzato", al punto da rappresentare
una vera e propria compagnia virtuale, talvolta preferita in parte o
in tutto a quella reale.
Si parla di teledipendenza
intesa sia come consumo eccessivo di televisione e sia come fissazione
anomala nei suoi confronti.
Si usa distinguere
dunque due forme di teledipendenza: il teleabuso (contemplazione regolare
di una quantità eccessiva di televisione) e la telefissazione
(contemplazione della televisione in condizioni del tutto sconsigliabili,
per esempio in un atteggiamento silenzioso ed immobile, da soli o ignorando
la compagnia delle persone presenti).
Il teleabuso provoca
una specie di intossicazione cronica che trasforma gradualmente la mentalità
del telespettatore che diventa passivo (con perdita di iniziativa, impulso
e senso critico) ed apatico (con indifferenza e mancanza di motivazione),
come se si trovasse in uno stato di inerzia dal quale esce ogni tanto
con un'ondata di impulsività spesso interpretata come comportamento
violento improvviso.
La caratteristica
principale della telefissazione, invece, è l'assoluta immersione
della mente del telespettatore nello schermo, in modo ripetuto o prolungato.
Il suo effetto è un'intossicazione televisiva acuta che
si riflette in uno stato mentale che oscilla tra l'ebbrezza, o
la trance estatica, ed il vuoto tipico di una semiparalisi mentale.
Nel caso dei bambini la telefissazione può provocare stati di
trance semiipnotica. L'immagine televisiva si sdoppia e divora
la mente infantile, se durante questo processo non intervengono i commenti
di un adulto presente. Quasi lo stesso accade negli adulti dotati di
scarsa energia psichica, ipersensibili, ultraricettivi o molto suggestionabili.
Esistono teleabusi
a tutte le età, da quando si nasce fino a quando si muore. I
capricci fatti dai bambini per vedere la TV cominciano già all'età
di 3 anni. Ma la passione eccessiva per la televisione coinvolge anche
gli adolescenti e gli adulti, creando non pochi disagi.
Il quadro complessivo
della teledipendenza si sviluppa progressivamente andando a scapito
del rendimento scolastico o dell'efficienza sul posto di lavoro,
di attività di svago alternative, della comunicazione socio-familiare
e perfino del livello intellettuale ed affettivo del soggetto, sempre
più caratterizzato dall'apatia, da un atteggiamento passivo
e dalla mancanza di senso critico.
Il teledipendente
arriva ad avere crisi di astinenza con nervosismo, irritabilità
e agitazione ansiosa, nel momento in cui non ha a disposizione una televisione
o tenta di resistere all'impulso di accenderla. Inoltre, è
maggiormente predisposto verso altre dipendenze correlate, come quella
dagli acquisti o da Internet.
Relativamente alla
dipendenza da computer e da Internet ("Internet Addiction Disorder",
I.A.D.), bisogna precisare che non tutte le persone che ne fanno uso
ne diventano poi dipendenti. Nelle case, sul posto di lavoro e a scuola,
milioni di persone ogni giorno spediscono e-mail, ricercano dati per
i loro studi e affari, si tengono aggiornati, ecc. Queste persone non
restano alzate tutta la notte per colloquiare nelle chat-line, né
si perdono per ore in giochi interattivi, ma continuano a prestare attenzione
alle relazioni che hanno nella vita reale e non si sottraggono ai loro
obblighi e alle responsabilità quotidiane.
Eppure, ogni giorno
un numero sempre maggiore di utenti e di loro familiari racconta di
esperienze angosciose e di vite sfuggite ad ogni controllo. Persone
che arrivano a considerare Internet non come uno strumento tecnologico,
ma come una tentazione tecnologica.
La maggior parte degli
studi condotti sull'argomento ha dimostrato che: molti Internet-dipendenti
hanno già alle spalle significativi problemi emotivi o psichiatrici
ancora prima di essersi mai collegati alla Rete (ad esempio, depressione,
disturbi bipolari o anche ossessivo-compulsivi); molti Internet-dipendenti
sono ex alcolisti o ex tossicodipendenti. In questi casi il ricorso
ad Internet sembra strettamente collegato ad un tentativo di compensare
le difficoltà relazionali reali, ricercando nella Rete amici
o relazioni sentimentali attraverso una via più veloce e che
consenta di superare le insicurezze che, invece, sono amplificate dalle
quotidiane relazioni faccia a faccia. Ma la Rete, ricca di potenzialità
e opportunità di informarsi, conoscere e confrontarsi, risponde
molto bene ai bisogni anche di persone che non hanno mai avvertito alcun
disturbo psicologico, le quali non sono esenti dalla possibilità
di divenire vittime dei propri stessi bisogni, attraverso dei comportamenti
rischiosi di eccessivo consumo, talvolta associati ad una complementare
riduzione delle esperienze di vita e di relazione reali.
La Rete è molto
allettante: consente di annullare lo spazio e le distanze, di inventare
le più diverse identità, di fingere, osare, vivere emozioni
sentendosi "protetti", sentirsi appartenenti ad uno o più
gruppi. Ma rischia anche di attrarre chi è costituzionalmente
"indifeso" e impreparato (come i bambini e gli adolescenti)
in territori pericolosi, come la pornografia, la sessualità vissuta
in maniera distorta e la violenza in generale.
È stato appurato
che gli uomini e le donne fanno uso del mondo on-line in modo molto
diverso: i primi sono più orientati verso le fonti di informazione,
i giochi interattivi di tipo aggressivo, spazi chat sessualmente espliciti
e cyberpornografia; le seconde prediligono le chat room per allacciare
amicizie che diano qualche tipo di sostegno, per cercare un'avventura
romantica o per lamentarsi dei propri problemi personali. Le donne,
inoltre, vivono con sollievo il fatto che nessuna persona incontrata
in Rete possa conoscere il loro aspetto fisico.
Ciò che sembra
accomunare tutti gli Internet-dipendenti è la negazione del problema,
come peraltro lo è per qualunque tipo di dipendenza. Queste persone
non riconoscono il proprio comportamento come problematico, né
si rendono conto delle conseguenze negative che esso produce.
I danni più
frequenti provocati da tale tipo di dipendenza sono: a) l'obesità,
legata non solo al poco movimento, ma anche all'abitudine di "spiluccare"
snack e merendine davanti al monitor; oppure la perdita di appetito,
legata all'estraniazione dal mondo reale; b) dolori articolari;
c) danni alla vista; d) vertigini e senso di nausea; e) alienazione;
f) difficoltà relative alla sfera familiare, lavorativa e affettiva.
Quali sono a grandi
linee le vie che conducono all'Internet-dipendenza? Si può
provare a schematizzarle così. Prima fase: caratterizzata dall'attenzione
ossessiva e ideo-affettiva a temi e strumenti inerenti l'uso della
Rete, che genera comportamenti quali controllo ripetuto della posta
elettronica durante la stessa giornata; una modalità di fruizione
a "zapping" alla ricerca di programmi e strumenti di comunicazione
particolari; prolungati periodi in chat.
Seconda fase: caratterizzata
dall'aumento del tempo trascorso on-line (anche nelle ore lavorative
e nelle ore notturne, in cui si è disposti a rinunciare anche
al sonno) con un crescente senso di malessere, di agitazione, di "mancanza
di qualcosa" o di "basso livello di attivazione" quando
si è scollegati (una condizione paragonabile all'astinenza).
E se inizialmente l'aspetto economico relativo ai costi di connessione
poteva rappresentare un lieve fattore di inibizione di questa tossicofilia,
oggi risulta pressoché irrilevante, date le numerose possibilità
di rimanere a lungo collegati a basso costo.
Terza fase: in cui
l'Internet-dipendenza agisce ad ampio raggio, danneggiando diverse
aree della vita, quali quella scolastica/lavorativa e quella relazionale,
in cui si rilevano problemi di scarso profitto, di assenteismo e di
isolamento sociale anche totale.
Anche un uso eccessivo
ed un attaccamento morboso al cellulare, possono creare forme di dipendenza
che riflettono un generico disagio nell'instaurare sane relazioni
sociali ed una tendenza all'estraniazione dal mondo reale.
Si può diventare
dipendenti anche dal telefonino? Evidentemente sì. Il cellulare
provoca dipendenza al pari della cocaina o di altre sostanze stupefacenti.
Sebbene nessuna clinica ammetta pazienti dipendenti dal telefono mobile,
sono in crescita i medici che confermano questa tendenza. La sindrome
si manifesta in età giovanile (ormai ansia e depressione colpiscono
anche i più piccoli) ma, crescendo l'età, interessa
percentuali sempre più ampie di popolazione.
Alcuni esperti hanno
fatto notare che per parlare di dipendenza è necessario che le
persone subiscano seri danni. L'uso della cocaina, per esempio,
provoca danni al cervello, mentre per i telefoni mobili non si è
ancora giunti a una simile conclusione, sebbene si sia parlato dei possibili
rischi dovuti alle loro radiazioni. Alcune aziende (inglesi) hanno comunque
cominciano a prendere il problema sul serio, pubblicando le raccomandazioni
per evitare che l'uso prolungato della tastiera provochi danni
alle mani e alle dita. I problemi che nascono da questa sorta di "malattia"
sono, appunto: dolori alle mani e in particolare al pollice; un senso
di vuoto e addirittura ansia quando non si può usare il cellulare.
Molti ricorrono al medico per cercare di rimediare a questi fastidi,
soprattutto al dolore alla mano che nasce dall'abitudine eccessiva
di spedire SMS e anche da un parallelo uso smodato dei videogame. Oltre
a provocare irascibilità e disturbi dell'umore, gli SMS
sono responsabili anche della perdita del lessico e della capacità
di parlare nei giovani, che preferiscono un linguaggio simbolico e sintetico.
La dipendenza da SMS
colpirebbe, secondo alcune indagini, ben un ragazzo su tre!
Da alcune indagini
risulta che ben il 70% dei soggetti modifica il proprio comportamento
quando è impossibilitato a usare il telefonino, mostrando tic
di natura nervosa, mai evidenziati prima, come ad esempio mettersi continuamente
le mani in tasca, guardare spesso l'orologio, cercare il telefonino
ogni volta che si sente uno squillo, ecc.

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La dipendenza
dal lavoro costituisce una delle tante forme di dipendenza lecita senza
uso di droghe, descritta dagli specialisti come la più "pulita"
delle dipendenze. In realtà tale forma di dipendenza non è
poi così recente, dato che la sua presenza si registrava già
50 anni fa, ma solo da pochi anni è oggetto di ricerca sistematica.
La novità rappresentata dagli ultimi tempi è che mentre
una volta era una forma di dipendenza tipicamente maschile, oggi essa
colpisce con una certa frequenza anche le donne.
Molte persone evadono
dai problemi relazionali o familiari, dal sentimento di vuoto interiore,
buttandosi sul lavoro. Essi aggirano i problemi quotidiani. Il lavoro
non ha più la funzione di garantire la base essenziale per sopravvivere,
ma diventa una droga, che ci aiuta a superare le inquietudini esistenziali
ed i problemi familiari.
A tal proposito, è
necessario fare una premessa fondamentale: oggi in tutto l'Occidente
il lavoro è il criterio indispensabile per integrarsi nell'ambiente
socio-culturale, per essere accettati dagli altri come soggetti di pieno
diritto, per conquistare la libertà personale attraverso l'indipendenza
economica, ecc. Tutti questi elementi possono trasformare il lavoro
in se stesso in una fonte di piacere indiretto. Il lavoro diviene così
un'attività che sebbene non risulti gratificante in sé,
lo è invece per le sue implicazioni sociali ed i suoi risultati.
Gli elementi del lavoro che più scatenano la frenesia ed il piacere
sono il successo e il potere.
Il dipendente dal
lavoro avverte la forte necessità di dedicare la sua vita ed
il suo tempo al lavoro a costo di ridurre o eliminare del tutto la vita
familiare e personale. L'elemento della vita che generalmente si
altera più precocemente a causa della dipendenza dal lavoro è
proprio la vita familiare: mancanza di comunicazione tra i suoi membri,
atteggiamento autoritario e spesso irato del soggetto dipendente.
Il dipendente vive
per il suo lavoro e si sente desolato, vuoto, angosciato o irritabile
quando ne è lontano, come succede in un giorno festivo e nei
fine settimana. Pensa giorno e notte al lavoro, si sforza di trovare
soluzioni ai problemi dell'azienda, che siano reali o immaginari,
ha incubi su supposti errori commessi sul lavoro e fantastica sul migliore
dei modi per affrontare il capo.
Altri tratti specifici
del lavoratore patologico sono: l'iperattività, lo spirito
di competizione e sfida, un forte spirito d'impresa, il desiderio
illimitato di soddisfazione professionale, il culto dell'impresa
e del lavoro, una relazione difficile con il tempo libero, la difficoltà
a rilassarsi durante le vacanze ed il fine settimana, negligenza nella
vita familiare, manifestazione di stress nel lavoro, un comportamento
aggressivo e impaziente verso i colleghi di lavoro.
Sintomi psichici del
dipendente possono essere stati di esaurimento, depressioni leggere,
paure infondate e disturbi della concentrazione. Mentre i disturbi fisici
si manifestano tramite mal di testa, mal di stomaco, disturbi cardiaci
o disturbi circolatori.
I dipendenti nonostante
tutto ciò continuano a dedicarsi sempre di più al lavoro.
Le loro forze lavorative sembrano inesauribili. Tali persone accumulano
sempre abbastanza lavoro e si sentono inutili se non sono sotto pressione.
L'essere commiserati dagli altri a causa del tanto lavoro da svolgere
riesce a diminuire i loro sensi di colpa ed a rafforzare la loro autostima.
Intensificandosi questo
ritmo i problemi derivanti sono di natura sempre più preoccupante:
pressione alta, ulcera e depressioni talmente gravi da rendere necessario
un intensivo trattamento medico. Nella fase cronica della dipendenza
è possibile che il rendimento lavorativo subisca una brusca diminuzione
(anche perché la persona dorme sempre di meno, e magari lavora
di nascosto) e che si passi all'uso di stimolanti e calmanti, di
alcool e nicotina che non fanno che accelerare il fallimento morale
e sociale.
I dipendente dal lavoro
sopra- o sottovalutano se stessi. Si vedono come persone molto abili
oppure come dei buoni a nulla. Pensano che le altre persone non li rispettino
per quello che sono; per tale motivo le loro capacità vengono
mostrate in modo esagerato e gli errori non vengono quasi mai nominati.
Sembra possibile che
una predisposizione alla dipendenza dal lavoro venga agevolata nel caso
in cui il dipendente abbia spesso dovuto guadagnarsi l'affetto
dei genitori con rendimenti buoni. In molti dipendenti le proprie prestazioni
lavorative diventano un tentativo inconscio di ottenere la loro approvazione.

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C'è
chi di fitness si ammala, nel senso che ne rimane schiavo a tal punto
da esasperare gli sforzi e le sedute di allenamento mettendo a repentaglio
la propria salute.
Tanti sono gli ultraquarantenni
che, sottoponendosi a sforzi esagerati per sfuggire all'invecchiamento,
restano vittime di ictus e attacchi di cuore. Ma molte sono le persone
che si impongono esercizi ed attività fisiche estenuanti (magari
non sostenute da programmi di allenamento ben calibrati rispetto al
proprio organismo) perché vivono con ossessione la cura del proprio
corpo e la ricerca di una forma estetica perfetta.
La dipendenza da sport
è uno squilibrio dell'allenamento che si verifica quando
l'attività fisica praticata è talmente intensa che
il nostro organismo non riesce, nei tempi di recupero, a smaltire la
fatica accumulata. I suoi effetti sull'organismo sono significativi.
La dipendenza da sport
è meglio conosciuta come overtraining che propriamente significa
"eccesso di training", ma il termine viene utilizzato per
indicare una condizione clinica che andrebbe più correttamente
definita come "Sindrome da Overtraining (OT)". La "Sindrome
da OT" è una situazione cronica, stabilizzata, per il cui
recupero sono necessari mesi di riposo; è fondamentale infatti
differenziarla dall'overreaching che è di breve durata (recuperabile
con due settimane di riposo) e dal banale "senso di fatica"
che perdura uno o due giorni dopo un sovraccarico di allenamento.
Come si genera l'overtraining?
Il nostro organismo
ha bisogno di mantenere costanti nel tempo alcuni indici fisiologici
quali: la temperatura corporea, la glicemia e lo stato di acidità
del sangue. Quando ci alleniamo, mettiamo sotto stress il nostro corpo,
perché questi parametri vengono modificati, e lo costringiamo
ad adattarsi e ad elevare le sue prestazioni. Ciò non può
avvenire in modo indiscriminato: occorre che ci sia un adeguato recupero
tra una sollecitazione e quella successiva.
Oltre che da un'errata
metodologia di allenamento, l'overtraining può essere determinato
anche dalla monotonia degli esercizi, una cattiva alimentazione, lo
scarso riposo notturno, un regime di vita non conforme alle norme sportive,
l'uso di sostanze mediche pericolose, problemi di carattere personale,
ecc.
In linea generale,
i principali sintomi dell'overtraining sono:
- un eccessivo affaticamento
per ogni minimo sforzo compiuto
- minore capacità
di prestazione
- l'insorgenza
di strane intolleranze alimentari
- nausea e disturbi
gastro-intestinali
- l'abbassamento
della frequenza cardiaca a riposo
- disturbi nel rapporto
sonno/veglia.
A livello psicologico
si registrano:
- scarsa concentrazione
e tendenza a distrarsi
- poca voglia di allenarsi
- umore instabile
- irritabilità
- abbassamento dell'autostima
- poca determinazione
e scarsa capacità di autovalutarsi.
Anche il fitness dunque,
se vissuto negativamente, può far male. È necessario ricordare
che fare sport non significa mai "dare il massimo" o "dimagrire
ad ogni costo", ma ricercare, nell'attività che facciamo,
il benessere psicofisico, conservando il massimo rispetto per il nostro
organismo, limiti compresi.
Non è infrequente
purtroppo riscontrare tra i dipendenti da sport anche chi ricorre al
cosiddetto DOPING, in cui può instaurarsi una dipendenza da sostanza
vera e propria (l'utilizzo di qualsiasi intervento esogeno farmacologico,
endocrinologico, ematologico, ecc. che, in assenza di precise indicazioni
terapeutiche, sia finalizzato al miglioramento delle prestazioni). Tale
pratica va a produrre danni organici che, purtroppo, sono diagnosticabili
solo a posteriori, oltre a creare una dipendenza psicologica frutto
di un'alterata percezione di sé e del proprio corpo.
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