|
|
Crescita
dell'associazionismo al
Sud e istanze etiche
I temi
dell'economia sociale conquistano persone e gruppi anche
delle regioni del Sud. Non c'è incontro sul terzo settore,
sulle imprese sociali, sull'economia, in cui non vengano collegate
con enfasi le parole: "economia" e "sociale".
Però i concetti non sono univoci e si diffida delle proposte
che vengono messe in circolazione.
Al Sud, dove la disoccupazione ha raggiunto picchi altissimi e non
più tollerabili, si parla di economia sociale in maniera
confusa e con contraddizioni che andrebbero al più presto
chiarite e risolte. Chiarite senza suggeritori esterni. Poiché economia e sociale trovano al Sud un fondamento differente
che altrove. Un proprio pensiero di economia sociale lo intendono
produrre, per il Sud, i gruppi del Sud.
Essi,
mentre alimentano coesione e radicamento sociale, non si reputano
soltanto come realtà operative, ma si propongono anche come
soggetti di riflessione e di mutamento sociale. Si prefigurano come
"laboratori" di pensiero, come ideatori di un destino
di cui essere protagonisti e responsabili. Si trovano abbastanza
daccordo con chi scrive di "sviluppo insostenibile",
di "pensiero meridiano", e di "capacità
di autogoverno dei territori"; sono consapevoli delle peculiarità
culturali e sociali della gente del Sud; e sostengono con convinzione
che il Sud d'Italia dovrà reimparare a condurre scambi
economici Sud-Sud, coi Paesi prospicienti il Mediterraneo oltre
che con l'Europa. Nelle regioni del Sud mancano gli scambi
economici "interni" al Sud, manca la mobilità interna
dei prodotti e dei beni economici. Mentre i gruppi del "sociale"
si scambiano esperienze e saperi, l'economia meridionale ha
rapporti economici prevalenti con il Nord, e pertanto non supera
le logiche che la mantengono dipendente.
Una certa crescita dell'associazionismo al Sud e le istanze
etiche che stanno emergendo sempre più diffusamente, non
si capirebbero senza questo retroterra di riflessione e di interscambio
tra i gruppi. Sono aspetti notevoli di una società che non
si riconosce né si riduce negli slogan e nei luoghi comuni
sul Sud criminogeno e inetto.
I gruppi del sociale organizzato rappresentano piuttosto punti reali,
conquistati a fatica, seppur fragili. Fragili perché dipendenti
da idealità povere di mezzi, che ben poco possono da sole
contro il ricatto dei concreti bisogni quotidiani, della forza dell'economia
illegale, di quel tipo di prassi amministrativa e burocratica che
svuota la democrazia sociale.
Fortunatamente sui temi di economia locale vanno emergendo negli
ultimi tempi anche altri soggetti, tra cui nuove Amministrazioni
e "illuminati" rappresentanti del mondo economico. Anche
tra loro si estende la voglia di rinnovare la politica economica
e sociale.

|
L'economia
sociale non può essere
chiusa nel terzo settore
La mafia fa
assai economia sociale. Non si limita all'aspetto finanziario,
ma costruisce risposte a problemi sociali, imposta legami
e consensi con la gente, stabilisce micro e macro economie. Il "minuto
di silenzio" osservato rispettosamente dai tifosi alla
partita di calcio una domenica del settembre scorso a Locri per
l'uccisione di un boss, e le mattanze che avvengono in Calabria
o Campania, Sicilia o Puglia, rappresentano capitoli di economia e di sociale.
Alcuni dei nostri gruppi sono sorti con l'intento di (ri)appropriarsi
del territorio controllato dalle mafie, muovendosi in alleanza con
alcuni preti o sindacalisti o educatori o altri ancora. Nascono
con questo obiettivo di giustizia sociale alcuni servizi di animazione
e di socializzazione del territorio. Altri gruppi si sono organizzati
per la gestione di servizi utili alle persone, in particolare a
quelle escluse dalla società, ed anche per costruire posti
di lavoro.
L'alto numero di disoccupati del Sud esige che gli interventi
sociali affrontino i meccanismi di esclusione dal mondo del lavoro,
ed anche di ricostruzione del tessuto comunitario. Pena separare
i temi dell'assistenza da quelli della parità dei diritti
di cittadinanza e della giustizia economica.
Al Sud la disoccupazione si esprime con molte facce. Come
mancanza di lavoro "tout court"; come mancanza di lavoro
in regola; come difficoltà di lavoro "pulito",
perché illecito. La disoccupazione così persistente
appiattisce, depriva di stimoli, manda "fuori di testa",
ti consegna in balìa di chi ti propone di svolgere "lavoretti"
criminali; erode la tua autostima, dissolve i valori umani e sociali
che avevi interiorizzato e che "erano tuoi". Buona parte
dei cittadini viene soggiogata da questi aspetti. Gli onesti sono tanti, ma si preferisce un posto di lavoro "coperto",
pubblico, sotto padrone, piuttosto che inventarsi o mantenersi il
lavoro in proprio e a causa di esso rischiare di venire ricattati
a pagare qualche sciagurato che ti chiede il pizzo e ti costringe
a subire la continua minaccia che "ti toccano" i figli.
Oppure, se sei un poco disabile, ti rassegni di divenirlo al 100%.
Anche nei gruppi si "patisce" una mentalità simile
a quella esistente nel territorio circostante. Anche nel'arcipelago
del non profit non si è del tutto superato il tempo dell'economia
sommersa, del lavoro nero, dell'utilizzo di modalità
fuori regola coi contratti di lavoro. Questo gap economico lo si
è chiamato persino impropriamente: volontariato, dovere del
socio, impegno civile, denominando economia sociale ciò
che nel sociale non viene pagato o offerto sottocosto, lo sfruttamento
o l'autosfruttamento.
In queste congiunture le varie organizzazioni non profit dovrebbero
distinguersi, con un pensiero condiviso di imprenditoria sociale
e di solidarietà: poiché si può fare imprenditoria
sociale senza fare solidarietà.
Dalle vive esperienze dei gruppi si tocca con mano che l'economia
ha una relazione forte e determinante con la "regolazione sociale".
Infatti, in positivo, nel farsi delle cose si nota che le politiche
di sviluppo locale non sono solo politiche di sviluppo economico,
ma anche sociale. Le moderne pratiche concertative dei "patti
territoriali", o qualsiasi progettualità di sviluppo dai territori, implicano mobilitazioni riflettute e ponderate,
e promuovono cooperazione economica tra soggetti che producono riforme
culturali nei singoli e nelle organizzazioni coinvolte. Sono idee
di sviluppo locale prese in mano dal basso.
Nelle zone povere dello Stato, dove c'è debolezza delle
condizioni di mercato e di produzione (e il Sud di queste ne ha
molte), diventa necessario favorire e facilitare queste forme di
cooperazione tra mondi del sociale e dell'economia. I nostri
gruppi dovranno essere sempre di più presenti alla crescita
delle imprese che crescono. E sempre più presenti nei luoghi
di intreccio e di scambio economico e sociale.
Ma, per questo, occorre ordinare anche gli aspetti di conflitto
esistenti dentro il terzo settore. Vanno risolte le ambiguità
sull'economia sociale che ci trasciniamo irrisolte. Economia
sociale non è solo quella prozione di economia che "muoviamo"
noi del non profit. Non si può chiudere l'economia sociale
nel "terzo settore", ma collocarla nel quadro generale
dell'economia stessa.
Quale
rapporto tra
economia e società
L'economia
nelle organizzazioni non profit è rappresentata da diversificate
attività, oltre a quelle "classiche", riguardanti
i servizi alla persona e quelle modeste attività produttive
nel campo della ceramica o della bigiotteria e quant'altro.
Ci si sta incamminando anche verso attività produttive e
di manutenzione nel campo ecologico, nell'utilizzo delle energie
alternative, nel riciclaggio di vetro, legno, carta e dei vari "rifiuti",
nel lavoro connesso con l'agricoltura biologica, l'agriturismo,
il vivaismo, la produzione di beni immateriali (come i software),
i servizi alle imprese, la formazione per la imprenditorialità
dei nostri stessi gruppi, ecc. Tutto ciò, gestito dalle organizzazioni
non profit, si può definire "economia sociale".
Ma l'economia sociale non si limita qui.

|
Anzi.
Proclamare che essa c'è se c'è il volontariato
o le cooperative sociali o il non profit, è darle un'accezione
di rinchiusura, non di apertura. È sminuirne la portata,
è collocarla in un Sud come luogo e metafora di ciò
che è residuale (anche se fossimo al Nord). L'economia
sociale non sta nelle "motivazioni" delle nostre iniziative;
risiede piuttosto nelle modalità concrete di esprimere giustizia
e regolazione sociale, di integrare nel lavoro e nel mercato anche
le fasce più povere della popolazione, nel cercare di risolvere
la divaricazione esistente tra sviluppo sociale e sviluppo economico.
Inutile nascondere che dentro il "sociale organizzato"
esistono due sponde culturali: l'una che separa l'economia
sociale dall'economia normale; l'altra che
si rifiuta di restringerla alle attività del terzo settore
ricercandone le compatibilità con l'economia in senso
ampio.
Il "giro" dei gruppi di impegno sociale che ha organizzato
questo convegno, tra le due linee sostiene di certo la seconda,
quella di non separarsi ma di interagire nel mercato. Quella di
perseguire che tutti, anche i cittadini appartenenti alle cosiddette
"fasce deboli" vengano aiutati ma non risucchiati nei
circuiti del terzo settore, e cioé venire accompagnati prioritariamente
nelle situazioni e nei luoghi di vita comuni e normali, tra cui
anche quelli del lavoro. Andando, cioé, il più possibile
dentro le compatibilità del lavoro, del mercato, dell'economia,
portando i bisogni dei tossicodipendenti, dei disabili, degli analfabeti,
dei cittadini in situazioni di disagio dentro i meccanismi dello
sviluppo. Costruendo per loro e con loro ruoli sociali reali e non
finti, economie reali e non banali.
Ma, a questo proposito, la partita non la giocheranno da sole le
organizzazioni del non profit. Soggetti "altri" si vanno
affacciando sulla scena dell'economia sociale. E non per aiutarla
a camminare con le sue gambe, ma per surrogarla e governarla.
Infatti quali scelte di politica sociale faranno le Fondazioni delle
banche e le banche stesse, con i contributi e i prestiti nei riguardi
dei gruppi delle due tendenze? Come si muoveranno le cooperative
sociali stesse di fronte alle regole degli appalti, ai princìpi
del radicamento territoriale, ai criteri di qualità, ecc;?
E cosa determinerà il governo con la legge sulle onlus, rispetto
a tutto ciò?
Dai
gruppi: alcune indicazioni per fare "impresa sociale"
La storia
di parecchi nostri gruppi ci offre già delle indicazioni
per affrontare lo scenario di politica sociale. Alcune sono notoriamente
condivise. Per fare "azienda" sociale si dovrebbe: avere una strategia mirata al soddisfacimento della generalità
dei bisogni della popolazione e non solo a quelli delle cosiddette
"fasce deboli"; costruire soggettualità
e ruolo nei destinatari delle attività sociali; prefigurare più che si può il superamento degli interventi
"clinici" aggiungendo obiettivi occupazionali per gli
ex tossicodipendenti, i disabili, e così via.
Per passare però da "azienda" a "impresa"
sociale si dovrebbe valorizzare al massimo il contesto in cui si
opera, cercando di collaborare con soggetti molteplici, con più
gruppi, più realtà, anche coi diversi livelli istituzionali
e di responsabilità. Dovrà dichiarare gli obiettivi
che persegue (tranne nei casi in cui è meglio "velare"
alcune iniziative localizzate e, ad esempio, chiamarle "parco
giochi" invece che "servizio per la prevenzione al coinvolgimento
dei giovani in attività criminose"); gestirà
servizi e al contempo elaborerà cultura della e sulla solidarietà
tra le persone e le organizzazioni; eviterà di lavorare da
sola, fomentando legàmi, moltiplicando gli attori sociali,
giocando alto il ruolo di responsabilità soggettuale nel
territorio.
In definitiva, le imprese sociali dovrebbero assumersi un ruolo
forte nella politica economica e in quella sociale.
Molte iniziative sociali ed economiche nascono al Sud, ma la loro
mortalità è alta. Gli studiosi del fenomeno ci ripetono
in continuazione che esse hanno una durata come quella delle comete.
Invece occorre un sociale che sappia difendersi e resistere.
Primo: resitere alle mafie, con tattiche di spezzettamento e di
diffusione di responsabilità, di proprietà, di imputabilità
del denaro, eccetera. Secondo: difendersi dalle lusinghe clientelari
con politici o funzionari con ruoli di potere, esigendo diritti
e non favori, mantenendo i servizi negli standard previsti dalla
legislazione in materia, e innalzando il discorso e la collaborazione
alla qualità dei beni e dei servizi da offrire.
Molte iniziative al Sud falliscono anche perché le agenzie
finanziarie non sostengono il mondo del non profit. L'evoluzione
delle organizzazioni abbisogna di prestiti in denaro per lo svolgimento
continuativo delle attività, e questi prestiti debbono avere
da parte nostra garanzie ragionevoli, ma da parte delle banche tassi
altrettanto ragionevoli e che non approfittino dei nostri momenti
difficili per mandarci più giù.
Le imprese sociali del Sud dovranno camminare al passo col resto
del Paese e costruire risposte non vecchie ma innovative e proiettate
verso il terzo millennio.
Si stanno diffondendo esperienze di partnership tra mondo economico,
Enti locali e gruppi sociali: questo intreccio tra molteplici soggetti
è quellopiù consono ad essere denominato "impresa
sociale". Sottolinea collaborazioni di interesse per
tutte le parti coinvolte, sperimentabili su progetti precisi, definiti
e condivisi "alla pari". Questa modalità di collaborazione
tra mondi tanto diversi e con obiettivi convergenti e concertati,
la ritroviamo nei vari patti territoriali: per l'economia,
per il "sociale", per la qualità della vita, ecc.
Questi intrecci di alta collaborazione e responsabilità sfidano
i nostri "gruppi" a dimostrare che le idealità
di "economia non di profitto ma sociale" funzionano: che
sono cioé segni concreti di ricerca della verità e
di amore per la giustizia, ed anche motori della prossima fase di
sviluppo e di democrazia.
|