È stata l’evoluzione storica dei servizi sociali e la successiva espansione del Welfare a favorire l’incontro tra un’offerta in costante aumento di lavoro e un’analoga domanda da parte delle donne. Si è creato un circolo virtuoso tra mercato di lavoro che richiedeva forti capacità relazionali e abilità che le donne esercitano in casa per i familiari che si spostano in ambito extradomestico.
Da tale evidenza è nata la volontà di soffermarmi a guardare su aspetti e contenuti di tale professione che appaiono come certi e, ormai scontati e allo stesso tempo poco esplorati. Una volontà che si è esplicata attraverso una serie di interrogativi, quali: “Perché le donne costituiscono una presenza così rilevante nel lavoro sociale? Perché sono le donne prevalentemente a scegliere le professioni sociali? Come si pongono le donne all’interno della cultura organizzativa dei servizi sociali? Se il lavoro sociale è tipicamente femminile, perché le donne continuano solo a gestire, mentre i leader sono i maschi?”. Tali quesiti hanno rappresentato delle chiavi di esplorazione del tema oggetto di questo elaborato e di comprensione dei fenomeni organizzativi strettamente connessi ad esso. Hanno cioè rappresentato degli spunti di riflessione che mi hanno indotta ad avanzare delle ipotesi interpretative in riferimento alla posizione che la donna occupa nel settore dei servizi sociali, alle reali possibilità di valorizzazione del sapere femminile all’interno delle strutture organizzative.
La tipizzazione del lavoro sociale come professione femminile è in gran parte dipesa da stereotipi1 culturali vigenti nella nostra società, che ancora oggi pre-determinano la formazione e l’educazione di genere relativamente al mondo del lavoro. Si tratta di stereotipi di genere che classificano i due sessi attribuendo loro determinate caratteristiche psicologiche e sociali spingendo a trattare uomini e donne come se essi le possedessero e, soprattutto, spinge uomini e donne ad assumerli e a metterli in atto.
La differenza di genere nel Servizio Sociale
Il funzionamento organizzativo risente degli stereotipi di genere vigenti nel contesto sociale, ricostruendo simbolicamente il maschile ed il femminile. Le stesse organizzazioni dei servizi sociali configurandosi come dei sistemi aperti all’ambiente sulla base di quanto affermato da Von Bertalanffy, ossia che il solo modo in cui è possibile studiare un’organizzazione è studiarla come un sistema, interagiscono con il contesto sociale-culturale attraverso uno scambio biunivoco che determina il consolidamento di valori, ma anche dei reticoli di significato cui il maschile ed il femminile sono strettamente legati. Le organizzazioni, a dispetto delle loro dichiarazioni di essere neutre e neutrali, sono strutturate secondo il simbolismo di genere e la loro cultura è di “genere”. Essendo il genere, una categoria culturale profondamente consolidata, il riferimento ad esso è stata, quindi una costante della mia trattazione, utilizzata principalmente come un concetto relazionale in grado di esplorare come alle donne vengono attribuite caratteristiche femminili e agli uomini maschili, descrivendo così la differenza, la differenza di genere. Le differenze di genere per l’organizzazione del servizio sociale sono esplicite allorché ricondotte a un codice della natura, in grado di smistare uomini e donne in base al loro patrimonio biologico, ma sono un implicito per questa professione che, pur continuando ad utilizzare le peculiarità e le competenze femminili, disconosce e nega la differenza di genere. Non esistono in Italia degli studi che tendono a mettere in luce le differenze di genere presenti fra gli operatori dei servizi sociali; si è protratta nel nostro paese un’incapacità ad affrontare le problematiche della differenza di genere da parte della professione considerando che il servizio sociale è notoriamente esercitato prevalentemente da donne.
Segregazione occupazionale femminile
Quando, invece è proprio sulla base delle differenze di genere che nei servizi sociali si realizza la segregazione occupazionale femminile, in virtù della quale le donne sono concentrate in settori, professioni e funzioni con minore autorità e prestigio, mentre nelle posizioni e nei luoghi di comando predomina ancora la presenza maschile. Il risultato della segregazione occupazionale è la tipizzazione dei mestieri e delle professioni in senso maschile o femminile da cui risulta che alcuni di essi sono ritenuti “tipicamente femminili” ed altri “tipicamente maschili” e quando al termine lavoro si aggiunge l’aggettivo “femminile” o “maschile”, non si intende indicare l’attività svolta dalle donne o dagli uomini, quanto il fatto che l’attività stessa diventa femminile o maschile in sé. Un lavoro tipicamente femminile è la professione sociale, nata dalla professionalizzazione e mercificazione dei saperi della vita quotidiana. L’espansione dei servizi sociali ha consentito l’ingresso in massa di donne qualificate in ruoli di cura realizzando, così, all’interno di tale settore, una segregazione occupazionale che poggerebbe sul presupposto secondo cui le donne propendono per i mestieri e per i settori che rappresentano il prolungamento storico delle funzioni domestiche. Nel settore dei servizi sociali le due forme di segregazione occupazionale, orizzontale e verticale, si intrecciano, in quanto oltre ad essere un’occupazione femminilizzata è anche quella che vede la donna concentrata nei livelli inferiori della struttura occupazionale e prevede ancora percorsi di carriera ridotti o inesistenti.
Servizio Sociale: Riproduzione dei ruoli familiari?
Nelle organizzazioni dei servizi sociali, la preponderante presenza di donne non si accompagna ad una reale uguaglianza, i ruoli sociali non sono mutati, ma continuano le storiche e tradizionali asimmetrie tra uomo e donna e continua il sistema simbolico della subordinazione, per cui le donne rimangono lontane dal potere ed una modalità primaria di significare i rapporti di potere è il genere. Alle origini del pensiero occidentale i filosofi greci hanno cercato di spiegare che i compiti che la società affida all’uomo e alla donna sono differenziati in base alla differenza biologica, la quale determina una chiara divisione dei ruoli. La donna è inferiore perché diversa, ed i compiti che svolge hanno una funzione secondaria all’interno della società.
Susan Moller Okin ritiene che esista un legame fra l’assunzione della famiglia come naturale e necessaria, e il ruolo che alla donna spetta all’interno di questa, ponendo in evidenza come nella tradizione filosofica occidentale questa naturalità non venga mai messa in discussione, ma invece serva costantemente a dimostrare la necessità di tenere fuori le donne dall’ambito del pubblico, del potere politico.
Le donne, nella tradizione filosofica che va da Platone a J. S. Mill, sono ovunque enti naturali in relazione all’uomo. I filosofi che hanno considerato la famiglia come un’istituzione naturale e necessaria, si sono pertanto limitati a definire le donne in base alla loro funzione sessuale, sia affettiva che procreativa, a cui corrispondono un diritto e una moralità differenziati e dai quali deriva una definizione di ruolo femminile dettato dalla natura.
Nell’immaginario culturale collettivo sono sempre state presenti delle cristallizzazioni che assegnano ruoli e comportamenti differenti a uomini e donne, secondo modelli rigidi che volevano in sostanza, si sa, il maschile creato per la produzione e il femminile per la riproduzione. E dunque le organizzazioni in quanto luoghi pubblici, di produzione, sono maschili.
Leadership e Management
Per meglio comprendere l’ambivalenza tra produzione e riproduzione, tra pubblico e privato, tra maschile e femminile può essere utile fare un riferimento a Ferdinand Tonnies il quale contrappone Gemeinschaft a Gesellschaft, comunità a società. La prima si fonda su relazioni espressive, stabili e personali, che sono viste come attributi della femminilità, mentre alla base della seconda vi sono relazioni strumentali, impersonali, definite come maschili. Da questa distinzione, T. Parsons fa discendere la differenziazione dei ruoli sessuali nella famiglia. Egli afferma che in una famiglia moderna sia necessaria la presenza di due adulti specializzati nello svolgere ruoli specifici e differenti. Il padre-marito detiene la leadership strumentale, la quale si incentra sui rapporti tra la famiglia e il mondo esterno. Alla moglie-madre invece spetta il ruolo di leadership espressiva che si incentra sui rapporti interni alla famiglia. Il marito lavorando fuori casa mantiene la famiglia e ne determina la buona reputazione; in questo modo è esentato dalla cura dei figli e dall’organizzazione domestica, che sono i compiti della moglie. Per gli struttural-funzionalisti, dunque, alla differenza biologico-sessuale corrisponde in modo univoco una differenza attitudinale, che riserva alle donne e agli uomini ambiti specifici diversi, funzionali al mantenimento dell’ordine e dell’equilibrio nella società. Gli uomini si occupano dell’ambito esterno alla famiglia, mentre alle donne è riservato l’ambito familiare, in virtù di quella che viene vista come una differenza strutturale tra i sessi, tale da determinare le differenze di ruolo.
La stessa creazione del servizio sociale ha rappresentato lo spostamento dell’oppressione patriarcale dalla sfera domestica e privata a quella pubblica e, ancora oggi, nell’ambito delle organizzazioni sociali gli uomini rivestono il ruolo di leader e le donne sono destinate a funzioni manageriali, ossia ruoli tecnici e operativi. I compiti che le donne assumono nell’ambito nel servizio sociale sono quelli gestionali, legati al proprio ruolo, diretti al buon funzionamento della macchina, dell’organizzazione.
Tale dicotomia su base sessuale, tra la leadership, con funzioni di orientamento, di sviluppo di una visione del futuro, di innovazione, e il management, di consolidamento e maturazione dell’organizzazione, riproduce i ruoli stereotipati, tradizionali mutati dal modello familiare per la gestione dei servizi in cui la metafora della famiglia si ripropone come il modello gestionale.
Soffitto di vetro
Vige ancora all’interno delle organizzazioni dei servizi sociali la tipica divisione dei ruoli su base sessuale; una divisione che riproduce, quindi, la struttura familiare e che quindi giustifica il fatto che le donne difficilmente arrivano al vertice delle gerarchie organizzative, confermando l’esistenza di una barriera, il soffitto di vetro, oltre la quale il mondo è prevalentemente al maschile e che le donne non riescono ad oltrepassare. Tra le cause che contribuiscono al mantenimento del soffitto di vetro, a richiamare maggiormente la mia attenzione sono state quelle intrinseche alla dimensione femminile, includendo sostanzialmente la maternità e la dimensione generale del lavoro di cura connessa con il ruolo che la donna svolge in famiglia. Il tema prevalente riguarda, quindi, l’inconciliabilità del doppio ruolo nei livelli più alti.
Doppia presenza: una qualità che discrimina
Il doppio ruolo, meglio definito con l’ espressione doppia presenza, descrive un fenomeno tipicamente femminile, che designa la peculiare partecipazione al lavoro da parte delle donne come contemporanea “presenza” nel lavoro per il mercato e nel lavoro per la riproduzione. Indica, cioè, il nuovo status delle donne che risultano inserite in una doppia appartenenza che, come osserva una studiosa del calibro di Chiara Saraceno può essere intesa come una risorsa, non più minacciosa per l’integrità consentendo invece di cogliere due opportunità: la prima è prendere le distanze da quella “veste” che le norme prevalenti cuciono addosso alle donne e permettere di assumere identità plurime e mutevoli; la seconda è concentrare le energie in questa o in quella sfera di interessi a seconda del ciclo di vita, allentando i vincoli rispetto a quello che viene avvertito come un percorso inevitabile.
Affrontare e descrivere la condizione delle donna-lavoratrice in termini di doppia presenza è importante per porre fine allo stereotipo secondo cui il lavoro maschile è centrale ed il lavoro femminile è, invece, marginale. Tuttavia, nel gestire il doppio ruolo, domestico-interno e professionale-esterno, la donna spesso si trova a dover pagare con la subordinazione. La doppia presenza ha una cogenza in sé, che limita le potenzialità occupazionali delle donne e le danneggia rispetto agli uomini, che possono, per così dire, “giocare a tutto campo”.
Una professione di genere neutro?
Nonostante esiste, un legame tra le professioni sociali – di cura e del prendersi cura – e l’identità femminile sia per la presenza storica delle donne in questi settori, sia per le caratteristiche specificamente femminili richieste da questo tipo di lavoro, l’identità professionale delle operatrici, non comprende alcun riferimento al genere, poiché lo stile femminile è visto, nella pratica lavorativa, come opposto alla stessa identità professionale, considerata neutra e scissa da qualunque caratteristica personale.
Un atteggiamento diffuso e ricorrente nelle donne che operano nell’ambito dei servizi sociali è quello del negare una qualunque connessione tra le specificità di genere e quelle proprie della professione di aiuto, essendo convinte che il ruolo da esse ricoperto, in quanto professionale, debba prescindere dalle connotazioni personali e, in particolare, da quelle di genere. Si rifiuta ogni tipo di diversificazione che possa richiamare un modo stereotipato e tradizionale di percepire il lavoro delle donne nelle professioni sociali, per evitare l’etichettamento secondo il quale il ruolo femminile è uguale a “materno”.
Come se prendere le distanze dal femminile fosse una sorta di meccanismo di difesa che le tiene al riparo dalla non valorizzazione implicita nelle attività più relazionali del loro ruolo, dalla non-visibilità socialmente destinata a tutto ciò che riguarda la cura nell’ambito familiare confermandole in un’identità professionale tecnica e perciò rassicurante.
A causa dell’irrigidimento che la società fa delle differenze di genere in stereotipi, la donna che opera nel servizio sociale non elabora la sua femminilità e non riesce a coniugare la variabile professionalità a quella di femminilità, pertanto lo steccato più importante da abbattere interessa gli abiti mentali della gente, e non soltanto degli uomini. È necessario che la presenza femminile nelle professioni e nei luoghi di produzione di cura non sia considerata unicamente “naturale”, bensì diventi tema di ricerca e di interesse nelle discipline sociali e che le differenze di genere infrangano la soglia del mero fatto di costume e dell’andamento generale del mercato del lavoro.
Occorre ripensare il lavoro sociale in modo nuovo, rielaborando in senso professionale le differenze di genere, valorizzando le due dimensioni maschile e femminile entrambe come risorse preziose nel compiti in cui si svolge il lavoro, nella consapevolezza che il riconoscimento della differenza possa essere fonte non di discriminazione, ma di crescita. Dopo anni di parole, dibattiti e riflessioni sulle pari opportunità accettare di definire così nettamente delle diversità è un’opera controversa, ma è anche vero che oggi è avvenuto un passaggio culturale la diversità è stata chiamata differenza. Lo stesso Servizio sociale lavora sulle differenze, termine che non evoca più un confronto tra opposti quanto tra dissimili; non evoca più negatività ma eccezionalità.