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I temi della Scuola del Sociale

Genere e Leadership


Introduzione

Non esiste una vera e propria definizione di genere. In Italia i primi studi risalgono ai primi anni sessanta, che furono soprattutto “studi di donna” ovvero “women’s studies”, centrati cioè solo sul concetto di donna. Nei paesi anglosassoni, invece, le riflessioni e le produzioni scientifiche sul genere furono molto copiose, ma non solo. Qui il genere veniva studiato ad ampio raggio ed i significati attribuiti erano meno ristretti venendo definiti “Gender’s studies”.
Gli studi sul genere nascono a partire dal movimento femminista degli anni sessanta e dalle sue successive trasformazioni, in particolare quella del neofemminismo degli anni settanta. Il contributo delle femministe fu la contestazione dell’idea secondo cui la distinzione maschio/femmina era dovuta ai “fatti della biologia” di cui era espressione. Tale concezione trovava conferma nel fatto che la parola più comunemente usata per indicare questa distinzione, sesso, era una parola con forti associazioni biologiche. Affermando implicitamente che ciò che differenzia l’uomo dalla donna dipende dalla biologia, il concetto di sesso suggeriva l’immutabilità di tali differenze e l’impossibilità del cambiamento. Per togliere valore a questo concetto, le femministe degli ultimi anni sessanta ricorsero al concetto della costruzione sociale per sottolineare come molte delle differenze associate all’uomo e alla donna non erano di carattere biologico né ne rappresentavano gli effetti diretti.
Semplicemente l’elemento biologico veniva assunto come base su cui costruire significati culturali e creare differenze in termini di ruoli e potere tra i sessi in seno alla società. Così, il femminismo è stato il soggetto politico che ha puntato il dito su questo squilibrio, contestando la legittimità del vantaggio storico che gli uomini avevano assegnato a se stessi. La disuguaglianza tra i sessi, e nella distribuzione del potere, era l’immagine originaria con la quale il femminismo fotografava politicamente il suo bersaglio. La presa di coscienza della disuguaglianza, le posizioni politiche che ne sono seguite, il movimento e la sua azione, il contraccolpo che la società civile ne ha ricevuto e le risposte che ha dato, tutto questo ha spostato in avanti la riflessione femminista, sollecitandola a dotarsi di categorie d’analisi e di ipotesi d’indagine per la ricerca storica e teorica.
Il concetto di genere è nato allora, in questo secondo momento, in una fase di sistemazione e di approfondimento delle prime intuizioni. E la scelta di sussumere i due sessi e i loro rapporti nell’espressione “genere” risponde ad una spinta intellettuale ben precisa: all’esigenza di attribuire massimo peso a quanto vi è di socialmente costruito nella disuguaglianza sessuale, a quanto vi è di non biologicamente dato nella relazione di disparità tra uomini e donne.
Una tale scelta concettuale, mentre ha restituito valore alla classica dichiarazione “donne non si nasce si diventa” (De Beauvoir), ha assegnato un’importanza particolare al lavoro delle scienze sociali e alla responsabilità di chi indaga sia il percorso storico sia i meccanismi della disparità nel presente. Ma l’accento sul genere ha soprattutto implicato una nozione di relazionalità, l’apertura degli studi sulle donne ad una visione integrata del femminile e del maschile.


1. Il genere

Il genere è un modo di classificare, di indicare l’esistenza di tipi. In particolare, il genere propone un nome per il modo sessuato col quale gli essere umani si presentano e sono percepiti nel mondo: nella società convivono due sessi ed il termine genere segnala questa duplice presenza. Si tratta, dunque, di un termine binario, non univoco: gli uomini e le donne formano il genere. Occorre sottolineare questo, perché l’equivoco iniziale che ha accompagnato la nascita del concetto - secondo cui “genere” è un termine con cui le donne hanno scelto di classificare se stesse in quanto esseri sociali - si protrae tuttora sia nel senso comune che nella pratica di ricerca. Secondo tale equivoco, il termine genere avrebbe semplicemente sostituito la vecchia dizione di “condizione femminile”, ma così non è per due ordine di motivi.
In primo luogo perché il concetto di genere, a differenza di quello di condizione femminile, non si limita a segnalare un’esperienza di subordinazione o di oppressione delle donne rispetto agli uomini e da parte di essi, ma pone in modo radicale la questione della costruzione sociale dell’appartenenza di sesso.
In secondo luogo, nega la possibilità che la condizione femminile possa venire analizzata in modo isolato, separato da quella maschile. Si è visto infatti che l’attiva influenza dei due sessi l’uno sull’altro, i loro legami, i loro contrasti creano la condizione femminile e la condizione maschile, quelle modalità di vita cioè in cui i due sessi intrecciano la propria esistenza.
Genere, dunque, oltre che un codice binario, è anche un codice che implica reciprocità, dialettica costante fra le sue componenti di base.
Il concetto di genere è, inoltre, intrinsecamente legato al concetto di differenza sessuale. Tuttavia, tale connessione è assai impropria e conduce ad una distorsione dei significati; infatti, “differenza sessuale” attiene al substrato biologico. Il maschio e la femmina nascono con una differenza biologica, che è naturale; durante la socializzazione avviene l’elaborazione di questo dato biologico mediante la quale si acquisisce una precisa identità sessuale. Nel genere, invece, questa differenza sessuale è stata assunta come dato sul quale creare una diversità naturale, all’interno della quale sono state prodotte delle stratificazioni.
Uomini e donne, maschile e femminile, relazioni e interazioni ovvero il modo con cui questi due tipi umani esperiscono, subiscono e modificano nel tempo il rapporto tra loro e con il mondo, tutto ciò è incluso nel termine “genere”.


2. Filoni interpretativi: genere e differenza sessuale

La relazione tra sesso e genere e la capacità del secondo di includere in sé il primo chiama in causa il sostrato corporeo e fisico della differenza sessuale. È quest’ultimo ad occupare il pensiero femminista: esso costituisce il “pretesto” dei processi sociali che portano a divaricare in modo più o meno estremo i destini di uomini e donne e di assegnare loro competenze e capacità specifiche.
La riflessione sulla differenza sessuale è stata declinata lungo direttrici anche profondamente diverse dalle teoriche femministe.
1. Un primo filone di studi è definito essenzialismo o culturalismo, secondo il quale la base biologica della differenza sessuale, in cui sono incluse sia la sessualità che la capacità della donna di dare la vita, è ritenuta essenziale per la definizione delle sue qualità di soggetto: qualità di spirito e di sensibilità, di amorosità e di intimità, di pacificità. Qualità biofile, creatrici di vita. secondo le sue sostenitrici, la base biologica femminile - il corpo materno - ed i significati spirituali e politici che ad essa sarebbero “naturalmente” attaccati contengono la vera chiave del rinnovamento per le donne e per la trasformazione sociale attraverso il potenziamento delle qualità femminili.
Una variante a questo approccio, che ha avuto molta influenza nel dibattito tra le sociologhe e le psicologhe, è quella che colloca l’origine della differenziazione sociale e psicologica dei due genere nella funzione materna: non nel corpo materno ma nell’attribuzione alle donne-madri della responsabilità delle prime cure ai bambini, maschi e femmine. Chodorow, nel suo famoso saggio The Reproduction of Mothering, sulla base di un’analisi di tipo clinico asserisce che l’origine comune di ciascuno, maschio o femmina, nel corpo materno e l’esperienza comune della dipendenza dalle cure materne per la sopravvivenza provocano percorsi di individuazione profondamente diversi per i due sessi: per i maschi il processo di formazione del sé implica una doppia separazione dal corpo materno, come individui e come genere, fino alla rimozione stessa di quel primo legame rovesciato in superiorità dell’uomo sulla donna; per le donne, viceversa, quell’origine induce un processo di individuazione incerto, carente, con una difficoltà a staccarsi, a pensarsi come autonome. Mentre i maschi, nel tragitto che li porta dal primo legame alla necessità della separazione, mantengono l’aspettativa di essere accuditi da una donna e che siano le donne responsabili dell’accudimento e della cura, le femmine sperimentano una più forte ambivalenza. Per loro il tragitto dal primo rapporto con la madre all’acquisizione di un’identità adulta, significa dis-identificarsi come oggetto di cura per divenire, invece, coloro che forniscono cura. Ed è in questo doppio movimento che la funzione materna - aspettativa sociale e disponibilità soggettiva - si riproduce e riproduce le differenze e le asimmetrie di genere. Le argomentazione di Chodorow non sono fondate su una prospettiva di tipo biologistico o naturalistico. Secondo il suo approccio, l’origine della differenza di genere è collocata nei primi rapporti infantili e nei meccanismi psichici che essi mettono in atto.

tre filoni interpretativi

Dunque, in questo approccio, definito essenzialista o culturalista perché puntando su qualità innate valorizza la cultura specifica femminile, il riferimento al genere si concentra in un forte richiamo all’importanza dell’anatomia dei due sessi e alla loro insormontabile differenza, da cui conseguono qualità vitali e sociali incomponibili. I due genere sono si socialmente costruiti, ma a partire da un corredo materiale biologico che ne ha diversificato e continua a diversificare profondamente le qualità del carattere.
2. Il secondo filone di studi è definito decostruzionismo, perché è volto allo smontaggio dell’unico processo responsabile dell’esistenza dei due generi: la costruzione storico-sociale. Il genere essendo costruzione pura può venire scomposto e liberato da se stesso: le donne possono disfare il discorso sociale che è stato loro cucito addosso mostrandone il carattere fittizio. Il decostruzionismo suona incoraggiante per le donne perchè mostra loro che le categorie che le definiscono sono una finzione.
3. Terzo filone di studi è quello della differenza sessuale. Questo approccio individua nella differenza sessuale l’origine cruciale della mancanza di potere femminile e il fondamento della possibile costruzione del soggetto femminile in quanto tale. Il punto di partenza della teoria è situato nel tempo: si colloca nella filosofia occidentale dove il pensiero maschile si è imposto come soggetto universale e neutro, come soggetto che definisce il mondo a partire da sé. Da questo evento storico discendono delle conseguenze: all’essere sessuato femminile il pensiero maschile, fondandosi come soggetto unico, ha sottratto l’accesso al simbolico, la capacità di “autosignificarsi”.
Prima ancora che ne derivassero conseguenze storiche e sociali, il profilo umano essenziale era stato disegnato al maschile. È come dire che le donne mancano di una fondazione, si un pensiero proprio su se stesse e sul mondo. La teoria della differenza sessuale postula la necessità per le donne do colmare tale mancanza: dotarsi di uno strumento conoscitivo che riconsegni loro questa capacità fondativi.


3. Alcune posizioni teoriche sulla costruzione sociale delle differenze di genere

Una prima interpretazione sui processi che hanno determinato la costruzione sociale delle differenza di genere vi è quella di Gayle Rubin, che nel suo saggio The Traffic in Women, introduce ufficialmente nel discorso scientifico il termine “genere” nell’espressione sex-gender system. Tale espressione denomina l’insieme dei processi, degli adattamenti, delle modalità di comportamento e dei rapporti con i quali ogni società trasforma la sessualità biologica in prodotti dell’attività umana, e organizza la divisione dei compiti tra gli uomini e le donne, differenziandoli l’uno dall’altro: creando, appunto, il genere. In questo caso, l’elemento biologico viene assunto come la base su cui costruire i significati culturali, e son o le istituzioni sociali a creare il sex-gender system. Per l’autrice comprendere l’origine della subordinazione delle donne può servire ad orientare la nostra visione del futuro, e a valutare se è realistico o no sperare in una società sessualmente ugualitaria. Ma, in particolare, la sua posizione riflette una caratteristica importante nel modo di concepire la socializzazione, in gran parte del pensiero del nostro secolo. Molti di coloro che accettano l’idea secondo cui il carattere si forma nella società, e quindi negano che sia il prodotto della biologia, non rifiutano necessariamente l’idea che la biologia sia il luogo di formazione del carattere. In altre parole, essi continuano a considerare il sé fisiologico come il “dato” su cui le caratteristiche specifiche vengono sovrapposte; ciò consente di stabilire la direzione delle specifiche influenze sociali. Tale concezione del rapporto tra biologia e socializzazione rende possibile una visione “attaccapanni” dell’identità, ovvero il corpo viene considerato come un tipo di attaccapanni sul quale vengono gettati o sovrapposti diversi manufatto culturali, in particolare quelli della personalità e del comportamento.

stereotipi e modelli di organizzazione della società

Una seconda interpretazione è proposta da Joan Scott, che viene definita la questione del potere, perché secondo l’autrice il genere è il primo livello di analisi attraverso cui è possibile leggere il rapporto di potere. La formulazione del concetto di genere deriva la sua origine non tanto dalla presa d’atto neutrale di una realtà sessuata, quanto dalla constatazione di uno squilibrio al suo interno. Il genere è il primo terreno nel quale il potere si manifesta, e nominare il genere significa immediatamente evocare il potere. I termini di questa storica partita sono noti: le differenze tra i sessi in natura - il corpo femminile dotato di caratteristiche e capacità proprie diverse da quelle maschili - si sono prestate e si prestano alla costruzione di una disparità storica, sulla base della quale la divisione del lavoro, i compiti quotidiani e l’accesso alla sfera intellettuale e simbolica si sono organizzati nel tempo lungo una profonda asimmetria, a discriminazione e svantaggio del genere femminile.
Una terza posizione è quella di Simone De Beauvoir che nel suo saggio Il secondo sesso esplicita una sorta di accusa alla presunta debolezza femminile che spinge la dona a farsi padrona del proprio destino.
L’autrice afferma che è vero che le donne sono state dominate dall’uomo, ma è pur vero che esse hanno utilizzato la loro debolezza fisica per potere vivere in una posizione di comodo, per potere essere protette dall’uomo così da non uscire dal loro mondo ed affermarsi come soggetti responsabili. In ciò le donne si sono rese complici del processo che ha portato all’affermazione della superiorità maschile. Per l’autrice, storicamente l’uomo è definito come “il primo sesso” mentre la donna è definita come “il secondo sesso” dunque altro. In questa ottica, la donna in termini di identità e ruolo è stata definita a partire dall’identità maschile, con la conseguenza che se l’uomo è forte la donna è debole, se l’uomo è contraddistinto dal coraggio la donna sarà certamente paurosa.
Queste posizioni teoriche mettono in evidenza le variabili ed i processi che hanno condotto alla creazione e diffusione di stereotipi all’interno della società, i quali sono diventati poi modelli di organizzazione della società stessa:
•  la donna definita irrazionale per le innate qualità biofile, legata alla natura per la sua funzione riproduttiva e relegata all’immanente cioè al quotidiano;
• l’uomo definito razionale, legato alla società per il fatto di essere procacciatore di risorse e legato al trascendete ossia al futuro nel senso di progettualità.

Genere e Cultura organizzativa

Il genere è, dunque, un costrutto sociale e sulla base di ciò è possibile affermare che genere e cultura sono intimamente uniti tanto nella società più ampia quanto all’interno dei contesti organizzativi.
Il funzionamento organizzativo risente degli stereotipi di genere prodotti all’interno della cultura di un dato contesto sociale, ricostruendo simbolicamente il maschile ed il femminile. Le organizzazioni sviluppano credenze sociali sulle relazioni di genere e producono assetti a seconda del significato che attribuiscono ad esse ovvero i processi dell’organizzare sono fortemente influenzati dalle concezioni storiche e culturali sui sessi.


4. La Cultura organizzativa

Da un punto di vista organizzativo, la cultura rappresenta una delle componenti più importanti di un’organizzazione. Solitamente, la cultura organizzativa o la sua intelaiatura nasce dalle idee e dalle credenze della persona che fonda l’organizzazione e che vengono trasmesse nel corso degli anni al suo interno. È definibile come l’insieme di assunti fondamentali, valori, ideologie, opinioni, conoscenze e modi di pensare che sono condivisi dai membri di un’organizzazione; viene vista come il collante delle organizzazioni perché la diffusione e la circolazione delle norme, dei valori, delle idee produce una forte coesione tra i membri che appartengono all’organizzazione. La coesione culturale fa riferimento al grado di condivisione e di concordanza sull’importanza di determinati valori e, più il consenso è ampio più forte è la cultura dell’organizzazione e quanto più è consolidata e radicata nell’agire organizzativo tanto più può frenare l’attivazione dei sistemi di apprendimento producendo una bassa propensione al cambiamento organizzativo.
Schein definisce la cultura come un’’insieme di assunti e convinzioni condivise dai membri dell’organizzazione, che agiscono inconsapevolmente e definiscono la visione scontata che l’organizzazione ha di sè e del proprio ambiente. Tali assunti e convinzioni rappresentano, per i membri del gruppo, le risposte apprese per sopravvivere nell’ambiente esterno e per superare i problemi di integrazione interna e vengono dati per scontato perché risolvono tali problemi in modo continuativo e sicuro; sono, dunque, soluzioni che si ripetono in situazioni successive nella misura in cui costituiscono delle risposte adeguate. Qualora non dovessero più funzionare, queste soluzioni dovrebbero essere abbandonate ma la tendenza alla loro reiterazione spesso ha il sopravvento, sia perché si incontrano grosse difficoltà a disfarsi di una parte del patrimonio comune sia perché lo sperimentare nuove soluzioni è emotivamente, e non solo economicamente, molto costoso in termini di assorbimento dell’ansia correlata al rischio del cambiamento verso l’ignoto.
Infatti, una peculiarità della cultura organizzativa è la sua stabilità perché gli individui non amano situazioni caotiche e imprevedibili e nel normalizzarle e stabilizzarle il più possibile mantengono i propri assunti culturali che danno loro significato e prevedibilità all’azione quotidiana. Ecco perché ogni possibile cambiamento culturale provoca ansie e resistenze negli attori. In tal senso, una delle funzioni cruciali è quella del leader nell’essere guida per il gruppo, ovvero quando il modo tradizionale di fare le cose non funziona più o quando si esigono nuove risposte a fronte di cambiamenti ambientali occorre assicurare la scoperta di soluzioni nuove e migliori ma soprattutto offrire al gruppo quella sicurezza che lo aiuti a tollerare l’ansia dovuta all’abbandono delle risposte routinarie, affinché quelle nuove possano essere apprese e sperimentate in modo da evitare il rischio che si generi un circolo vizioso basato sull’incapacità di disapprendere i comportamenti appresi. Da una simile prospettiva, la cultura è il prodotto derivante dall’esperienza di un gruppo, ovvero il prodotto di un’intensa interazione sociale che non può venire semplicemente imposta a una compagine sociale, ma è riscontrabile soltanto laddove un gruppo abbia alle spalle una storia significativa sufficientemente condivisa nella quale i membri hanno condiviso problemi significativi ed hanno avuto l’opportunità di risolverli di osservare gli effetti delle loro soluzioni.


4.1. I livelli della Cultura organizzativa

La cultura organizzativa si articola su tre livelli fondamentali:
• il primo, ed il più visibile, è costituito dagli artefatti, cioè quello che concretamente si vede e si ascolta quando si entra in una organizzazione. A questo livello sono visibili l’ambiente fisico e lo spazio sociale, la produzione tecnologica del gruppo, il suo linguaggio scritto e parlato e il comportamento manifesto dei membri. Sebbene gli artefatti siano visibili, quindi agevolmente individuabili, permane la difficoltà di attribuire loro un significato, di connetterli e capire quali modelli essi riflettono e, poiché i membri sono plasmati e vivono la cultura dell’organizzazione non sono sempre consapevoli circa ciò che generano sottoforma di artefatti: ne deriva che non è possibile chiedere loro di definire la cultura, ma questa va desunta dai loro comportamenti. Pertanto, la comprensione degli aspetti culturali implica l’analisi dei valori fondamentali che costituiscono i principi in base ai quali gli attori elaborano il proprio comportamento.
• Il secondo livello della cultura è rappresentato dai valori dichiarati dall’organizzazione. Quando un gruppo deve affrontare un compito o un problema nuovo la prima soluzione proposta, da un membro più creativo o dal leader, ha soltanto una parvenza di valore perchè non si è ancora giunti ad una condivisione nel gruppo rispetto ad essa. Se la soluzione ha successo, perché efficace nella soluzione del problema, il gruppo si rende conto che è valida e il suo valore, attraverso un graduale processo di trasformazione cognitiva, diviene prima una convinzione poi un assunto che diverrà un’idea cui si farà automaticamente riferimento secondo una modalità assolutamente inconscia. Alcuni valori sono presenti nella dimensione consapevole del gruppo, vengono definiti in modo esplicito e sono, per questo, indicatori dei comportamenti osservabili a livello di artefatti. Ma non necessariamente. Essi potrebbero anche essere considerati “valori esposti” che prevedono con buona approssimazione quello che i membri diranno in alcune situazioni ma che potrebbero non coincidere con quello che effettivamente essi faranno nelle situazioni in cui questi valori dovrebbero essere applicati.
• Per giungere, quindi, ad un livello più profondo di comprensione dei comportamenti occorre conoscere gli assunti che riguardano quella visione condivisa della realtà che è all’origine degli elementi visibili. Per assunti, Schein, intende la parte più inconscia degli stessi relativa al fatto che continuando a dare per scontato che un valore è risultato positivo per risolvere certi problemi, esso viene introiettato fino a diventare un assunto taken for granted ad un punto tale che se in prima istanza quella soluzione era soltanto un’ipotesi sorretta da un valore successivamente inizia a diventare progressivamente una realtà, e ciò conduce a pensare che la natura funzioni effettivamente in quel determinato modo. Gli assunti sono così scontati che non consentono delle modificazioni all’interno di un’unità culturale: se un assunto viene tenuto in forte considerazione all’interno del gruppo, per i membri sarà inammissibile agire sulla scorta di altri presupposti. Ovvero gli assunti impliciti concretamente definiscono il comportamento e suggeriscono ai membri del gruppo le modalità con cui la realtà deve essere percepita, pensata e sentita e non si offrono alla discussione o al confronto, hanno una loro forza, in quanto modificarli risulta essere un processo molto difficile, e si occupano di aspetti fondamentali della cultura.
L’essenza della cultura è costituita da valori, convinzioni e assunti che vengono imparati insieme e dati per scontato mentre l’organizzazione continua ad avere successo. Sono il risultato di un processo congiunto di apprendimento: in origine erano soltanto nella mente del fondatore o del leader; diventano comuni e scontati quando i membri dell’organizzazione riconoscono che le convinzioni, i valori e gli assunti del fondatori e/o leader sono giusti perché hanno portato al successo dell’organizzazione.


4.2 Le funzioni della Cultura

Vi sono due problemi fondamentali che la cultura cerca di risolvere: la sopravvivenza e l’adattamento del gruppo all’ambiente esterno e l’integrazione dei suoi processi interni per assicurare al gruppo la capacità di sopravvivere e di adattarsi.
I problemi connessi all’adattamento all’ambiente esterno determinano il ciclo di attività che ogni sistema deve essere in grado di svolgere per gestire l’ambiente esterno in continua evoluzione e per poter sopravvivere. Sono cinque i problemi fondamentali che l’organizzazione deve affrontare una volta che si è avviata:
• missione e strategia, attengono all’obiettivo di giungere ad una comprensione univoca e generale della missione centrale, del compito primario e delle funzioni latenti e manifeste. La definizione della missione centrale è, per l’organizzazione, un obbligo da rispettare se vuole sopravvivere che, peraltro, implica anche un senso più profondo del come sopravvivere in un dato ambiente; e la risposta a tale domanda definisce l’identità del gruppo.
• Obiettivi, riguardano lo sviluppo del consenso sugli obiettivi derivanti dalla missione centrale. Per giungere ad un accordo sugli obiettivi il gruppo deve aver acquisito un linguaggio e degli assunti comuni per potere avviare un processo in base al quale si passa da qualcosa di generico o astratto agli obiettivi concreti comuni.
• Mezzi, concernono lo sviluppo di un consenso sui mezzi da utilizzare per raggiungere gli obiettivi, quali la struttura aziendale, la divisione dei compiti, il sistema di incentivi e di autorità.
• Valutazione, si riferisce alla necessità di sviluppare un consenso sui criteri da applicare per valutare i risultati del gruppo nel raggiungere gli obiettivi. Il gruppo deve raggiungere un accordo sulle modalità attraverso cui valutare al fine di conoscere quali misure correttive applicare quando si verificano delle deviazioni rispetto a quanto pianificato.
• Correttivi, riguardano il consenso da sviluppare sulle strategie correttive da adottare nel caso in cui non si raggiungano gli obiettivi prefissati. Si tratta di cosa fare se si ritiene di dover cambiare politica e di come realizzare il cambiamento. Sono profondamente differenti le modalità con cui gruppi e le organizzazioni reagiscono a situazioni di crisi nelle quali si apprende che non sono stati raggiunti gli obiettivi prefissati e la natura di tali reazioni non solo attenta alla sopravvivenza dell’organizzazione ma rivela anche importanti elementi della cultura, assunti profondamente radicati e valori autentici.
I problemi di integrazione interna hanno a che fare con la creazione e il mantenimento delle relazioni tra i membri che appartengono al gruppo e con la realizzazione effettiva di quello che stanno facendo. Le questioni interne a cui la cultura deve far fronte sono sei:
• lo sviluppo di un linguaggio e di categorie concettuali comuni. Non si può parlare di gruppo se i membri non riescono a comunicare tra loro e a comprendersi a vicenda. Per operare come un gruppo le persone che lo compongono devono stabilire un sistema di comunicazione e un linguaggio che permette loro di comprendere quello che accade.
• Il consenso sui confini del gruppo, ovvero i criteri in base ai quali si stabilisce chi è incluso e chi è escluso. La questione dei confini è centrale perché i nuovi membri non possono lavorare e concentrarsi sul loro compito primario se non sono sicuri di appartenere a quel gruppo, così come il gruppo non può avere la sensazione della sua solidità se non sa come autodefinirsi.
• Potere e status. Ogni organizzazione deve avere un ordine gerarchico, dei criteri e delle norme in base alle quali si guadagna, si mantiene o si perde il potere.
• Confidenza, amicizia, amore. Ogni organizzazione deve elaborare le sue regole per gestire le relazioni tra pari grado, tra appartenenti ai due sessi e per sapere in che misura essere aperti e dare confidenza nell’ambito lavorativo.
• Incentivi e sanzioni. Ogni gruppo deve sapere quali sono i comportamenti da penalizzare e quali quelli da premiare: cosa va premiato con una ricompensa monetaria, con la status e con il potere e cosa va penalizzato con il ritiro di premi o con una privazione.
• Religione e ideologia. Ogni gruppo o organizzazione si trova ad affrontare accadimenti inspiegabili ed in quanto tali preoccupanti. A questi eventi va attribuito un significato in modo che i membri sappiano come reagire e sfuggano all’ansia di dover fronteggiare qualcosa di incomprensibile e inaccertabile. La religione può fornire un contesto per spiegare fatti o situazioni privi di significato razionale e scientifico e fornisce delle linee guida di condotta per sapere cosa fare in circostanze ambigue e incerte.
Ma la cultura non risolve soltanto i problemi adattamento esterno e di integrazione esterna: svolge la funzione fondamentale di contenere l’ansia derivante da circostanze di incertezza o eccessiva pressione cognitiva. Quando gli individui si trovano di fronte a problemi interni ed esterni da risolvere elaborano un sistema per selezionare solo gli aspetti rilevanti e i relativi criteri per reagire ad essi. Gli assunti culturali, fungendo da filtro, sostengono questo processo selettivo riducendo le incertezze ed il carico eccessivo. Le soluzioni su di essi basate tranquillizzano ed questa è una delle ragioni per cui vi è sovente una forte resistenza al cambiamento: perché abbandonare assunti che danno stabilità al proprio mondo provoca ansietà anche se altri risultano essere più adeguati.


4.3 La teoria dell’Apprendimento

Vi sono diverse teorie utili a comprendere il processo di formazione della cultura. Tra queste la teoria dell’apprendimento è quella che consente di capire i processi in base ai quali la cultura diviene patrimonio comune ovvero condivisa dai membri del gruppo. È stato detto che l’essenza della cultura è un insieme di valori, convinzioni e assunti che vengono assimilati e dati per scontato dai membri del gruppo; sono il risultato di un processo congiunto di apprendimento nel senso che, dimostrandosi funzionali al successo dell’organizzazione, dalla mente del leader si trasferiscono nella mente e nei comportamenti dei membri, diventando appunto comuni.

l'apprendimento

Vi sono due tipi di meccanismi di apprendimento. Un primo attiene a situazioni nelle quali si trova una soluzione sicura e positiva ai problemi: in questo caso vi è una tensione positiva diretta alla mobilitazione delle forze per il raggiungimento dell’obiettivo, l’attenzione è focalizzata sul problema e tutti gli sforzi sono tesi alla sua soluzione. I risultati dell’apprendimento sono percepiti dal gruppo come gratificanti perché si sente di aver raggiunto un obiettivo ovvero risolto il problema, e la soluzione che si è mostrata efficace verrà applicata nuovamente se il problema dovesse ripresentarsi. Per tutto ciò che rappresenta, la soluzione diventerà cultura perché apparterrà a quel repertorio di capacità apprese dal gruppo di risolvere i problemi e a quell’insieme di immagini che il gruppo ha appreso di sè e del mondo e che derivano dalla sua storia concreta. L’altro meccanismo di apprendimento è rappresentato dall’imparare ad evitare l’ansia: in questo caso l’obiettivo è contenere l’ansia e prevenire le sue conseguenze. L’ansia racchiude delle sensazioni di paura, poiché ci si sente minacciati da qualcosa di ignoto, e produce un certo livello di disorientamento cognitivo, dovuto alla non conoscenza del futuro.
Ovviamente affinché i membri possano pienamente mettere a fuoco l’apprendimento è indispensabile che sappiano riconoscere la fonte della loro ansia.
Riconosciuta, imparano ad evitarla e tale reazione cognitiva verrà ripetuta incessantemente anche se la fonte dell’ansia non sussisterà più. Schein identifica tre forme di ansia:
• ansia esistenziale primaria, derivante da un sovraccarico cognitivo e dall’incapacità di sistematizzare gli stimoli esterni. Questo tipo di ansia è connesso sia al compito esterno di sopravvivenza - laddove la sopravvivenza è assicurata dalla capacità di categorizzare e rendere prevedibili gli eventi al fine di non esserne sopraffatti e non riuscire a reagire ad essi - sia ai problemi interni di sopravvivenza sociale - l’ansia sociale si fonda sulle sensazioni personali risalenti alla propria infanzia e al gruppo familiare di appartenenza, all’interno del quale si apprendono le regole in base alle quali si è accettati, inclusi e amati. Il conflitto tra egoismo e lealtà si ripropone nella realtà gruppale e ogni membro cerca di sviluppare una soluzione a questo problema, che se rimane irrisolto produce un’ansia di tipo primitivo.
• Ansia secondaria legata ai ruoli, cioè fonti di ansia connesse al lavoro svolto. Poiché ruoli e compiti implicano dei livelli di ansietà, alcuni aspetti particolarmente rituali del comportamento organizzativo sono meccanismi appresi per evitare e/o ridurre l’ansia.
• Ansia terziaria, consistente nel dolore e nell’ansia derivanti da meccanismi volti a evitare l’ansia primaria e secondaria.
Secondo Schein, è al momento dell’ingresso di un nuovo membro all’interno dell’organizzazione che l’apprendimento della cultura ha luogo: la socializzazione organizzativa può essere definita come il processo di apprendimento dei segreti del mestiere, un processo di indottrinamento e addestramento attraverso il quale l’individuo acquista consapevolezza di tutto quello che è ritenuto fondamentale dall’organizzazione, ossia valori, norme e modelli comportamentali a cui il nuovo arrivato deve assolutamente conformarsi. Il nuovo membro ha tre modelli di comportamento tipici nel rispetto dell’adesione ai valori da apprendere:
• ribellione, ossia il rifiuto di tutti i valori e norme di comportamento;
• individualismo creativo, ossia accettazione dei soli core beliefs e rifiuto di ogni altra norma;
• conformismo, ossia adesione a tutti gli elementi che costituiscono il paradigma culturale.
Questi meccanismi definiscono così il dispositivo attraverso il quale andrà a svilupparsi la condivisione di un sistema di valori che aumenta la coesione e l’efficienza organizzativa, in modo che l’organizzazione risulti in grado di esercitare al meglio la propria competenza distintiva. Lo sviluppo di esperienze collettive di successo apprese fonda quel percorso storico che imprime nell’organizzazione i valori che ne definiscono l’identità e ne legittimano le norme comportamentali.

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