Dietro al disegno strategico
che caratterizza il mio lavoro esiste uno sforzo e un percorso di
ricerca e sperimentazione. Sono arrivata a proporre questa dissertazione
sulle dimensioni che facilitano l'empowerment professionale dell'Assistente
Sociale, dopo essere passata attraverso alcune esperienze concrete
di persone che hanno avuto 'storie' di eccellenza a livello professionale.
Seppure come persona inesperta
che cerca di leggere questo fenomeno un poco dall'esterno e un poco
sulla "porta del laboratorio", mi sembra di poter dire che
il tema da me scelto sia particolarmente significativo per i sevizi
sociali poiché consente di spiegare come la vita professionale
degli Assistenti Sociali possa differenziarsi al variare di determinate
dimensioni.
Pur sapendo che si tratta di un
concetto multilivello il mio lavoro sull'empowerment si è concentrato
sull'analisi del livello individuale all'interno del quale si trova
l'approccio di self-empowerment. È proprio di questo che mi
sono occupata, poggiando sui lavori di due autori che hanno molto
approfondito questo approccio; parlo di Massimo Bruscaglioni e R.J.
Mayer . Ho poi sottolineato l'importanza dell'empowerment nella professione
dell'Assistente Sociale richiamando il concetto di "presenza
psicologica" di W.A. Kahn.
Ho quindi analizzato la figura
dell'Assistente Sociale partendo da un tentativo di definizione della
professione, attraverso la descrizione dei ruoli, delle funzioni e
degli obiettivi di cui fa uso l'Assistente Sociale nello svolgimento
della sua professione. A tal proposito, mi sono soffermata proprio
sulla funzione di programmazione, organizzazione e gestione dei servizi,
essendo il mio lavoro indirizzato proprio all'analisi di alcuni Assistenti
Sociali che hanno avuto esperienze di dirigenza e coordinamento in
Calabria; analisi che ho effettuato grazie all'uso di una metodologia
di ricerca molto utile per ottenere una prospettiva soggettiva ed
una buona comprensione di un problema o caso che si vuole esaminare,
cioè l'intervista narrativa.
Il fulcro della mia dissertazione
sta proprio nelle interviste da me effettuate a quattro Assistenti
Sociali, con esperienza di dirigenza in Calabria nel settore dei servizi
sociali, allo scopo di indagare le dimensioni che hanno facilitato
il loro empowerment professionale. Si tratta di interviste a due uomini
e a due donne di contesti territoriali e di organizzazioni e di servizi
diversi, ma comunque quattro professionisti con alle spalle diversi
anni di esperienza professionale e l'acquisizione di ruoli e funzioni
che li hanno condotti a travalicare le dimensioni del prendersi cura dell'altro.
In tutte e quattro
le interviste ho cercato di analizzare le stesse dimensioni, vale
a dire quella personale, in modo da indagare aspetti prettamente intimi
della vita della persona quali la famiglia, l'educazione impartita,
il tempo libero e così via; quella socio-culturale per indagare
riguardo al contesto territoriale o meglio la comunità locale
in cui l'intervistato è cresciuto ed ha vissuto; quella organizzativa
in modo da comprendere aspetti relativi proprio alle strutture presso
cui l'intervistato lavora e/o ha lavorato; infine la dimensione professionale
per comprendere aspetti prettamente tipici della figura dell'Assistente
Sociale e il percorso di arrivo a questa professione.
La
dimensione personale
Riguardo alla prima di queste
dimensioni, dalle interviste è emerso che la famiglia in Calabria
sembra pervadere ogni ambito esistenziale delle persone; appare come
lo spazio-tempo centrale della loro vita, fondamentale e influente
per la crescita e la formazione delle idee che poi influenzeranno
le scelte future da compiere; ne dà prova la risposta data
dal dirigente dei servizi sociali presso il Ministero di Grazia e
Giustizia di Reggio Calabria, il quale alla domanda: "Crede che
l'ambiente familiare in cui è cresciuto abbia contribuito a
formare le sue idee?", ha risposto: "… Diciamo non
direttamente ma indirettamente, nel senso che si trattava di una famiglia
parecchio povera, anche se a quei tempi eravamo molti in queste condizioni.
La mia era una famiglia sana: mio padre era un gran lavoratore, eravamo
sette figli (quindi una famiglia molto numerosa)... una famiglia che
viveva in un ambiente sano, che naturalmente sta alla base di tutto.
Insomma, credo che tutto questo abbia contribuito molto alla mia crescita
e al mio modo di vedere le cose".
Non è solo la famiglia
a caratterizzare però la dimensione personale dei nostri intervistati;
se pensiamo alla religione per esempio, mentre per alcuni di loro
ha rivestito e riveste tutt'ora un ruolo fondamentale nella propria
vita, per altri non ha alcuna influenza.
Inoltre è stato chiesto
agli intervistati di affrontare la questione "impegno sociale"
passando dal volontariato, alla politica, ad altro; sempre allo scopo
di comprendere quanto questi aspetti influiscano sulla loro crescita
professionale.
Ma nonostante questi
ultimi siano incisivi, la famiglia resta la più influente delle
variabili per la crescita e la formazione delle idee che in seguito
influenzeranno le scelte future da compiere anche in ambito professionale.
La
dimensione socio-culturale
Passando alla dimensione socio-culturale
ho cercato, tramite le interviste, di capire come vengano percepite
determinate tematiche all'interno della propria comunità locale
e come è vista la figura dell'Assistente Sociale. Prima di
tutto, è importante sottolineare il fatto che si tratta di
interviste a professionisti che vivono in contesti territoriali differenti
(Locri, Reggio Calabria, Lamezia Terme e Soverato); c'è differenza
quindi nel modo di accostarsi ad alcune tematiche sociali.
Per esempio a Lamezia Terme non
si incontrano grandi difficoltà, ma la stessa cosa non può
dirsi per Locri, nel quale territorio sorgono gravi problemi in riferimento
allo svolgimento della professione; infatti la coordinatrice tecnica
di una cooperativa sociale del luogo spiega a proposito:
"Qui la vita non è
facile. Noi abbiamo nella nostra cooperativa dei minori e delle persone
disabili che fanno parte delle faide o che sono figli di mafiosi:
il contesto non è un contesto facile. Addirittura, la mia famiglia
ha delle proprietà terriere e mio padre è stato minacciato;
hanno sparato anche in casa... Quando io ero adolescente, ricordo
che papà già lottava contro queste situazioni. Infatti
a Gioiosa morì un suo carissimo amico mugnaio il quale aveva
"visto delle cose"; allora mio padre prese contatti con
i carabinieri. Mi ricordo che io ho passato l'adolescenza a Gioiosa
dove avevo il coprifuoco, dato che c'erano le due faide; la cosa strana
è che i figli delle due faide sono miei utenti... Inoltre,
girando per le carceri, mi occupo di persone appartenenti a queste
faide per le quali mio padre lottava, ma che nonostante ciò
sono delle persone a cui io devo dare delle risposte concrete ... ".
Riguardo al fatto di poter vivere
la propria professionalità in maniera diversa in un altro contesto,
è emerso in maniera unanime che sarebbe stato più facile
lavorare al di fuori della Calabria.
Comunque,
ciò che di concreto è emerso riguardo a questa dimensione
è che la comunità locale incide molto sull'empowerment
professionale in quanto l'apertura "mentale" o meglio ideale
di questa, quindi una sua maggiore attenzione nei confronti delle
tematiche sociali, è fondamentale nella realizzazione di un
professionista, perché può limitare molto le sue scelte
professionali ed il fatto di ottenere risposte più immediate.
La
dimensione organizzativa
La dimensione organizzativa
racchiude in sé tutto ciò che riguarda il setting lavorativo
degli Assistenti Sociali intervistati, o meglio le strutture presso
cui svolgono ed hanno svolto la loro professione. Si può dire
che dagli specifici contesti locali, dalla tipologia dei servizi presso
cui hanno operato e operano (privato/pubblico ecc…); dalle loro
idee riguardo al lavoro di staff e di équipe, dai loro interventi
in tal senso ed anche in riferimento al lavorare per progetti, emerge
chiaro il fatto che - trattandosi di professionisti che operano in
quattro servizi diversi (Ministero di Grazia e Giustizia, Cooperativa
sociale, Comune e Regione) - il modo di approcciarsi al lavoro cambia
molto. Le maggiori differenze emergono tra chi svolge la propria professione
esclusivamente presso servizi pubblici e chi invece opera nel privato
o in entrambi i settori. Infatti, dall'intervista effettuata alla
dirigente del Comune di Lamezia Terme, ho constatato che lavorare
nel pubblico può essere di impedimento anziché di aiuto
allo sviluppo professionale, in quanto pone dei limiti di apertura
ai cambiamenti che attraversano continuamente la professione, avendo
una sua natura e fisionomia meno varia e flessibile rispetto a quella
presente nel privato.
Ma quello che di fondamentale
è emerso riguardo a questa dimensione - che può facilitare
molto l'empowerment professionale dell'Assistente Sociale - è
il lavorare per progetti o in équipe, in quanto, come è
stato detto dagli intervistati, in particolare dalla coordinatrice
tecnica della Cooperativa Sociale di Locri, la collaborazione è
una delle carte vincenti del lavoro sociale:
"Secondo me è la carta
vincente del lavoro sociale. Se non lavorassi in questo senso avrei
dei conflitti giornalieri, invece l'équipe ti aiuta fisicamente
ma anche psicologicamente e metodologicamente, perché posso
anche delegare del lavoro che altrimenti non riuscirei a fare (...)".
Ancora, il dirigente della Regione
di Soverato, ricorda che lavorare per progetti assicura una buona
distribuzione dei servizi sociali sul territorio:
"La progettazione direi che
è un fatto importantissimo, perché senza la progettazione
non ci può essere una pianificazione e non può esserci
il recepimento dei Comuni e, quindi, una migliore distribuzione dei
servizi nell'ambito del sociale".
Comunque
è emerso per tutti che il "lavoro di squadra" è
quello che dà la spinta per andare avanti; inoltre che è
importante lavorare per progetti in quanto se non si lavora per progetti
ci si concentra solo sulle emergenze. Il lavoro per progetti invece,
deve diventare una mentalità per tutti gli operatori sociali.
La
dimensione professionale
Un po' meno importante si
è rivelato il discorso sulla dimensione professionale, quindi
tutto ciò che riguarda il percorso di arrivo alla professione.
Qui il discorso si è basato più che altro sul lavoro
dell'Assistente Sociale inteso come un "prendersi cura dell'altro".
Sicuramente importante per l'empowerment è il fatto che oggi
l'Assistente Sociale deve comprendere che per sviluppare le proprie
capacità professionali deve far convivere l'aspetto del "prendersi
cura dell'altro" con altri aspetti indispensabili per la sua
professione. Un percorso di studi e in generale un percorso di arrivo
alla professione che implica questo modo di pensare può facilitare
il proprio empowerment professionale.
Dal mio lavoro non è emersa
pienamente la predominante importanza di una delle quattro dimensioni
sulle altre nello sviluppo dell'empowerment, tutte contribuiscono,
anche se in diversa misura, a "spianare la strada" perché
del processo faccia esperienza ogni professionista.
Appare allora chiaro che il discorso
che ho tentato fin qui di tratteggiare non è un "discorso"
concluso ma appunto, in quanto basato su un'indagine e quindi su delle
ipotesi che da questa derivano, è un discorso aperto ad altri
pensieri, ad altre idee e conclusioni.
Ciò che mi preme sottolineare
è il fatto che, sia che l'Assistente Sociale abbia maggiormente
sviluppato le sue potenzialità professionali (quindi il suo
empowerment) a seguito del contesto culturale in cui è cresciuto
e/o ha vissuto, o perché ha svolto la sua professione in alcuni
servizi piuttosto che in altri, o ancora perché ha seguito
un percorso di arrivo alla professione che lo ha maggiormente orientato
verso il lavoro del "prendersi cura dell'altro", questo
non cambia il fatto che l'empowerment sia qualcosa che deve caratterizzare
la carriera professionale di ogni Assistente Sociale, così
come di ogni altro professionista del sociale.
Perché l'empowerment racchiude
in sé il senso della professione, in quanto rappresenta, come
dice Massimiliano Bruscaglioni "il processo di ampliamento (attraverso
il miglior uso delle proprie risorse attuali e potenziali acquisibili)
delle possibilità che il soggetto può praticare e rendere
operative e tra le quali può quindi scegliere" .
Essere "empowered" per
un Assistente Sociale significa attuare una continua formazione in
itinere, mantenere sempre una fitta rete di relazioni, assumere costantemente
un atteggiamento di apertura ai cambiamenti sociali, o meglio al cambiamento
in generale.
Quindi, una cosa è certa:
lo sviluppo professionale avviene e si acquisisce col tempo e con
l'esperienza, ma se quest'ultima rimane da sola senza una continua
rielaborazione corre il rischio di portare l'Assistente Sociale ad
una fossilizzazione dei propri pregiudizi e stereotipi nell'azione
sociale.
Affinché un Assistente
Sociale possa ritenere di avere raggiunto alti livelli di sviluppo
professionale, deve scegliere, specificarsi rispetto alla propria
identità professionale; e questo può farlo solo attivando
la coscienza di sé, il proprio potere interno, senza arrendersi
di fronte alle prime difficoltà, ma spingendosi verso l'ambizione
attiva.