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Studi sull’istituzionalizzazione
Il fenomeno della chiusura degli istituti per minori e della loro riconversione in strutture di accoglienza di più piccole dimensioni rappresenta ancora oggi un tema di forte attualità. L’istituzionalizzazione è un fenomeno complesso, sia dal punto di vista funzionale che organizzativo. Nel corso degli anni, tale complessità ha reso sempre più evidente la necessità di superare il ricovero dei minori in istituto poiché tale misura, per il modo stesso in cui funziona ed è organizzata, non è affatto idonea a soddisfare le esigenze di bambini ed adolescenti provenienti da famiglie multiproblematiche e con gravi disagi sociali. In passato, per meglio analizzare e comprendere il fenomeno dell’istituzionalizzazione sono stati condotti diversi studi tra i quali va ricordato quello di Goffman che attraverso le sue ricerche, che ebbero un notevole successo soprattutto in ambito psichiatrico, ha smascherato l’ideologia scientifica, religiosa, custodialistica e pedagogica che caratterizza l’istituzione totale, e ne ha chiarito invece la natura esclusoria e discriminante. Egli infatti definisce l’istituzione totale come il luogo di residenza e di lavoro di gruppi di persone che condividono una situazione comune trascorrendo parte della loro vita all’interno di un regime chiuso e formalmente amministrato che, così presentandosi, non fa altro che produrre un incessante deterioramento della carriera morale del soggetto istituzionalizzato. Infatti secondo Goffman ogni istituzione si impadronisce del tempo e degli interessi di coloro che la compongono impedendone lo scambio sociale e l’uscita verso l’esterno; quindi l’istituzione totale incide negativamente sul bambino non solo perché gli toglie la possibilità di essere e di esprimersi come individuo, ma anche perché produce delle conseguenze nefaste sul suo sviluppo. Lo stesso Goffman considera la situazione del ricovero come motivo di deterioramento del sé e della stessa struttura psicologica del bambino.
In Italia la prima ricerca relativa all’istituzionalizzazione dei minori è stata realizzata nel 1975 da Carugati e Palmonari i quali, analizzando dall’interno le pratiche ed i saperi dell’istituto, hanno evidenziato come in esso sia richiesto un atteggiamento passivo e privo d’iniziativa sia da chi eroga che da chi riceve assistenza, e come vi sia un’elevata tipizzazione dei rapporti interpersonali che si mostrano non solo attraverso modalità fisse di comportamento ma anche, e soprattutto, attraverso regolamenti, statuti, metodologie educative e disposizioni normative; infatti all’interno dell’istituto ogni comportamento è pre-ordinato da regole definite dall’alto e controllate, nella loro applicazione, dalla costante presenza di un adulto, cosicché il rapporto tra bambino e adulto non sarà mai un rapporto alla pari, ma sarà sempre un rapporto tra inferiore e superiore, un rapporto mediato dai ruoli ed inserito in un contesto altamente formalizzato in cui tutto è ordinato per garantire il buon funzionamento della struttura.
Dal punto di vista psicologico molto importanti sono stati anche gli studi di Bowlby e Spitz secondo i quali il bambino istituzionalizzato o comunque sottoposto a lunghi periodi di solitudine o di separazione dal proprio nucleo familiare, subisce dei forti ritardi non solo nello sviluppo psichico ma soprattutto in quello intellettuale dove ad essere maggiormente colpiti sono i settori del linguaggio e delle relazioni sociali; a tal proposito ricordiamo la ricerca compiuta da Bowlby (1975) per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) che si concluse con un’affermazione molto precisa: “l’evidenza dei fatti, nei paesi in cui si è svolta la ricerca, è tale da non poter lasciare dubbi sull’affermazione generale secondo cui, le cure impersonali e le routine degli istituti, provocano nei bambini e nelle bambine piccole dei danni non soltanto gravi ma anche durevoli, che modificano il loro carattere intaccandone così tutta la loro vita futura”.
Grazie a questi studi è andata evidenziandosi sempre più la necessità di superare il ricovero in istituto non solo perché si tratta di un luogo malsano e mal gestito ma soprattutto perché si tratta di un luogo incapace di offrire ai bambini opportunità di relazione e di socievolezza. In istituto infatti alle cure attente e personalizzate dei genitori si sostituiscono i rituali ripetitivi e asettici del personale in servizio; ai ritmi costruiti nelle relazioni familiari si sostituiscono i contatti rapidi, precisi e professionali dello staff in servizio con una conseguente standardizzazione dei processi di scambio e di comunicazione tra adulto e bambino, e con l’incapacità di quest’ultimo di poter costruire con gli altri rapporti di amicizia, di solidarietà e di amore. Quindi la sempre maggiore consapevolezza del danno che il ricovero in istituto può comportare per lo sviluppo psico-fisico del bambino, ha fatto sì che alle vecchie forme di accoglienza si affiancassero nuove tipologie di strutture che andassero a sostenere non solo il bambino ma anche la famiglia d’origine in quanto luogo naturale di crescita e di sviluppo.
Riferimenti normativi nazionali e della Regione Calabria
Per far fronte ai problemi delle famiglie povere o vittime di situazioni complesse di disagio sociale, lo stato ha realizzato una nuova politica per l’infanzia e l’adolescenza emanando una serie di provvedimenti legislativi molto importanti quali la Legge 4 maggio 1983, n. 184, recante “Diritto del minore ad una famiglia” attraverso cui è stata completata la riforma del diritto di famiglia del 1975 e sono stati ripensati i modi di accoglienza per minori in difficoltà. Tale legge contenente la solenne affermazione del “diritto del minore a crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia” predispone nei confronti del minore impossibilitato a vivere in essa, la possibilità di ottenere:
1) l’affidamento familiare, quale breve parentesi di vita al di fuori del contesto familiare di provenienza che consenta al minore un percorso di crescita sereno in grado di assicurargli il mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui necessita senza spezzare il legame con la famiglia d’origine. Infatti l’esperienza dell’affidamento dovrebbe essere rivolta tutta al recupero di quel legame e al reinserimento del minore nella propria famiglia nel più breve tempo possibile;
2) l’inserimento in una comunità di tipo familiare, quale può essere la casa-famiglia, la comunità-alloggio o i gruppi appartamento, le cui caratteristiche umane, culturali, affettive e relazionali permettono di creare quelle condizioni di stabilità e di normalità analoghe a quelle presenti all’interno di una famiglia;
3) l’adozione, che viene messa in atto quando il minore è privato in maniera definitiva ed irreversibile di un’adeguata assistenza morale e materiale da parte della sua famiglia d’origine; infatti per effetto dell’adozione il minore acquista lo status di figlio legittimo ed interrompe definitivamente i rapporti con la famiglia d’origine per lasciar posto alla costruzione di un nuovo legame con quella che è la famiglia adottiva.
A livello nazionale un altro importante passo in avanti è stato fatto con la Legge 28 agosto 1997, n. 285, recante “Disposizione per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza” secondo cui per utilizzare al meglio le risorse disponibili sul territorio nazionale è necessaria un’efficace collaborazione non solo tra lo stato e gli enti locali, ma anche tra le risorse istituzionali, il privato sociale ed i cittadini, poiché solo così si possono mettere in atto dei progetti condivisi ed integrati che affrontino in maniera organica un’azione non solo riparativa ma anche preventiva e promozionale, attraverso cui garantire nuove opportunità per l’infanzia e l’adolescenza.
Nella nostra regione, il tentativo di modernizzare i servizi sociali si è realizzato soprattutto attraverso la Legge regionale 26 gennaio 1987, n. 5, sul “Riordino e programmazione delle funzioni socio-assistenziali”.
Secondo questa norma, la programmazione, l’organizzazione e la gestione degli interventi socio-assistenziali deve fondarsi sui principi della prevenzione, della deistituzionalizzazione e della domiciliarità, affinché non solo siano rimossi quei fattori di rischio che possono causare situazioni di emarginazione o disadattamento, ma venga soprattutto garantito il diritto del minore a non essere separato dalla propria famiglia d’origine. Tale legge è stata però abrogata, nelle norme in contrasto, dall’art. 35 della Legge regionale 26 novembre 2003, n. 23, recante “Realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali nella Regione Calabria (in attuazione della legge 328/2000)” che ha previsto la realizzazione di un sistema integrato di interventi e servizi sociali di tipo universalistico, riconoscendo un ruolo centrale non solo alle comunità locali ed ai soggetti operanti nel Terzo settore ma anche alla famiglia, chiamata ad intervenire nella formazione e nella cura della persona, nella programmazione del benessere e nel perseguimento della coesione sociale. Altre leggi che hanno riguardato la regolamentazione delle politiche sociali ed educative per l’infanzia e l’adolescenza nella nostra regione risalgono al 2004 e, tra queste ricordiamo:
1) la Legge Regionale 2 febbraio 2004 n. 1, relativa alle “Politiche regionali per la famiglia”, che riconosce e sostiene la famiglia in quanto istituzione primaria ed indispensabile per la nascita, la cura e l’educazione dei figli. Con la presente legge la Regione promuove il servizio pubblico alla famiglia, predisponendo ed attuando iniziative e procedimenti finalizzati a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona nella famiglia.
2) la Legge Regionale 12 novembre 2004 n. 28, il cui scopo è quello di istituire la figura di un Garante che assicuri, sul territorio regionale, la piena attuazione dei diritti e degli interessi, individuali e collettivi, riguardanti i minori.
Istituzionalizzazione dei minori in Calabria
Nonostante l’approvazione di queste leggi innovative, in Calabria la situazione è rimasta pressoché immutata, sia per i limiti del contesto sociale e culturale in cui viviamo, e sia per la debolezza dei soggetti pubblici e privati chiamati a rendere pienamente effettiva l’attuazione delle norme emanate a livello nazionale e regionale. Infatti attraverso una serie di interviste realizzate grazie alla collaborazione ed alla disponibilità dimostrata da persone che da anni si occupano di minori, è stato possibile raccogliere una serie di informazioni indispensabili per descrivere qual è attualmente la situazione dell’accoglienza dei minori in Calabria, e per verificare se quelli che un tempo erano dei grandi istituti che accoglievano al loro interno un notevole numero di minori, si siano oggi trasformati in strutture per minori a carattere autenticamente familiare. Le interviste sono state realizzate seguendo uno schema di domande semi-strutturato, suddiviso in cinque aree tematiche riportate sinteticamente qui di seguito:
• la storia della struttura attraverso cui sono state raccolte informazioni relative: alle motivazioni che hanno spinto a realizzarla; alla sua composizione interna ed esterna; ed alla tipologia di servizi offerti.
• i rapporti della struttura con l’esterno attraverso cui sono stati analizzati i rapporti con l’ambiente circostante per valutare sia il grado d’integrazione dei minori accolti con gli altri bambini residenti in zona, e sia la maggiore o minore collaborazione con le istituzioni, i gruppi di volontariato, le parrocchie e le famiglie.
• la tipologia di minori accolti attraverso cui sono state raccolte informazioni relative: alla tipologia di minori accolti; ai problemi che presentano; alla loro condizione sociale ad alla loro provenienza geografica; al modo in cui vengono mantenuti i rapporti con la famiglia d’origine, ed al modo in cui quotidianamente si svolge la loro giornata.
• la progettazione educativa attraverso cui sono state raccolte informazioni relative: alla tipologia degli interventi previsti per valutare se il progetto educativo è individualizzato oppure viene erogato allo stesso modo per tutti i minori accolti; ed alla collaborazione con figure professionali, interne ed esterne, che lavorano nell’ambito dei minori.
• le forme della riconversione attraverso cui è stato possibile verificare l’effettiva applicazione delle leggi riguardanti: il superamento del ricovero del minore in istituto e quindi la riconversione dei vecchi istituti i strutture residenziali più piccole; e la maggiore o minore applicazione dello strumento dell’affido o dell’adozione nei confronti dei minori accolti.
Dalle informazioni raccolte emerge chiaramente che le strutture prese in esame affondano le proprie radici nella chiesa:
“la struttura nasce nel lontano 12 settembre 1919 grazie all’arrivo delle Suore”; “la struttura nasce per motivazioni religiose ed a partire dagli anni ’60 incomincia a diventare una casa di accoglienza per bambini in difficoltà”; “la struttura donata dal conte G. S. nasce nel 1500 come convento di clausura, nel 1887 con l’arrivo delle suore diventa ospizio delle fanciulle per poi trasformarsi in un istituto educativo femminile”.
Infatti solo a partire dagli anni ’90 si trasformano in case-famiglia offrendo sia servizi di tipo residenziale disposti nei confronti di quei bambini costretti a vivere in esse giorno e notte, e sia servizi di tipo semiresidenziale per la presenza dei centri-diurni ai quale accedono quei bambini che, pur vivendo una situazione di disagio familiare, alla sera possono rientrare nelle loro case.
Nonostante l’avvenuta riconversione in case-famiglia, la composizione fisica delle strutture rimanda ancora all’idea del vecchio istituto se pensiamo agli ampi spazi, sia interni che esterni di cui si caratterizzano, o anche agli imponenti cancelli di ferro che, in un certo senso, segnano ancora oggi il distacco, il confine tra la struttura e l’ambiente circostante.
Si tratta di strutture di accoglienza che pur operando attraverso modalità meno istituzionalizzate e meno formalizzate, presentano ancora oggi un carattere inglobante se pensiamo al numero di minori che accolgono ed all’impossibilità di questi ultimi di perseguire i propri obiettivi poiché vivendo solo ed esclusivamente il presente non hanno alcuna prospettiva per il loro futuro. Tali strutture, pur cercando di presentarsi come un’alternativa aggiornata e notevolmente più mite di quelle che un tempo erano le istituzioni totali, deputate a fornire una residenza stabile e duratura a tutti quei soggetti considerati pericolosi socialmente, richiedono ancora oggi, anche se in modo minore rispetto al passato, un atteggiamento passivo e privo di iniziativa da parte dei bambini accolti i quali, non solo sono costretti ad adattarsi ad un ambiente a loro completamente estraneo, ma non hanno alcuna possibilità di poter decidere e scegliere quale sarà il loro futuro. La riconversione del vecchio istituto in casa-famiglia è avvenuta, in un certo senso, solo apparentemente anche perché nonostante il numero dei minori accolti sia diminuito, siamo ancora molto lontani dai numeri imposti dalla legge ed inoltre, stando a ciò che stabilisce la legge, tali strutture dovrebbero caratterizzarsi per la convivenza continuativa e stabile di due o più adulti chiamati ad accogliere un piccolo gruppo di minori che, privi di un ambiente familiare idoneo, necessitano di vivere in un contesto caratterizzato da un clima di disponibilità relazionale in cui sia possibile stabilire dei rapporti individualizzati che garantiscano: sviluppo e maturazione affettiva, educazione, mantenimento, partecipazione alla vita ed ospitalità.
Purtroppo le strutture prese in analisi non sempre garantiscono la presenza stabile di due adulti che svolgono un ruolo genitoriale, infatti oltre alla presenza costante delle suore, si caratterizzano per il lavoro svolto dagli operatori che rientrano nelle loro abitazioni dopo aver finito il turno, e per il sostegno dei volontari e di alcune famiglie che, quando possono, collaborano con le strutture. Risulta quindi evidente che in tali situazioni non si può garantire al minore un’accoglienza di tipo familiare in quanto non sempre si creano quelle condizioni indispensabili per il soddisfacimento dei bisogni reali del minore, quali possono essere i bisogni sociali, fisici, affettivi o relazionali. Al minore viene perciò negata la possibilità di essere coinvolto in quel processo di socializzazione primaria, di cui la famiglia è la principale protagonista, indispensabile per poter sviluppare una propria personalità, una propria autostima e un proprio benessere psico-fisico. Infatti il bambino accolto in una casa-famiglia o in qualsiasi altra struttura di tipo familiare perde il proprio ruolo nella famiglia d’origine e viene inserito in un ambiente a lui completamente estraneo dove, nonostante la presenza di figure professionali valide, non sempre riesce a raggiungere uno sviluppo armonioso e completo della sua personalità. Il rischio è che tali strutture, nonostante abbiano avviato un processo di riconversione, presentino ancora un insieme di significati e di regole di funzionamento che per la rigidità con cui si manifestano, non fanno altro che richiedere la messa in atto di un atteggiamento passivo e completamente privo di iniziativa da chi viene accolto in esse in quanto ai bambini non viene data alcuna possibilità di esprimersi, o di poter scegliere se partecipare o meno ad un’iniziativa che la struttura intende realizzare.
Si tratta di strutture che accolgono bambini con situazioni familiari multiproblematiche in cui la povertà materiale, le difficoltà economiche della famiglia, non sono la sola causa di disagio. Alla base ci sono problemi legati all’incapacità di genitori che non riescono ad educare, mantenere ed assumere responsabilità nei confronti dei loro figli. Sono bambini che appartengono a famiglie degradate, con genitori instabili e incapaci a svolgere questo ruolo perché presentando problemi di alcolismo, tossicodipendenza, alterazioni psichiche o, perché rinchiusi in carcere, difficilmente riescono a prendersi cura dei loro bambini. Si tratta di bambini disturbati, provati, consapevoli della situazione che vivono, bambini che portano dentro tanta rabbia, che hanno vissuto delle esperienze di vita in cui sono stati costretti a “fare da genitori ai loro genitori”; bambini che manifestando una vasta eterogeneità di problemi e di bisogni, necessitano di ottenere risposte più flessibili e non standardizzate come spesso accade in queste strutture.
Il bisogno di formulare proposte operative per valide alternative
Vista la situazione che attualmente si riscontra per quanto riguarda l’accoglienza, la tutela, il sostegno dei minori, sarebbe necessario un intervento tempestivo che, sull’intero territorio calabrese, mirasse a:
1) creare degli interventi diversificati in base alle specifiche esigenze dei bambini, vista l’eterogeneità delle situazioni in cui vivono ed i differenti bisogni che manifestano;
2) realizzare dei progetti che non siano sporadici ma far si che le politiche sociali si facciano carico degli interventi sui minori in modo continuativo;
3) creare dei momenti di socializzazione tra i minori che appartengono a diverse classi sociali per favorire l’integrazione ed evitare qualsiasi forma di ghettizzazione nei confronti dei minori accolti. Infatti per sopperire a questa mancanza d’integrazione bisognerebbe puntare molto sul dialogo, sulla comunicazione, sarebbe necessario che vi fosse una maggiore apertura delle strutture verso l’esterno, sia per ciò che riguarda il rapporto con le istituzioni e sia per ciò che riguarda il rapporto con la famiglia d’origine ed, eventualmente, con quella affidataria;
4) incentivare il lavoro di rete affinché vi sia una maggiore collaborazione tra le realtà istituzionali e quelle territoriali in quanto soltanto mettendo a disposizione le proprie competenze e le proprie risorse locali e personali è possibile migliorare le condizioni di vita dei minori. Infatti accade spesso che, nell’ambito degli interventi sociali rivolti verso i minori, si avverte la mancanza di un’organizzazione che li collega e, si produce invece, una situazione dove ogni struttura lavora individualmente e in alcuni casi mette in atto dei progetti temporanei che rendono impossibile offrire al minore un sostegno affidabile e continuo nel tempo;
5) rivalutare l’importanza dell’affido familiare che, pur rappresentando un’ottima alternativa al ricovero del minore in istituto, negli ultimi anni ha incontrato grosse difficoltà in quanto non solo il più delle volte una tale esperienza viene scoraggiata, ma anche perché trattandosi di una modalità di accoglienza temporanea, non riesce a far fronte alle esigenze di bambini provenienti da famiglie multiproblematiche che, come tali, presentano delle situazioni alquanto complicate e quindi difficili da risolvere in breve tempo.
Alla luce di quanto detto risulta perciò evidente la necessità di creare delle valide alternative di accoglienza familiare che vadano a sostituire le tradizionali forme di accoglienza; e sarebbe inoltre necessario invitare le istituzioni, i servizi sociali, e tutti coloro i quali operano nell’ambito dei minori, a crescere dal punto di vista organizzativo e funzionale affinché sviluppino una maggiore capacità a mettere in atto interventi diversificati in base a quelle che sono le esigenze che ciascun bambino presenta.
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