|
|
|
Sayad dimostra che il migrante è atopos, un curioso ibrido privo di posto, uno “spostato” nel duplice senso di incongruente e inopportuno, intrappolato in quel settore ibrido dello spazio sociale in posizione intermedia tra essere sociale e non-essere.
Né cittadino né straniero, né dalla parte dello Stesso né dalla parte dell’Altro, l’immigrato esiste solo per difetto della comunità d’origine e per eccesso della società ricevente, generando periodicamente in entrambe recriminazione e risentimento.
P. Bourdieu, L. Wacquant |
Vivere in una terra di emigrazione vuol dire percepirne ancora le conseguenze in maniera tangibile: nei quartieri più antichi di Lamezia Terme, e nei tanti paesi del circondario, case disabitate, intere vie spopolate che riprendono vita soltanto in estate quando gli emigrati ritornano per le ferie. Dialetti del Sud che si mescolano ad intercalari del Nord, o a parole straniere, feste di famiglia: matrimoni, battesimi, programmati in funzione del ritorno dei familiari. Sagre, feste popolari o religiose, tornei che riannodano legami, rinsaldano sentimenti.
In questi contesti ancora così fortemente segnati da assenze o fugaci presenze e da qualche definitivo ritorno, in questi contesti ancora così profondamente attraversati dal fenomeno migratorio che ha modificato le dinamiche relazionali, le reti parentali, l’economia di intere comunità, si è innestata l’immigrazione, fenomeno nuovo, paradossale per certi versi, riferito a queste realtà di emigrazione.
Si parla infatti di paradosso della disoccupazione proprio in presenza di immigrazione proveniente da Paesi poveri che coesiste con una condizione di elevata disoccupazione nazionale. “Ciò si verifica perché le condizioni di lavoro scendono al di sotto della soglia accettata da una popolazione e garantita dalla legislazione del lavoro, dai sistemi di welfare, dal sostegno familiare o da altri meccanismi che offrono risorse di sussistenza al disoccupato che cerca lavoro, ma non lavoro a tutti i costi”.
A partire dagli anni ’80 una significativa ondata migratoria ha interessato tutta l’Europa e di conseguenza anche l’Italia. È con il Censimento Generale della Popolazione del 1981 che l’Italia assume la consapevolezza di essere diventata Paese di immigrazione, anche se le regioni del Sud continuano ad essere caratterizzate come aree di emigrazione. Tuttavia l’immigrazione si diffonde capillarmente prima in maniera più evidente nei grandi agglomerati urbani, arrivando via via anche nelle periferie estreme del Sud. Le coste joniche meridionali diventano luoghi di sbarchi clandestini. Il fenomeno si impone in tutta la sua complessità.
Ma cosa succede quando un luogo dal quale tradizionalmente, storicamente si è emigrati e si continua ad emigrare, diventa anche un luogo di immigrazione? La memoria di un’esperienza di sofferenza, di una lacerazione ancora viva e presente nella comunità dalla quale si è emigrati, costituisce un presupposto che genera comprensione e tolleranza nei confronti dell’immigrato di oggi, o prevale il pregiudizio, la paura dell’altro, della sua diversità che può destabilizzare le fragili certezze che costituiscono il senso comune di ogni cerchia sociale? Esistono elementi comuni, una linea di continuità nei tratti caratterizzanti il fenomeno migratorio che per oltre un secolo ha interessato in maniera consistente soprattutto il Mezzogiorno d’Italia e le più recenti immigrazioni provenienti dai Paesi del Terzo Mondo?
Misconoscimento collettivo delle verità amare
Volendo restringere il campo di osservazione, si è scelto di soffermare l’indagine in maniera particolare su un quartiere di Lamezia Terme: Bella. Quartiere a vocazione agricola profondamente segnato nell’ultimo secolo dall’emigrazione. Consistenti flussi migratori hanno riguardato nel secondo dopo guerra sia spostamenti interni alla penisola verso le realtà industrializzate del Nord, sia verso l’Europa centro-occidentale, Germania e Svizzera in particolare.
Ricorrenti sono stati a partire dai primi anni ’50 fino all’inizio degli anni ’60, i casi di emigrazione di lunga distanza indirizzata soprattutto verso l’Australia, l’Argentina e gli Stati Uniti.
La ricerca ha rilevato analogie, elementi di continuità, comuni denominatori esistenti tra l’esperienza migratoria, sia pur mutevole per diversità di contesti geografici, culturali, temporali, vissuta da lametini/e, prevalentemente di Bella, che nel secondo dopoguerra emigrarono verso destinazioni oltreoceaniche (Australia, Argentina, Stati Uniti) e alcuni immigrati/e di nazionalità marocchina che hanno scelto di vivere nel quartiere Bella.
La scelta abitativa è stata condizionata dall’esigenza di trovare case a costi accessibili anche se sono prevalentemente mal ridotte, con servizi igienici insufficienti. Spesso in questo quartiere, come in altri della città storicamente segnati dal fenomeno migratorio, il fenomeno stesso ha contribuito all’abbandono delle vecchie abitazioni sia a causa di partenze definitive o anche perché i risparmi accumulati in un temporaneo periodo migratorio hanno favorito poi la costruzione di nuove case più confortevoli.
Le diverse letture che hanno accompagnato la fase preliminare di studio propedeutico a questo lavoro di ricerca, dimostrano come molti degli stereotipi e caratteristiche negative attribuite oggi agli immigrati abbiano riguardato allo stesso modo i nostri emigrati italiani. In particolare Gian Antonio Stella scrive: “Non c’è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, un secolo, o solo pochi anni fa, a noi. “Loro” si accalcano in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti? Lo abbiamo fatto anche noi, al punto che a New York il prete irlandese Bernard Lynch teorizzava che “gli italiani riescono a stare su uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi” […] rubano il lavoro ai nostri disoccupati? Noi siamo stati massacrati con l’accusa di rubare il lavoro agli altri. Importano criminalità? Noi ne abbiamo esportata dappertutto”.
Emigrazione/Immigrazione, dunque, sono due facce della stessa medaglia, l’una non può essere spiegata senza l’altra. Sayad ha scritto: “Prima di diventare un immigrato, il migrante è anzitutto un emigrante”.
Immigrati sono stati in Australia, Argentina, Stati Uniti, ecc. i nostri emigrati verso “Paesi del Pane”, paesi del benessere, paesi che nell’immaginario collettivo di milioni di italiani rappresentavano l’opulenza contrapposta in maniera stridente alla miseria delle terre di origine: i “Paesi della Fame”.
Questa contrapposizione così stridente e realistica (Pane/Fame), così antica ma straordinariamente attuale, è un’immagine fortemente evocativa che rappresenta meglio di altre l’idea di questa separazione “che divide il mondo in “due umanità”: quella del sovrasviluppo e quella del sottosviluppo. Emblema tragico di tale divisione sono “gli immigrati”, vale a dire i migranti provenienti da varie parti del mondo “povero” che si spostano verso il mondo “ricco” in cerca di risorse per garantire una vita migliore a sé stessi e ai parenti rimasti a casa”. L’idea del pane porta con sé un simbolismo importante e ricco di significati. Il termine “pane” in questo caso è una metafora che richiama per estensione tutta una serie di opportunità e condizioni necessarie a rendere una vita sostenibile: un lavoro, una casa, un’esistenza tranquilla, quanto occorre per vivere dignitosamente. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, recitato ogni giorno da milioni di uomini, dovrebbe avere il senso di una giusta distribuzione delle risorse che non lasci nessuno privo dell’essenziale.
Emigrati ed immigrati sono gli stranieri presenti oggi nelle nostre città provenienti in larga misura dai paesi del Maghreb, soprattutto di nazionalità marocchina, o quelli dell’Europa dell’Est, o i filippini o ancora i senegalesi, e così via.
I favolosi “Paesi del pane”, terre di lavoro, di benessere, contrapposti alla insopportabile miseria dei luoghi di origine, i “Paesi della fame”, continuano a calamitare l’attenzione e le speranze di quanti, ieri come oggi, hanno investito e investono tutte le loro risorse, faticosamente accantonate o ricevute in prestito, anche a costo di sacrificare la propria vita alla mercè di trafficanti senza scrupoli.
I ritorni dei connazionali già emigrati, i loro racconti, le loro ostentazioni, favorivano e favoriscono anche oggi illusioni creando delle aspettative amplificate che tendono a mitizzare i luoghi verso i quali si emigra. Queste dinamiche sono oggi, nell’era della globalizzazione, ulteriormente amplificate dai media.
E anche quando la dura esperienza dell’emigrazione smentisce le illusioni, l’emigrato, non potendo rinunciare a quest’unica condizione che gli permette di realizzare le sue necessità economiche, non può far altro che mascherare la realtà. Sayad definisce “misconoscimento collettivo della verità dell’emigrazione” questo meccanismo perverso basato sulle omissioni, sulle menzogne, sulle ostentazioni che ha rappresentato e rappresenta una dinamica tradizionalmente consolidata che accomuna indistintamente tutte le esperienze migratorie e che si perpetua nonostante le differenze temporali o geografiche. Esso induce gli emigrati a selezionare le informazioni che recano quando soggiornano in patria rendendo “incantevoli” i loro rapporti e nel contempo fa sì che colui/lei che ha idealizzato l’emigrazione già prima di partire non voglia conoscere la verità sull’emigrazione stessa; alla selezione operata dall’emigrato sulle cose da raccontare quando rientra in patria circa la sua esperienza migratoria, corrisponde di rimando una selezione delle cose che il potenziale candidato all’emigrazione vuole sentirsi dire. Racconta Rachde, ragazzo marocchino intervistato: “Quando si torna nel proprio Paese si tende un po’ ad esagerare, si raccontano e si fanno vedere le cose migliori, delle sofferenze, dei problemi non si parla e forse neanche le vogliono sentire queste cose le persone che vivono ancora lì: loro, come me prima di partire, hanno bisogno di poter sognare un futuro migliore”.
Assenti e fuori posto?
La trattazione del fenomeno migratorio nella sua duplice veste di emigrazione/immigrazione, arricchita da alcuni contributi sulle fasi dell’emigrazione italiana, sulla emigrazione italiana di lunga distanza del secondo dopoguerra e sul percorso migratorio marocchino: emigrazione/immigrazione in Italia, nonché da un breve approfondimento su “legislazione e politica migratoria in Italia” costituiscono una cornice teorica di riferimento che sostanzia l’indagine svolta nel quartiere Bella.
Aspetti interessanti emergono dall’analisi dei dati rilevati dall’Ufficio Statistica e dall’Ufficio Anagrafe del Comune di Lamezia Terme, dai quali risulta con chiarezza come Lamezia sia tuttora terra di emigrazione oltre che di immigrazione. I dati sottolineano inoltre la superiorità numerica degli immigrati di nazionalità marocchina nella città. A questa superiorità numerica non corrisponde purtroppo un maggiore grado di inserimento nel tessuto sociale ed economico.
L’intervista semi-strutturata adottata ha offerto l’opportunità, sulla base di una “traccia” riassuntiva dei punti-chiave che si intendevano esplorare, di sollecitare il racconto di quelle che si possono definire “storie di vita”. Gli intervistati sono stati sia ex emigrati/e lametini, prevalentemente del quartiere di Bella, sia immigrati/e del Marocco che risiedono a Bella.
L’approccio umano è stato senza dubbio il momento più interessante: ogni intervista, sia pur semi-strutturata, dopo qualche input iniziale, ha preso un suo orientamento del tutto originale. È emersa nelle persone intervistate piena disponibilità a “raccontarsi”, ci si è inseriti con discrezione, a volte per ricondurre l’argomento laddove si divagava troppo, ma in linea di massima è prevalsa la dimensione dell’ascolto che ha contribuito a stabilire subito un clima di fiducia ed ha permesso agli intervistati di far fluire i loro ricordi, di esternare le proprie confidenze con serenità. Le persone incontrate pur diverse per età, genere, nazionalità, cultura, risultano tutte egualmente unite dall’esperienza migratoria. Quali i comuni denominatori? Il primo è sicuramente riscontrabile nella problematica definita da Sayad come “la doppia assenza”. Si legge in Sayad: “La sorte dell’emigrato è di continuare ad essere presente sebbene assente là dove si è assenti; al tempo stesso il paradosso dell’immigrato è di non essere totalmente presente là dove si è presenti, il che significa essere parzialmente assenti”.
Negli intervistati è emerso questo sentirsi stranieri, doppiamente stranieri, persone fuori posto, “atopos”, sia nei Paesi che li ospitano sia nei Paesi di origine. La doppia assenza, si coglie nelle parole degli intervistati come uno stato d’animo, una condizione psicologica, una sensazione di indefinitezza che caratterizza e permea in modo trasversale le loro esistenze, una dimensione di sospensione: né qui, né lì, il “provvisorio che dura” e che, protraendosi nel tempo, provoca disagio. Questa situazione risulta oggi acuita da una preoccupante e diffusa precarizzazione della condizione lavorativa. Gli scenari sono cambiati a partire dagli anni ’80, il passaggio da una società salariale che garantiva piena occupazione maschile, secondo il noto modello del male breadwinner, ad una società post-industriale, nella quale è prevalente il carattere immateriale dei servizi, dove non c’è più la certezza della produzione e sono rilevanti i processi di precarizzazione sociale che riguardano fasce sempre più consistenti della popolazione, ha determinato dei mutamenti rilevanti nei processi socio-economici delle società moderne. L’occupazione prevalente nell’area dei servizi, compresa l’area dei servizi alla persona e a volte nel settore informale dell’economia e la natura spesso precaria dell’occupazione stessa sono le caratteristiche della nuova immigrazione. Un contesto oggi così caratterizzato all’interno del quale ha luogo l’immigrazione, costituisce una cornice dalla quale non si può prescindere per comprendere specificità, analogie ma anche differenze rispetto ai movimenti migratori che avevano riguardato l’Italia in passato, sia le grandi migrazioni transoceaniche che le migrazioni intraeuropee.
“Le condizioni di questa immigrazione sono molto più difficili di quelle, […] che avevano visto l’Italia protagonista dei flussi di emigrazione. Questa nuova immigrazione avviene in un quadro di chiusura e in un quadro di generale precarizzazione della condizione lavorativa. Agenzie di integrazione fondamentali come erano state in passato le strutture di solidarietà orizzontale e in particolare le organizzazioni dei lavoratori non possono più operare come in passato, data la mutata collocazione lavorativa degli immigrati”.
Ritorna più che mai attuale e drammatico il tema del “provvisorio che dura”, di una precarietà protratta che impedisce non solo di fare progetti a lungo termine, ma anche, per molti, semplicemente di poter “campare alla giornata”. La contraddizione di un’emigrazione/immigrazione che si sa non essere uno stato passeggero ma che contestualmente non si vorrebbe che fosse uno stato permanente, conduce di fatto a vivere l’incerta dimensione di un “provvisorio” che diventa definitivo o di un “definitivo” vissuto come provvisorio.
Donne migranti e nuovi spazi di autonomia
Alcune importanti tematiche emerse dalle interviste, come già sottolineato, sono risultate essere comunemente condivise, sia pur nella diversità delle esperienze migratorie.
L’impostazione che si è voluta dare è stata quella di presentare i contenuti all’interno di un virtuale quadro sinottico, procedendo quindi con un’esposizione che avanza parallelamente evidenziando le tante analogie riscontrate.
Secondo l’approccio appena esplicitato, lo studio approfondisce il ruolo della famiglia nei processi migratori. Questo ruolo si esercita come scrive Balsamo “sui due versanti, della partenza e dell’arrivo. Sul primo la famiglia è spesso motore propulsore, spinta all’emigrazione stessa di un suo membro (o di più di uno) e nello stesso tempo garantisce un sostegno e un controllo nei confronti dei congiunti, mogli e figli, rimasti a casa. Sul versante del luogo di arrivo, è un altro pezzo della famiglia, quello costituito dai primi arrivati (dai capofila), ad accogliere, ospitare, aiutare nel trovare lavoro, alloggio, accesso ai servizi e dunque inserimento complessivo nella nuova società”.
Un’ attenzione particolare si è voluta poi rivolgere alle donne migranti. Dai loro racconti sono emerse diverse analogie. Le donne sono risultate poco visibili nella storia dell’emigrazione italiana, un analogo rispecchiamento di questa situazione si coglie nella donne marocchine immigrate oggi in Italia. Mogli e figlie che partivano e partono per ricongiungersi agli uomini di casa già emigrati: scelte imposte o condizionate, decisioni prevalentemente non autonome, necessità di contribuire al bilancio familiare, difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Un dato tuttavia più di altri sembra accomunare le loro storie: per molte l’esperienza migratoria, sia pur sofferta e faticosa, ha costituito un’opportunità di affrancamento ed emancipazione dai pressanti condizionamenti esercitati dalle autorità familiari e dal controllo sociale, aprendo nuovi spazi di autonomia a loro preclusi nei luoghi di provenienza.
Molte donne italiane, per come si legge in Storia dell’emigrazione italiana, rispetto all’esperienza migratoria, alle nuove condizioni di vita e di lavoro “dimostrarono di essere pronte a cogliere tutte le occasioni che potevano aprire nuovi spazi di autonomia personale, […] anche chi non era emigrata di propria volontà conservò della propria esperienza la sensazione di essersi liberata dal senso di soggezione verso l’autorità”. Autorità familiare, rapporti di subordinazione, ecc., è forse proprio per questo che le ex emigrate intervistate non sarebbero, a differenza dei loro mariti, volute ritornare in Italia. Il lavoro, un diverso stile di vita, avevano loro conferito una maggiore dignità e fiducia in sé stesse all’interno di un diverso riconoscimento sociale della famiglia, in un quadro di disponibilità economiche maggiori, sia pur duramente conquistate e di opportunità di realizzazione personale impensabili nei paesi d’origine.
Per quanto riguarda le donne marocchine immigrate, Ruba Salih nel suo Gender in transnationalism, dice che: “Il trasnazionalismo non è uno spazio neutrale. Il genere interviene nella differenziazione e formazione di progetti, desideri e messe in opera […] Spesso le donne mostrano sentimenti ambivalenti o contraddittori verso quello che percepiscono come un senso di frammentazione della loro vita in due paesi […] Coesistono e si sovrappongono numerose giustificazioni per mantenere le relazioni con i paesi di origine.
L’ottimizzazione economica delle risorse; il desiderio di mostrare un nuovo status sociale, mostrando le conquiste del processo di emigrazione; un progetto di ritorno nel futuro; e infine l’augurio di cambiare ciò che hanno percepito come limitazioni della loro società di origine portandosi dietro nuove conoscenze e idee”. Molti di questi aspetti, sono emersi nei racconti delle donne marocchine intervistate.
Pregiudizi, stereotipi e discriminazioni
Altro dato accomunante è quello del pregiudizio e della discriminazione. Nel caso di Bella, la categoria del pregiudizio non sembrerebbe essere molto presente negli ex emigrati rispetto agli immigrati presenti nel quartiere. Nelle interviste realizzate con gli ex emigrati è vivo il ricordo delle sofferenze, delle difficoltà, delle discriminazioni subite; ma è presente nei loro ricordi anche l’esperienza di chi li precedette in un percorso migratorio ancora più duro e connotato da pregiudizi e stereotipi infamanti. Loro non hanno dimenticato, la memoria di un passato migratorio pregresso e l’esperienza diretta si fondono e costituiscono un quadro di riferimento che li aiuta oggi a riconoscere e decostruire quegli stessi stereotipi che ieri venivano attribuiti a loro ed oggi vengono cuciti addosso agli immigrati marocchini.
Il Parroco invece accenna ad una “grave indifferenza” nei confronti degli immigrati marocchini e sia le operatrici del Centro Sociale del quartiere che gli stessi marocchini intervistati dicono di riscontrare, in alcuni giovani e soprattutto tra i “giovani a rischio”, atteggiamenti discriminatori che sfociano anche in atti di violenza.
Il pregiudizio è un meccanismo che scatta come desiderio/esigenza di difesa davanti all’inquietudine che l’“altro” da “noi” rappresenta ed ha costituito da sempre un terreno fecondo sul quale piantare confini e divisioni attraverso la costruzione di stereotipi.
L’“altro” per antonomasia è stato e continua ad essere l’immigrato il quale con la sua sola presenza afferma l’esistenza di altri modi di vivere che si teme possano destabilizzare le fragili certezze faticosamente conquistate.
Quando i “marocchini” eravamo noi, si potrebbe dire parafrasando Gian Antonio Stella, venivamo etichettati con gli stessi stigmi oggi adoperati per connotare gli immigrati marocchini presenti nelle nostre città, nei nostri quartieri: sono clandestini, sono sporchi, rubano il lavoro agli altri, sfruttano i bambini, vivono in tuguri, sono accattoni, ecc. La realtà è complessa e poliedrica e non può essere incasellata e liquidata superficialmente semplificandola con uno stereotipo.
Gli immigrati marocchini sono clandestini? Noi venivamo definiti in America wops, da w.o.p.= without passport, senza passaporto. Un nomignolo xenofobo che come scrive Stella “ebbe fortuna perchè suonava foneticamente uàp. Guappo”.
La storia dell’emigrazione italiana, afferma sempre Stella, è “carica di verità e bugie […]. Eravamo sporchi? Certo, ma furono infami molti ritratti dipinti su di noi. Era vergognoso accusarci tutti di essere mafiosi? Certo, ma non possiamo negare di avere importato noi negli States la mafia e la camorra. La verità è fatta di più facce […] se andiamo a costruire l’altra metà della storia si vedrà che l’unica vera sostanziale differenza tra “noi” allora e gli immigrati in Italia oggi è quasi sempre lo stacco temporale. Noi abbiamo vissuto l’esperienza prima, loro dopo. Punto”.
Gli immigrati marocchini sono sporchi? anche noi eravamo sporchi, ma come si potevano rispettare le più elementari norme igieniche vivendo in trentasei in una casa definita, nella sua intervista, da un signore di Bella ex emigrato in Australia, il “deposito”? O allorché si prendeva in fitto lo stesso posto letto avvicendandosi con altri a seconda del turno di lavoro? O ancora quando oggi gli immigrati marocchini vivono in case con servizi igienici insufficienti o pressoché assenti e senza acqua calda?
Quando i “marocchini” eravamo noi, era solo poco tempo fa, ma fino a che punto hanno consapevolezza di questo nostro passato, anche recente, le giovani generazioni? Un passato così scomodo e ingombrante si preferisce rimuoverlo piuttosto che farlo conoscere. Tuttavia come sempre accade quando si recidono i fili della memoria, vengono a mancare poi tracce importanti che impediscono di comprendere adeguatamente il presente e rendono ancor più difficile una serena proiezione verso il futuro. Il paradosso è particolarmente stridente in una città come Lamezia Terme, segnata ancora oggi dall’emigrazione che ha registrato un notevole incremento negli ultimi tre anni e che dunque, utilizzando la ormai nota metafora, si potrebbe definire contestualmente Paese del Pane e Paese della Fame.
La parte conclusiva dello studio, si propone di offrire un quadro, sia pur frammentario, dei percorsi di inserimento rivolti alla popolazione marocchina immigrata presente nel quartiere. Si avvale dunque, di testimoni privilegiati. Spunti molto interessanti provengono soprattutto dal racconto delle insegnanti, il tema di “un’infanzia rubata” si tocca con mano. Agghiacciante la storia di Mourad, il primo bambino marocchino inserito nella scuola nei primi anni ’90, racconta un’insegnante che venne barbaramente ucciso a Bella non si sa da chi e perché.
I problemi rilevanti sembrano essere: quello di una discontinuità scolastica (alcuni bambini/e sono impegnati ai semafori nella vendita di fazzolettini, le ragazzine più grandi spesso devono restare a casa per accudire i fratellini più piccoli); di una notevole difficoltà a comunicare con le famiglie; e in alcuni casi di un’aggressività nei rapporti con i compagni di classe. Le insegnanti sottolineano come ci sia notevole differenza tra i bambini immigrati di diverse nazionalità presenti nella scuola: gli ucraini, i polacchi, ad esempio sono molto curati e tutti fanno a gara per averli come compagni di banco, mentre i marocchini non sono seguiti dalle famiglie, solitamente sono sporchi e hanno sicuramente maggiori difficoltà ad integrarsi.
Una richiesta corale sembra essere quella di poter fruire con continuità e competenza di interventi di mediazione culturale nelle scuole e nei servizi, che permettano e facilitino la comunicazione.
Un approfondimento sul ruolo della mediazione culturale ne evidenzia le caratteristiche di risorsa fondamentale per l’accompagnamento di percorsi di inserimento sociale. Per rispondere però a questo obiettivo è necessario potersi avvalere di un’opera di mediazione culturale qualificata che non si limiti ad un mero compito di traduzione linguistica ma che permetta all’immigrato di potersi esprimere pienamente, assumendo quindi anche funzioni di advocacy a favore e a sostegno di questi soggetti più deboli socialmente. Una mediazione culturale che contestualmente dovrà offrire agli operatori dei servizi (scolastici, sociali, sanitari, ecc.), occasioni per conoscere e comprendere l’immigrato al di là delle apparenze, superando gli stereotipi, anzi, proponendo un percorso che consenta agli operatori di riconoscere gli stereotipi stessi e decostruirli. Occorre partire da un’analisi approfondita, dove prevalga il desiderio di conoscere e comprendere, per riuscire così a poter dare risposte adeguate, operatori e società accogliente: non possiamo e non dobbiamo dimenticare che gli sguardi, le sofferenze, le illusioni ed i sogni della persona migrante altro non sono che i profili di uno stesso volto, di ogni tempo, di ogni luogo.
|