Perché l’argomento
Nel moderno contesto socio-economico i servizi sociali si strutturano come un sistema complesso e articolato di leggi e servizi per rispondere a quella che è la funzione specifica, che fin dal suo nascere, viene attribuita al servizio sociale: la funzione di punto d’incontro tra bisogni individuali e risorse sociali.
Di fronte a tale impegno le organizzazioni assumono orientamenti progettuali differenti, che dovrebbero garantire l’assunzione o la costruzione di significati comuni nei processi organizzativi e, quindi di rinforzare l’identificazione e l’appartenenza alle culture e alle finalità del servizio.
Il mio intento è stato quello di approfondire le riflessioni attorno alla progettazione sociale attraverso una lettura dei processi organizzativi e sociali contemporanei.
Ritengo che la progettazione nel sociale meriti una riflessione specifica per almeno due ragioni:
• Nel sociale sempre più si lavora per progetti; la qualità dei servizi e l’innovazione sono sempre più connessi alla capacità di gestire complessi processi di progettazione e valutazione.
• Nel sociale la progettazione assume delle caratteristiche peculiari che influenzano gli orientamenti culturali e valoriali propri del settore.
Gli obiettivi che mi sono posta sono quelli di fornire una sintesi degli approcci alla progettazione e valutazione al fine di poter esporre una cultura del progetto più rispettosa della complessità del sociale, disponibile al confronto e alla co-progettazione e attenta alla costruzione di significati e ipotesi di cambiamento non autoreferenziali ma frutto di confronti con più attori (soggetti, organizzazioni, istituzioni e cittadini).
A tal proposito è stata effettuata l’indagine sul caso dei Patti Territoriali per il sociale, in modo da verificare se questo strumento può rappresentare un caso d’innovazione per lo sviluppo locale, il miglioramento della qualità della vita e per l’empowerment di comunità.
Viene presa in considerazione, quindi una concreta modalità di progettazione, rappresentata dai Patti Territoriali per il sociale, insieme ad una ricerca sul territorio, che conduce all’analisi di un caso modello: "il Patto Territoriale per il sociale della Sibaritide e del Pollino". Ho cercato di connettere gli aspetti metodologici dei processi di progettazione sociale con gli aspetti pratici, strumentali con i quali promuovere lo sviluppo locale del sociale.
Cos’è il tema
Con il termine "progetti nel sociale" si fa riferimento a tutte le esperienze di progettazione, che nascono nell’ambito delle politiche sociali e sono realizzate dai servizi pubblici, privati e del privato sociale nell’area sociale, psicologica, sanitaria, educativa, culturale, del tempo libero, dell’occupazione e dello sviluppo di comunità.
Si progetta ogni qual volta occorre immaginare o creare un nuovo intervento sociale, gestire un problema, modificare o trasformare una situazione, orientare i processi lavorativi.
I termini di "progetto" e "progettazione"sono oggi ricorrenti nella vita delle organizzazioni che producono servizi e, bisogna dire che essi assumono un significato simbolico, in quanto segnano il tentativo di superare logiche meccanicistiche e burocratiche. Non si può lavorare nell’illusione di poter controllare e pianificare ogni ambito di intervento, senza lo sviluppo di una metodologia e di strumenti di lavoro a carattere progettuale.
La cultura progettuale offre una pluralità di approcci, di stili di pianificazione, in particolare parliamo dell’approccio sinottico-razionale o della razionalità assoluta centralizzata e onnicomprensiva, è il modello di partenza, indiscusso fino ai primi anni Settanta e rappresenta il modello tradizionale di progettazione che è spesso stato definito come procedurale e quindi rivolto a individuare con esattezza gli strumenti, i mezzi e le procedure per raggiungere i risultati prestabiliti indipendentemente dal contesto in cui si esplica; della razionalità limitata o incrementale il cui punto centrale è un’interazione tra il processo di ricerca, governato da regole semplici e la struttura complessa e differenziata della realtà, che riconosce l’esistenza dei limiti alla razionalità umana che dipendono dall’ambiente organizzativo in cui ha luogo il processo di formazione del progetto; e dell’approccio partecipativo o concertato, quello su cui si è maggiormente articolata la mia riflessione in quanto viene inteso come elemento di innovazione rispetto al passato e come ricerca della maggiore efficacia dell’intervento nell’interesse di tutti gli attori coinvolti.
Storicamente, quindi, ad una progettazione sinottica che dall’alto tenta di governare il complesso delle dinamiche del settore sociale e, allo stesso tempo, alle logiche di deregolazione che si affermano fino ai primi anni Novanta, si contrappongono verso la fine del decennio esigenze di coordinamento locale degli interventi, di aggregazione dei soggetti produttivi presenti in aree determinate, la ricerca di strumenti di promozione dello sviluppo locale attraverso rapporti collaborativi.
Si sottolinea l’esigenza di una progettazione che enfatizzi un approccio promozionale, che solleciti il dinamismo complessivo del sistema orientandolo a relazioni sinergiche, la valorizzazione di obiettivi e strumenti programmatori in grado di accrescere l’autonomia e la capacità decisionale dei singoli soggetti che compongono il sistema.
In quest’ottica progettuale, i contesti locali sono concettualizzati come ambiti nei quali possono svilupparsi patti integrativi, rapporti di collaborazione formali ed informali tra soggetti pubblici e privati finalizzati alla formulazione di progetti integrati di sviluppo. L’assunto cruciale è che gli obiettivi di sviluppo locale e di coesione sociale non possono essere conseguiti senza una mobilitazione e una responsabilizzazione dei soggetti locali. I patti territoriali sono i principali strumenti della programmazione negoziata, di modalità di coordinamento e promozione dello sviluppo che partono dal basso e si fondano sulle capacità progettuali a livello locale; assumono il coordinamento come risorsa decisiva, si fondano sui principi di sussidiarietà e partenariato.
Il partenariato consiste nel "mettere insieme i soggetti locali non solo a mo’ di sommatoria delle singole parti, ma in termini di condivisione degli obiettivi e di governo collettivo del welfare locale" (in: G. Panizza e G. Devastato, Pensare a rovescio, Comunità Edizioni, 2000). Si tratta quindi di coalizioni locali per l’empowerment di comunità.
Si viene ad adottare una nuova logica di governance, caratterizzata da un processo decisionale interattivo, complesso, basato su un approccio multidimensionale attraverso la reciproca intesa tra gli attori, che insieme progettano la crescita sociale complessiva di un territorio.
L’idea dei Patti nasce a Lamezia Terme, verso la metà degli anni novanta grazie all’intervento di Giacomo Panizza, il quale, ha inteso associare le modalità dei Patti territoriali per lo sviluppo economico, previsti dal decreto legge n. 123/95, allo sviluppo sociale.
Con un patto territoriale, le parti sociali individuano una serie di obiettivi di sviluppo, selezionano i progetti di intervento compatibili con tali obiettivi e concordano un insieme di misure utili a facilitare e sostenere la realizzazione dei progetti.
La diffusione dei patti territoriali potrebbe segnare l’abbandono della centralizzazione degli interventi nelle aree di crisi attribuendo le iniziative di sviluppo all’impegno ed alla concertazione degli attori sociali locali. In questo modo, si potrà forse garantire un migliore utilizzo delle risorse presenti localmente ed evitare gli sprechi verificatisi in passato.
Con il Patto territoriale per il sociale si intende intraprendere un cammino mettendo in comune energie ed idee, progetti e professionalità, saperi e risorse per costruire lavoro sociale e migliorare la qualità della vita del territorio.
Per quanto riguarda il Patto Territoriale per il sociale della Sibaritide e del Pollino, ho svolto delle interviste rivolte a tre soggetti coinvolti nella costruzione del patto e che ricoprono ruoli differenti: l’ideatore teorico dei Patti Territoriali per il sociale, Giacomo Panizza; il Presidente e al responsabile tecnico del Patto.
Attraverso queste interviste ho ricostruito la storia della costituzione del patto, gli strumenti utilizzati, la metodologia e le regole adottate, nonché i risultati ottenuti da questo lavoro. Ho, quindi, analizzato la procedura di realizzazione dell’accordo: dall’individuazione dell’idea di valore del Patto alla realizzazione vera e propria di esso.
Il patto territoriale sociale della Sibaritide e del Pollino nasce dalla attuazione di una ricerca sul lavoro minorile, su proposta della CGIL nazionale, condotta, con l’ausilio del Terzo Settore, in alcuni Comuni del territorio. L’esperienza comune ha spinto i soggetti coinvolti a ricercare altri partner locali per costruire sul territorio un comune percorso di crescita sociale. Il comune percorso è stato individuato nella costruzione del Patto.
I soggetti coinvolti nella costruzione del "patto" sono: Enti Locali, Diocesi, Organizzazioni Sindacali, Terzo Settore.
Si è seguito il concetto di concertazione e di collaborazione con i soggetti per costruire gli obiettivi sociali a misura di contesto invece di creare percorsi pre-confezionati, di scendere sul territorio per incontrare gli attori del processo reale.
Costruire relazioni di partenariato inizialmente non è stato facile, e molte sono state le difficoltà incontrate prima di giungere ad una politica corale e costruttiva, superando le logiche autoreferenziali. Infatti, i territori municipali all’interno della Piana di Sibari e del Pollino appaiono estremamente variegati e frazionati tra loro, dal punto di vista non solo urbano, ma anche umano, sociale, culturale ed economico. Inoltre bisogna considerare che nel territorio non esistevano segni di una cultura della partecipazione. La cosa più importante però, consiste proprio nel fatto che si è riusciti a superare queste difficoltà e man mano che i lavori procedevano si è raggiunta una sempre maggiore coesione sociale. Ritengo che questo sia l’obiettivo principale del Patto, in quanto solo così si pongono le basi dello sviluppo locale. Si è seguito un percorso che a dato una maggiore valorizzazione delle risorse del territorio.
Il senso dei Patti non è quello di dotare il territorio di nuovi servizi, ma di costruire partenariati tra le istituzioni e la società, collegamenti tra cultura e politica, tra economia e valori umani.
Implicazioni teoriche e pratiche
Con l’approccio partecipato il processo di progettazione appare costellato di decisioni che ne orientano il corso e che sono anch’esse frutto di processi di negoziazione condotti tra i diversi attori implicati in funzione della loro posizione nell’organizzazione.
Si viene a stabilire un processo di interazione tra i diversi attori e sin dalle tappe iniziali ciascuno dei soggetti coinvolti deve avere la possibilità di assumere un ruolo attivo all’interno del progetto. Ciò significa necessariamente co-progettare, ovvero attivare confronti, negoziati, gestire conflitti e dinamiche di potere tra i servizi e le persone, rinunce a disegni lineari e preordinati.
La progettazione intesa come attività cognitiva, viene definita come "attività di produzione di mondi possibili", come "attività esplorativa e costruttiva volta alla ricerca e alla definizione di problemi", come "indagine pratica".
Così intesa la progettazione comporta, necessariamente un alternarsi e incrociarsi di pensiero, azioni e verifiche. L’azione stessa può essere intesa come strumento per pensare e quindi progettare.
In un contesto complesso non è possibile né prevedere, pianificare l’azione ottimale, né applicare le procedure del problem solving.
Necessariamente la progettazione si configura come un processo che volta per volta costruisce, con i diversi attori coinvolti nel progetto, il significato e il senso delle azioni da intraprendere.
La dimensione comunicativa conferisce razionalità, nel senso che permette una formulazione collettiva dei problemi rilevanti, una ricerca di eventuali soluzioni. Potremmo, quindi definire tale approccio come progettazione comunicativa, per il continuo dialogo e confronto che si viene a stabilire tra i soggetti presenti nella comunità in cui si opera. Si comprende bene, quindi, come essa si contrapponga agli stili della progettazione autoreferenziali, che si sviluppano secondo modalità scelte e definite autonomamente da chi progetta, molto standardizzati, applicabili con marginali variazioni ad ogni contesto. Possiamo dire che i modelli tradizionali si pongono in quest’ultimo versante, in quanto prevalentemente formulano progetti da imporre dall’alto che prevedono un basso decentramento delle decisioni.
Il ruolo dei servizi e degli operatori non è quello di distribuire ricette e soluzioni ma di aiutare ad "aiutarsi", quello di promuovere empowerment a livello di individui e di comunità. Infatti, la progettazione non è solo un metodo per la ripartizione di risorse, ma ha una funzione più ampia che attiene alla promozione della coesione sociale, dell’integrazione.
La progettazione può assumere un ruolo importante nel rinsaldare un legame di collaborazione, di fiducia, di reciprocità fra cittadini e istituzioni, creando un diverso clima culturale. Una progettazione così ridefinita accresce la consapevolezza sociale delle inevitabili interdipendenze, delle risorse che esse rappresentano rispetto alle esigenze di mutamento che la società esprime.
Solo così è possibile raggiungere quello che viene definito come "empowerment di comunità", ovvero un processo attraverso il quale le persone diventano consapevoli delle cause della loro situazione di svantaggio e si organizzano per utilizzare le proprie competenze, le energie e le risorse collettive per modificare al meglio la situazione stessa. Si tratta di una dinamica interna ai gruppi che si sviluppa come risultato di una consapevolezza di gruppo e di esperienze di presa in carico dei problemi.
In questa prospettiva, la predisposizione di un progetto si configura come un’azione collettiva, un’attività diffusa di connessione, che mobilita soggetti sociali tradizionalmente distanti dai processi decisionali.
La progettazione è intesa come attività contestuale, nel senso che risulta radicata rispetto all’ambito in cui opera, ne coglie gli equilibri e le dinamiche di fondo, le risorse e i rischi, è partecipe delle sue trasformazioni. Si condivide il senso del prodotto da erogare e, quindi è possibile che, in funzione di situazioni specifiche, ciascuno riadatti la propria azione.
Si assume, dunque, la consapevolezza che esistono esigenze contrapposte che non possono essere ricomposte da un unico soggetto decisionale, per quanto equo, ma sono il prodotto di una partecipazione attiva dei soggetti del welfare, di una mediazione tra gli interessi divergenti.
Dal punto di visto teorico e pratico possiamo, quindi, affermare che la capacità di progettare e valutare continuamente i propri interventi rientra tra le caratteristiche principali dei servizi più innovativi, capaci di adattarsi ai contesti che cambiano ed in senso pro-attivo di cambiare i contesti sociali in cui operano. È importante, quindi che la cultura della progettazione partecipata, insieme ai suoi strumenti, entri pienamente nei servizi e che le pratiche della progettazione diventino un modus operandi e non un semplice dato episodico.
Potenzialità e limiti
Con una metodologia come quella della progettazione partecipata e uno strumento come i Patti territoriali per il sociale si attivano processi trasversali, evitando che il sociale si isoli organizzandosi per conto proprio.
La diffusione dei patti territoriali potrebbe segnare l’abbandono della centralizzazione degli interventi nelle aree di crisi attribuendo le iniziative di sviluppo all’impegno ed alla concertazione degli attori sociali locali. In questo modo, si potrà forse garantire un migliore utilizzo delle risorse presenti localmente ed evitare gli sprechi verificatisi in passato. I patti si collocano positivamente nei processi di progettazione partecipata in quanto vengono proprio prefigurati come processo agito da molteplici attori e si tratta di soggetti autonomi, alla pari, attori veri perché ci sono gli enti locali, i gruppi del terzo settore, i sindacati, le diocesi, le organizzazioni dei cittadini e sono tutti soggetti che hanno i loro interessi e che intendono co-progettare e non solo proporre e poi lasciare fare agli altri. Inoltre, si adotta una strategia capace di costruire un progetto per alimentare l’autoaffidamento degli attori locali in modo da sviluppare senso di appartenenza da parte dei partecipanti nei confronti del progetto stesso e di creare, quindi condizioni favorevoli per la sua implementazione anche attraverso la istituzione di canali di comunicazione fra i diversi soggetti coinvolti. Tutto ciò porta a rinunciare alla delega per aprire verso un coinvolgimento per la soluzione del problema.
I Patti territoriali per il sociale consentono di superare la semplice logica di gestione dei servizi sociali, per garantire più processi quali la rilevazione di bisogni, lo stabilire le risorse, il programmare, il gestire, il finanziamento, il controllo e il monitoraggio, la valutazione: tutti pezzi di una realtà più ampia e complessa che coinvolge più soggetti, pubblici e privati, compresi i cittadini.
I Patti consentono di coinvolgere tutte le realtà che possono influenzare, supportare, arricchire la vita sociale come i soggetti dell’economia locale, le associazioni culturali, il volontariato, i familiari di potenziali utenti, i gruppi di aiuto e mutuo-aiuto e non solo il servizio delegato a svolgere un intervento.
Si promuove, quindi un sistema di soggetti in rete, soggetti sociali, politici, economici, culturali che contribuiscono a disegnare il profilo sociale del territorio. In tal modo si favorisce democrazia sociale, qualità sociale e quindi una gestione che deriva dalla co-progettazione, da una comune assunzione di responsabilità per costruire insieme il bene comune e dar vita ad una politica agita da tutti i soggetti.
Raggiungere questo obiettivo però non è semplice. Le opportunità dipendono dalle differenti soggettualità in campo: se un patto sa mettere insieme più soggetti in maniera forte allora le opportunità sono maggiori; se invece ciò non accade le opportunità svaniscono.
I patti funzionano nella misura in cui incontrano un contesto favorevole al confronto, alla logica del dialogo, alla cultura della fiducia. Non sempre, quindi le esperienze hanno avuto un esito positivo. In alcuni territori molte sono ancora le resistenze all’abbandono dei campanilismi, dei rapporti di clientelismo che ovviamente non consentono di conseguire l’interesse dell’intera comunità. Molte difficoltà provengono anche dalla politica, degli enti locali non sempre disponibili a forme di collaborazioni con il terzo settore.
Spesso i soggetti locali sono autoreferenziali e preferiscono rimanere tali per timore di perdere la loro capacità decisionale, spesso difesa per garantire interessi personali. Non si comprende invece che è necessario agire per una maggiore rispondenza ai bisogni del territorio.
Il caso della Sibaritide e del Pollino può essere considerato come un modello di eccellenza, in cui si sono affrontate queste difficoltà e si è affermata una cultura progettuale nel senso della partecipazione. Non tutte le esperienze calabresi hanno raggiunto questo obiettivo.
Si spera che la legge 328/00, recepita in Calabria con la legge regionale n. 23/03, sia in grado di migliorare la situazione e operare cambiamenti nei contesti lavorativi, riparando ai limiti ancora esistenti. Ciò che si attende, dagli operatori dei servizi sociali è un cambiamento culturale e di mentalità e ci aspetta una maggiore apertura ad elementi innovativi.