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Sulla
Bioetica
Nunzia
Coppedè

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DPI Italia
è un organizzazione, di associazione e di singoli disabili
e/o familiari, impegnata nel sociale culturalmente e politicamente
con l'obiettivo di favorire percorsi di autonomia, indipendenza
e interindipendenza delle persone con disabilità e di promuovere
i Diritti Umani e Civili delle stesse.
Avvia le proprie iniziative partendo dalla convinzione che la realizzazione
del progetto personale di vita delle persone con disabilità
non è condizionato solo dai problemi di giustizia sociale,
ma anche dalla mancanza di opportunità di intraprendere un
processo di consapevolezza dei propri bisogni e diritti, del valore
della persona, delle capacità e potenzialità da esprimere.
Negli ultimi anni DPI Italia si è distinta e resa visibile
attraverso le attività formative e politico/culturali puntando
su tre aree specifiche che corrispondono agli obiettivi statutari
e motivazionale della stessa.
In ogni Stato del mondo, indipendentemente dalla situazione economica,
sociale e culturale, le persone con disabilità vivono pesanti
condizioni di discriminazione, di mancanza di pari opportunità,
di violazione dei diritti umani. DPI nasce e si sviluppa, quindi,
come movimento di liberazione di tutte le persone con disabilità
fisica, mentali e sensoriali che vivono ingiustizie, discriminazioni
e limitazione di diritti, che ha come obbiettivi il riconoscimento
dei bisogni e dei diritti e la valorizzazione delle persone disabili
affinché si riconoscano e vengano riconosciute come una risorsa
per le società in cui vivono.
In tutti questi anni DPI ha lavorato affinché venga ribaltata
la visione negativa che si ha nei confronti delle persone con disabilità
secondo la quale esse stesse sono le responsabili della condizione
di svantaggio e di discriminazione in cui vivono. Ha lavorato e lavora
affinché sia chiaro a tutti che l'handicap si riceve dalla
società che ha costruito ogni cosa senza tener conto che ci
sono "persone" con bisogni diversi e per mettere in evidenza
che le persone con disabilità vengono trattate in modo differente
rispetto agli altri cittadini e questo vuol dire violazione dei loro
Diritti Umani.
Le aree scelte sono: Consulenza alla Pari, Diritti Umani e Bioetica
relative al mondo della disabilità.
Alla base della
filosofia della Consulenza alla Pari c'è l'idea che
le persone sono capaci di trovare dentro di sé le soluzioni
ai propri problemi e alle proprie difficoltà e che, quindi,
sono in grado di raggiungere da soli i loro traguardi. Questo metodo
consente alle persone con disabilità di sviluppare le proprie
capacità di fronteggiamento dei problemi. Si chiama Consulenza
alla Pari perché la relazione d'aiuto avviene tra pari,
cioè tra persone che hanno in comune l'esperienza della
disabilità. La Consulenza alla Pari serve sia per la promozione
e il rafforzamento delle capacità presenti in ogni persona
disabile, aumentandone la consapevolezza di sé e sia come forza
propulsiva nella lotta politica e sociale per il raggiungimento delle
pari opportunità.

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Oggi l'idea
che la disabilità è un problema di diritti è
riconosciuto da leggi e risoluzioni a livello nazionale ed europeo.
Tuttavia, al di là e oltre la discriminazione, vi sono prove
crescenti di abusi e violenze sistematiche verso persone disabili,
inclusa la carcerazione contro la loro volontà, la negazione
del diritto alla vita grazie a leggi abortiste e all'eutanasia
non volontaria, e gli abusi fisici e sessuali. Ma le prove su tutto
ciò non sono mai state raccolte e pubblicizzate. Dopo una lunga
riflessione sulla violazione dei Diritti Umani e sulle discriminazioni
subite dalle persone disabili, anche in Italia ed in Europa, si è
realizzato un Network europeo, sul modello Amnesty International,
nel quale confluiscono tutte le violazioni di Diritti Umani subite
dalle persone con disabilità. Anche il Network è, quindi,
uno strumento di sensibilizzazione, per aiutare le persone disabili
a prendere coscienza dei propri diritti, ed è inoltre uno strumento
di pressione per i Governi affinché rispettino, attraverso
l'applicazione delle Leggi, l'umanità che c'è
dentro ognuno di noi e che ci rende uguali.
L'interesse di DPI Italia per le questioni di bioetica è
stato ed è determinato dal fatto che le persone con disabilità,
sono scarsamente informate su questi temi fondamentali, nonostante
la problematica tocchi in modo prioritario il mondo della disabilità.
Si potrebbe pensare che i tre argomenti debbano viaggiare in modo
distinto e separato e che abbiano così poco in comune da dover
attivare strumenti, metodi e piani di azione diversificati, ma ciò
è vero solo in parte. L'esperienza e la ricaduta culturale
e politica che c'è stata, dimostrano che le tre aree hanno
un filo conduttore comune e che questo può essere definito
in tre parole chiave: vita, dignità e protagonismo.
Vita: essere vivi, capire che ciò che ti circonda ti appartiene,
condurre ritmi tuoi, avere l'opportunità di crescere con
l'aiuto dei grandi a diventare adulto, saper amare, scegliere,
desiderare, progettare, avere un ruolo nella società.
Dignità: e loro passo, anche se piccolo, che vada in questa direzione diventa
un complesso percorso da intraprendere. Il solo fatto di poter nascere
per un bambino nonostante la presenza di una disabilità è
una conquista, anche se il più delle volte questa scelta fatta
dai genitori viene ritenuta un atto di incoscienza.
Emblematica
è la denuncia fatta da una mamma francese a nome di suo figlio,
un ragazzo di 17 anni, nato con una grave malattia mentale, sordo,
muto e non vedente, a causa della Rosolia intrapresa dalla mamma durante
la gravidanza, contro un medico di laboratorio che non ha identificato
la malattia e l'ha dichiarata immune. Nella denuncia la madre
si fa interprete del "desiderio" del figlio e rivendica
il suo diritto di "non nascere" poiché ritiene che
la sua vita non ha senso. La mamma per la verità rivendica
il suo diritto di non aver potuto ricorrere all'aborto terapeutico.
La Corte di Cassazione francese si è espressa a suo favore,
ora la Corte d'Appello di Parigi dovrà stabilire l'entità
del risarcimento. Dall'articolo "Sentenza choc a Parigi:
"Risarcitelo" pubblicata dal Messaggero il 18 novembre 2000.
La bioetica é una disciplina impegnativa, in quanto unisce
due termini fondamentali per l'esistenza umana "vita e etica",
e giovane, scoperta solo nel 1971, dal cancerologo americano (Van
R. Potter (Bioethics: Bridge to the Future), ma le premesse
risalgono molto più indietro nel tempo, decisivo è stato
il processo di Norimberga, allorquando furono analizzate e vennero
sottoposte a giudizio le esperienze del nazismo e soprattutto le sperimentazioni
che i medici-ricercatori nazisti condussero sull'umanità
sofferente e indifesa dei lager. Da quel momento in poi sono stati
elaborati risoluzioni, carte e documenti affinché la ricerca
scientifica avvenga entro limiti eticamente accettabili. Nella bioetica
hanno trovato la migliore espressione quei problemi che derivano
dalla ricerca indiscriminata e dalla sua applicazione selvaggia e
dai progressi che riescono a stupire, sconcertare ed interrogare le
coscienze di chi in questo universo ci vive con consapevolezza e passione.
I progressi ottenuti vengono diffusi con una potenza e visibilità
eccezionale perché sono la rappresentanza vivente delle capacità
e potenzialità degli "uomini" nel modificare tutto
ciò che è vivente intorno a noi. Esempi eclatanti sono
le nascite in provetta, la clonazione degli organi ecc. Attraverso
strumenti sofisticati oggi siamo in grado di sapere molto presto se
un bimbo avrà delle malformazioni ecc.
Ma senza togliere niente al progresso, ciò che preoccupa è
quanto esso incide culturalmente, il messaggio di massa che arriva
è sempre riferito alla scoperta mentre resta di pochi il dibattito
sulle conseguenze che la concretizzazione di scoperte tanto importanti,
possano avere sulla vita delle persone e sull'universo intero.
Si riduce sempre più lo spazio e la capacità di accoglienza
per chi è giudicato un diverso. È considerato umano
consigliare e spesso convincere una mamma ad abortire perché
il figlio che porta in grembo sarà un potenziale disabile e
quindi non rientra nei canoni di normalità molto ambiti.
Penso che se fossi stata concepita negli ultimi 15 anni, i luminari
della scienza si sarebbero arrogati il dovere di convincere mia madre
a l'aborto terapeutico, non sarebbe stata un impresa difficile,
vista la concezione che i miei genitori avevano di "me"
e che si sono portati dietro per molti anni, cioè di aver partorito
una figlia che sarebbe stata infelice per tutta la vita.
Non avrei avuto la possibilità di dimostrargli che la mia esistenza
è significativa non solo per me stessa, ma anche per gli altri
e che a rendermi infelice in passato non sono state le mie malformazioni
fisiche, ma la non accettazione della mia "diversità",
sia da parte loro che degli altri.
La cosa più deplorevole è che pur essendo come persone
disabili coinvolte pienamente in quanto materia di studio da rimodellare
o da escludere, in tutto il dibattito culturale e le conseguenze strategie,
decisioni ecc. veniamo esclusi completamente.
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