Presentazione
Il lungo esercizio di pensiero che ha
accompagnato la mia attività quotidiana di riabilitatrice, dal lontano maggio
1990, quando timidamente e teneramente osservavo gli occhietti a mandorla di
Filomena, per captare le sue risposte motorie agli stimoli ambientali, sfocia
oggi in questo elaborato.
Il Centro di Riabilitazione della Ass.
Comunità Progetto Sud (d’ora in poi C.d.R.) al quale appartengo, come tutti gli
organismi che nascono, si nutrono, si sviluppano, evolvono. Anche le persone
che di esso fanno parte, evolvono. Oggi svolgo il ruolo di coordinatrice nel
medesimo Centro.
Nel tempo i miei sguardi si sono
moltiplicati e dall’essere fissati, come dice Kafka, attorno a certe fonti
luminose (la fisioterapia, la psicomotricità), che non mi permettevano di
vedere altro che quello che da esse veniva messo in evidenza, secondo
automatismi accomodanti, pian piano essi hanno cominciato a staccarsi da questi
punti luce. Questo ha provocato in me ripensamenti, conflitti interiori e
scontri, ma anche confronti, scambi di suggestioni e teorie, di emozioni e
modelli.
Gli interrogativi di fondo che affiorano
dal mio servizio, si traducono in: quanta capacità avrà il centro di uscire
dalla sua nicchia e di coniugarsi ai mondi vitali delle persone che ad esso
afferiscono?
Credo che il C.d.R. abbia sempre “detto”
sin dal suo nascere, abbia fatto cultura sul territorio, ripenso alla memoria
tramandatami da quello sparuto gruppo di persone disabili che occuparono l’USSL
di L. T. nel 1987 per esigere il diritto alla riabilitazione, ma può succedere nel
tempo che il suo “dire” si affievolisca o che non giunga a chi è al di la del
servizio.
Gli sguardi si moltiplicano e si
incrociano: “anche gli utenti ti guardano, altri gruppi, le istituzioni; e in
questo intreccio che il servizio mette a confronto i significati che esso
stesso ha prodotto, indirizzando lo sguardo al futuro”[1].
Pensare il futuro di un servizio presuppone l’esistenza di una chiara identità,
visibilità, rappresentazione.
Se il C.d.R. non sarà capace di
introspezione, tanto meno saprà guardare fuori o alzare lo sguardo
all’orizzonte.
In-centrarsi sul futuro vuole essere una
provocazione: quanto saranno capaci gli operatori di decentrarsi dalle
ubicazioni meccanicistiche, di entrare nel territorio guidati da una visione
sistemica ed ecologica piuttosto che arroccarsi su posizioni inamovibili. Il
centro cresce e si sviluppa quando si nutre di saperi, di ricerca , di analisi,
di confronti che scardinano lo stereotipo del “così e per sempre” impresso
nella cultura immobilista della disabilità. Questa cultura converge e affonda
in tutto ciò che manifesta le fragilità, le sofferenze, gli insuccessi; con il
tempo, il pregiudizio della immodificabilità rischia di solidificarsi e
generare una episteme dell’handicap difficile da scalfire, anche perché legata
intrinsecamente alla rappresentazione sociale della disabilità, ossia al
costrutto di credenze, sistemi comunicativi e normativi, cognitivi ed emotivi,
in gran parte di valenza negativa.
La realtà cristallizzata, permea il
pensiero dello stesso disabile, della sua famiglia, ma i servizi stessi ne
sono intrisi quando restano collocati in pensieri scontati, settorializzati,
incapaci di nuove rielaborazioni, o quando si pensano sempre in rapporti duali
o asimmetrici e non corali, partecipati, o ancora quando si compiono azioni
doverose perché dettate da teorie e pratiche appartenenti alle professioni
sociosanitarie.
Quando, tuttavia, apro silenziosamente le
porte del mio centro, distinguo nel cumulo di attività ordinarie e quotidiane
il vettore che trasporta le azioni, le relazioni, i pensieri generativi di
senso.
La sfida a rendere visibile quel vettore
a tutti coloro che interagiscono con la disabilità, a far emergere nuove
rappresentazioni dei servizi socio-sanitari, a promuovere lo sviluppo
integrale della persona disabile secondo la visione olistica, organicistica,
ci interpella oggi più che mai.
Il servizio socio-sanitario inteso
metaforicamente come organo in relazione di interdipendenza con altri organi,
tessuti, apparati di un unico corpo (l’organizzazione di appartenenza) deve
necessariamente aver cura che il suo sistema interno (micro) funzioni, ma nel
contempo aver cura che anche gli altri organi (enti e organismi del territorio
calabrese) funzionino in una sinergia vitale (macro).
Per dirla con Aristotele: “il tutto
precede necessariamente la parte, perché tolto il tutto non ci sarà né il
piede, né la mano “.
È pur vero che spingere l’acceleratore in
questa direzione equivale a suggerire, sia pure sul piano speculativo, l’idea
platonica di una società perfetta.
La società calabrese è molto imperfetta,
per certi versi individualista, per tanti altri burocratica, dove la cultura
dominante non ha ancora assimilato il paradigma dell’intervento territoriale.
L’altro interrogativo di fondo che sta
emergendo dal mio servizio è quanto e come esso saprà traghettare il suo
pensiero che si declina in ricerca, professionalità, valori fondativi,
partecipazione, gestione delle incertezze…” da un paradigma razionale tanto
caro alle burocrazie ad un paradigma nuovo che i servizi stessi sapranno
delineare[2].”
Molto importante nel prefigurare il nuovo
paradigma del mio servizio, credo sia lo spazio di riflessione che esso stesso
dovrà ritagliare intorno ad alcuni temi fondamentali, sia quelli che fanno da
sfondo a ciascun servizio sociosanitario come la cultura e il substrato
valoriale sia quelli attorno ai quali si impernia il servizio: soggetti,
processo di lavoro, coordinamento, sia ancora il tema suggestivo e stimolante
delle rappresentazioni ricorrenti che incalza tanto la riflessione sul futuro
dei servizi.
Su questi cardini si sviluppano i capitoli
che seguono.
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