
Mi fa molto
piacere essere presente al trentennale del “Gruppo Solidarietà”. Fabio Ragaini
mi ha invitato, tra gli altri, chiedendomi di raccontare un pezzo di storia del
terzo settore per come mi è capitato di viverla in alcune sue varie
trasformazioni, tenendo presente la sua rilevanza sociale e alcune sfide future
rappresentate dalla storia – come il dato di essere in un’Italia di 150
anni passata da Regno di sudditi a Repubblica di cittadini e cittadine -, dalla
cultura – come ci ha descritto Roberto Mancini -, e dalla politica –
specialmente quella irrinunciabile puntualizzata da Tiziano Vecchiato -.
Nel mio parlare,
userò un certo linguaggio ed esprimerò dei punti di vista provenienti da esperienze
sociali vissute. Sono parziali modi di leggere e interpretare; eppure, chi fa volontariato
o comunque è impegnato nel terzo settore, deve necessariamente passare
attraverso l’agire, pensarlo e ripensarlo. Sa che deve dire la sua, come sa di dover
ascoltare le ragioni di altri, conoscitori di altri settori. Il contatto con
persone, famiglie, comunità locali e istituzioni, ci porta a vivere esperienze
spesso gratificanti, “calde”, attraenti e coinvolgenti; altre volte faticose,
contraddittorie e conflittuali: e per tutto questo, quando serve, ci facciamo
aiutare da altri che studiano certe discipline umanistiche, sociali,
economiche, organizzative o, come oggi con Mancini, ci mettiamo in ascolto
della filosofia, o anche della spiritualità. Avendo a cuore di “far bene il
bene”, ci facciamo aiutare volentieri.
Il gruppo che
fa comunità: ieri spontaneo, oggi e domani una sfida
Come mai vi
siete denominati “Gruppo Solidarietà”? Trent’anni fa, “gruppo” e “solidarietà”
erano termini palesemente contrari a “istituto” e a “emarginazione”, e allo
stesso tempo sottolineavano qualcosa cui si aspirava. Gruppo è indicativo di quel periodo. Connotava
leggerezza e apertura, aspetti relazionali ed esistenziali. Dice di un’organizzazione
leggera, nella quale suddividere compiti a turno, intercambiabili. Invita a
condividere i saperi e le pratiche. Mette insieme persone differenti con interessi
diversi. La parola gruppo ci portava a questi aspetti, a condividere alcuni
scopi, e a narrarci: quante storie ci siamo raccontati in gruppo, quelle di chi
veniva ad aiutare e di chi veniva a chiedere aiuto. E ci illuminavamo: al posto
dei libri a quei tempi c’erano tantissimi di questi racconti.
Ogni gruppo fa
“potere” nei territori, fa capitale sociale, soggettualità… e fa anche fare
qualche nemico nella geografia dei poteri locali. Tante di queste cose, io le
ho capite vivendole ma anche riflettendoci e facendomi aiutare da chi ci studia
sopra.
Mi sono
dilungato sul termine “gruppo” perché a distanza di trent’anni nel linguaggio
del terzo settore si sono introdotti i termini “servizi”, “associazione”,
“cooperativa”, “fondazione”, “ente”, “impresa sociale” e altri ancora, come “manager”,
con significati più specializzati. Il che va bene, ma ritengo che il terzo settore
non debba tralasciare i significati sociali, relazionali ed esistenziali
dell’essere e fare gruppo. Mi permetto di sottolineare che nel terzo settore si
rischia di perdere la dimensione del “gruppo”, appiattendosi su quella di
“organizzazione”. Entrambe sono importanti, ma oggi nella società si vanno
indebolendo le relazioni, la condivisione di scopi comuni, la valorizzazione di
ciascuna e tutte le persone, la fidelizzazione ad appartenenze aperte, il
radicamento sociale; mentre invece li vanno riscoprendo le intelligenti organizzazioni
economiche.
Ciò che oggi denominiamo
“terzo settore” ha avuto un imprinting
Che cosa stava accadendo
a metà anni ’70 nel campo socio assistenziale? Accanto agli interventi
concentrati sostanzialmente negli istituti di ricovero, si andavano diffondendo
capillari iniziative “leggere”, di piccole dimensioni e con buone intuizioni
valoriali ma deboli nei saperi professionali e nell’offrire garanzie di
continuità. Iniziative al 90% di ispirazione ecclesiale. Io ho vissuto da
dentro quel momento “magico”, l’ideatore del quale fu monsignor Giovanni Nervo,
a nome della Caritas italiana. Cosa proponeva? Giovanni Nervo propose di
sdoganare questi soggetti che svolgevano assistenza sociale, perché ormai
stavano stretti nella chiesa e alla chiesa. Certamente la chiesa rimaneva
presente, vicina, ma si riteneva importante fare in modo che queste realtà costituissero
autonome soggettualità giuridiche, e autonomi movimenti civili.
Ci siamo indaffarati
a creare questa novità. Abbiamo un po’ bisticciato sul nome dea dare a questo
“mondo” che già si presentava come arcipelago: la parola “volontariato” suscitava
perplessità perché - vi rendete conto - in quegli anni il volontario era colui
che firmava per la leva militare. In tempi di guerra fredda tra la Russia e l’America,
le quali mettevano basi missilistiche un po’ dappertutto, parecchi di noi facevamo
fatica a digerire questa parola, ma alla fine l’abbiamo assunta per il motivo
che si portava dietro l’idea di impegno volontario per la giustizia sociale e la
solidarietà, riscontrabile nel cristianesimo, nelle ideologie socialiste, nella
cultura anarchica e dal volontarismo etico.
L’imprinting è
rintracciabile nelle mille facce della solidarietà che si andava esprimendo in molteplici modalità.
Erano modi di organizzarsi con radici lontane nella storia italiana. Dopo
secoli di cristallizzazione nelle forme di enti e di congregazioni religiose,
in un breve periodo essi si sono articolati in quello che chiamiamo il “terzo
settore”. Solo talune componenti politiche e sindacali ci criticavano,
sostenendo che ciò che andavamo facendo come “privati” doveva piuttosto trovare
la sua collocazione nel welfare statuale. Lo stato infatti, con a capo un
partito di cattolici, non dava cenno di voler istituire il sistema di welfare
di cui c’era bisogno, ma la contropartita di ciò che i nostri critici ci chiedevano
era di lasciare a se stessi i bisognosi i poveri e gli emarginati che
incontravamo, al fine di far scoppiare il bubbone politico. Noi abbiamo preferito
scommettere sul farsi carico di alcune persone e categorie bisognose e
parallelamente premere sui vari governi nazionali succeduti e su istituzioni
regionali proponendo di legiferare in materia di welfare. Tiziano Vecchiato può
garantire dei vari tentativi agiti in più tappe, fino al varo della 328 del
2000.
Inoltre,
andavamo in giro a spiegare a persone-gruppi-enti “di chiesa” che essi erano
persone-gruppi-enti “civili”, chiamati a responsabilità storiche e sociali e
non solo ecclesiali, e che il paese aveva bisogno di più cittadini solidali che
di un nucleo di cristiani benefattori. Considerando la genesi di questo pezzo
di storia, propongo che quest’assemblea incarichi Tiziano Vecchiato, perché
della Fondazione Zancan, di portare a don Giovanni un grande grazie a nome di
tutti noi.
Quel movimento di
sperimentatori si è collegato, e si è confrontato sui temi dell’uguaglianza e della giustizia sociale, della solidarietà nelle sue dimensioni umane e sociali,
economiche e istituzionali, sul fare bene il bene dotandosi di competenze e strumenti adeguati ad aiutare e
accompagnare chi ne avesse bisogno. Ha preso parola e, da raggruppamento di privati
benefattori, si è trasformato in volontariato prima e in terzo settore poi.
Questa
riprogettazione dei gruppi sociali ha giuridicamente e concettualmente aiutato
a separare dalla chiesa istituzionale una miriade di iniziative da essa e con
essa promosse; ha anche liberato l’autonomia dei gruppi di impegno sociale,
fino a venire considerati nell’articolo 118 della costituzione rinnovellata; ha
stabilito le premesse per varie leggi regolatrici degli interventi promossi dal
basso della società. Ma la realtà sociale s’è dimostrata più grande e complessa
di quella che allora avevamo inteso fronteggiare con il volontariato. L’Italia
non è un paese per volontari. Ancora oggi, risultano scoperte vaste problematiche
sociali, non inquadrabili nel volontariato ma solo in un idoneo sistema di
solidarietà pubblica di welfare.
Lo stato
sceglie di abbandonare il sociale, e il sociale organizza risposte
Ce ne siamo
accorti subito. In seguito all’approvazione del DPR 616 dell’estate 1977,
abbiamo percepito che gli amministratori degli enti locali, seppur incaricati con
decreto, non davano segno di volersi assumere i compiti degli enti disciolti.
Avrebbero aperto spazi a enti di diversa natura: privati lucrativi? di
beneficenza? di che tipo?
Simili
interrogativi serpeggiavano nei raggruppamenti dei volontariati. Abbiamo dovuto
interrogarci per decidere il da farsi, che comportava la certezza più che il
rischio di trasformare parecchi nostri gruppi in enti di servizio per la
gestione di servizi territoriali: realtà che richiedevano di andare oltre il
volontariato, che in definitiva esigevano la gestione di servizi stabili, con garanzie
di personale a tempo pieno, con sostegno economico adeguato al mantenimento di
strutture e alla continuità educativa, terapeutica, riabilitativa eccetera. Ad
esempio, il Cnca – coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza
– si è costituito storicamente durante questa fase, collegando tra loro
realtà già esistenti alle quali di fatto andava stretto l’essere gruppo di
volontariato – senza ancora una legge - , poiché la gestione di case e
comunità di accoglienza richiedeva organizzazioni stabili dotate di forme giuridiche
e contrattuali che esulavano dal volontariato in generale.
Queste modificazioni
legislative delle responsabilità degli enti locali territoriali e di
articolazioni dei gruppi, hanno spianato la strada all’accrescimento numerico e
tipologico del terzo settore, per cui man mano vennero varate delle leggi che
altro non fecero che riconoscere le attività e i servizi che il nostro mondo
sociale aveva già inventato e messo in campo per l’animazione sociale, i
minori, l’handicap, le dipendenze, e così via.
Questa fase, al
di là dei vari compromessi tra partiti politici e raggruppamenti sociali loro
cinghie di trasmissione, a mio avviso ha prodotto leggi sostanzialmente buone
per l’operatività del terzo settore. Meno buone per la garanzia dei diritti
delle persone bisognose e vulnerabili. Infatti il rischio, tutt’ora persistente,
consiste nel pensiero diffuso che i servizi sociali sono migliori se a gestirli
è il terzo settore e non il comune o la provincia o la regione o loro strumenti
operativi come le aziende sanitarie.
Altro rischio è la
scarsa conoscenza delle politiche sociali, per cui ancora troppa gente si
riferisce a ciascun singolo servizio come se fosse una realtà compiuta in se
stessa e non come parte di un complesso di servizi e professioni sociali messi
a sistema. È invalso questo modo riduttivo e distorto di concepire le
“risposte” sociali, anche in vari soggetti del terzo settore, per cui –
specie in tempi di crisi e di tagli – ognuno di essi bada a se stesso,
operando in maniera che venga finanziato “quel” particolare servizio, ostacolando
l’idea di costruire sui territori un valido sistema integrato di interventi e
servizi sociali.
Tre soglie
con protagonismo e ambiguità
Della storia del
volontariato, trasformato e ricomposto nel terzo settore, sottolineo tre
passaggi, tre soglie storiche in cui è stato protagonista di sfide e di rischi.
Considero il
triennio 1975-78 come la prima soglia. In questo frangente di protagonismo
sperimentatore, si è coagulato il movimento del volontariato, il quale si è autocompreso
e autoproposto; ha dichiarato e imposto la sua soggettualità nel panorama
culturale e sociale, politico e perfino istituzionale; si è dato il nome, ha
intravisto dei percorsi e li ha sperimentati direttamente. Qui stavamo in sintonia
con le nuove leggi nazionali che traspiravano sicurezza sociale e diritti per
tutti: il DPR 616/77 per la soppressione degli enti inutili e il decentramento
di tante materie ai territori, le riforme della psichiatria, della sanità, del
carcere, della scuola, e altre ancora, un po’ tutte caratterizzate –
rispetto al passato – da un maggior coinvolgimento, oltre che degli
addetti ai lavori, dei soggetti sociali nella prevenzione e nella
partecipazione alla soluzione delle problematiche sociali.
Una seconda
soglia la situerei a cavallo del 1990, di quest’altra corposa stagione di leggi
sociali, puntate a riconoscere e rafforzare ma anche a “utilizzare” il terzo
settore: la 266 sui rapporti tra il volontariato e le istituzioni, la 381 sulle
cooperative sociali, la 104 sull’handicap, la 285 sui minori, la 162 sulle
tossicodipendenze, la 135 sull’Aids, e così via. Qui, non poche associazioni di
volontariato e cooperative sociali, svolgono attività sociali da cosiddetti
“utili idioti”, fornendo alibi a enti locali latitanti. Numerosi volontari e
volontarie “si lasciano” strumentalizzare nelle cooperative sociali e nella
gestione al ribasso di servizi sociali. Complessivamente il terzo settore indebolisce
il welfare, mettendo le pezze rinuncia a portare avanti una strategia per costruire
i primi passi di una necessaria riforma dell’assistenza in Italia, senza pudore
delega la riflessione sulle sue esperienze a enti esterni e con esso benevoli,
come la Fivol.
La terza soglia
la porrei nel 2000, nella promulgazione della legge 328. Qui - dato per
scontato il ruolo del terzo settore nella gestione dei servizi e nella
partecipazione alla costruzione del sistema integrato del welfare territoriale
- scatta opportunamente la regolazione dei servizi messi in campo: dall’accreditamento
alle rette, dalla programmazione alla valutazione, dai pagamenti alle penalità.
La nota positiva della 328 nei confronti del terzo settore riguarda senz’altro
la partecipazione ai tavoli dei piani di zona. Io non so come sia andata da voi
nelle Marche, ma in Calabria ho potuto vedere cordate del terzo settore imporre
ai tavoli la lista dei bisogni territoriali, bisogni che non erano altro che
quelli dei quali essi stessi detengono i servizi. Conflitti d’interessi palesi.
Quali cambiamenti si apporteranno alla cultura, alla politica, al bene comune,
ai sistemi di potere?
Nel periodo in
cui pare tramontata la stagione delle grandi associazioni quali cinghia di
trasmissione dei partiti politici che le foraggiavano in cambio di voti,
esistono dei rischi e delle sfide che interrogano esclusivamente il terzo
settore.
Pensiamoci: com’è
possibile che non si facciano battaglie sulle cose che abbiamo sentito qui stamattina,
ma si mettono tutte le energie sul recuperare il 5per1000 nella finanziaria? É possibile
che non si accndano conflitti nei territori, nelle regioni, a scala nazionale?
Soltanto due o tre volte il nostro mondo si è radunato in piazza a Roma per
dire che “la solidarietà non è un optional”, e manifestando per qualche taglio
a qualche finanziaria. Anche le proposte alternative che si elaborano insieme a
“Sbilanciamoci!”, diventano battaglie scaricate sui rappresentanti nazionali,
delegati a contrattare con governi e ministeri punti su cui nemmeno tra loro
sono uniti!
E qui abbiamo un
rischio nel rischio: rappresentato dai non pochi leader del terzo settore, che
agiscono la loro leadership a somma zero, prime donne rincorrenti le telecamere
e le candidature politiche, conosciutissimi, i quali convogliano la mole di
energie dei gruppi su se stessi e non sul benessere sociale, sulla carriera
personale e non sulla crescita del gruppo, sul capo e non sui ricambi di leadership
e di ruoli, sul “pater” e non sull’autonomia delle persone in carico, che
infantilizza chiamandoli “i miei ragazzi”.
Un altro grosso
rischio l’ha espresso Tiziano Vecchiato. Abbiamo un paese colabrodo. Io ho qui
appuntato “un’Italia a pezze colorate”, cioè con politiche sociali disuguali.
Ad esempio, la Calabria per i servizi sociali stanzia 27 euro annui pro capite:
sette, dieci, venti volte meno dell’una o l’altra o quell’altra regione, e di
conseguenza non ha il numero di operatori sociali e neppure di servizi come le
altre. Che faremo con la sfida del federalismo, se non decolleremo dalla stessa
linea di partenza? Il federalismo rimane una bella sfida, rimane che devo farci
i conti, che non posso accontentarmi di sostenere che la Calabria faccia di
tutto per ottenere i soldi della perequazione, ma anche pretendere e fare in
modo che la Calabria impari a spendere correttamente i soldi di cui già dispone.
Alla
riscoperta di valori e di strumenti nei rischi e nelle sfide del terzo settore
Gli strumenti di
supporto al terzo settore e alle sue componenti e articolazioni, di cui ci
siamo dotati in quest’ultimo decennio, rappresentano una sfida e un rischio da
assumere con intelligenza e saggezza storica, perché a me paiono fragili
economicamente e democraticamente, e ambivalenti se non addirittura ambigui. Mi
riferisco ai convegni e alle conferenze del volontariato, che troppo spesso
sono sul volontariato. Sto parlando anche del Forum nazionale del terzo settore, con al
suo interno una spinosa questione di potere e di rappresentanza tra i
componenti. Così anche i Centri di servizio del volontariato, vere sfide ai gruppi di volontariato, perché li utilizzino
meglio come loro strumenti e non come loro suggeritori o rappresentanti. Parlo
anche della Fondazione per il Sud, dei criteri coi quali sceglie sia i progetti
che i territori da sostenere, con una’autonomia al di sopra di tutti e tutto,
facendo così la “sua” e non una generale politica sociale. Parlo dell’autonomia
acritica e della pletora dei destinatari del 5x1000, di cui ho già detto. Ecco,
questi strumenti presentano aspetti positivi e altri di ambiguità di cui è
importante per il terzo settore esserne consapevoli.
Dal nugolo dei
valori emergenti dall’esperienza del volontariato prima e del terzo settore poi,
ci possono essere principi da riscoprire e conservare anche per il futuro
prossimo, perché validi e forse persino irrinunciabili?
Conosciamo
quelli che sono ritenuti “i valori del volontariato”, la gratuità, la
solidarietà, la qualità delle relazioni con l’altro, la sussidiarietà, la
responsabilità, la cittadinanza, il suo ruolo politico, la sua funzione
culturale. E i suoi atteggiamenti e ruoli, la sua presenza preziosa, la sua la
sua la sua. Ecco, credo che siano tutti aspetti grandiosi e preziosi, in certa
misura validi anche per il resto del terzo settore. Però oggi vorrei ricordare
che alla base di questi valori non dovremmo porre il volontariato e il terzo
settore, ma le persone tutte, specialmente quelle che hanno bisogno del
volontariato e del terzo settore e inoltre della società e delle istituzioni, per
poter ritornare “persone” compiutamente di eguale rispetto alle altre.
La rilevanza, il
“peso” incommensurabile della dignità umana di ciascuno e di tutti, è il
fondamento del nostro e altrui impegno. Nessuna persona è di Serie B. L’abbaglio
maggiore che noi corriamo è quello di passare sopra alla dignità umana di chi
viene aiutato, e anche di chi aiuta. Quando operiamo con la tratta, con la
prostituzione, con il fine vita, ovunque con chiunque è dipendente dalle nostre
cure, ci ricordiamo che stiamo operando sull’alto livello della dignità umana?
La sfida
della complementarietà tra differenti diritti
In questi giorni
i giornali ci martellano col dibattito sull’irrinunciabilità dei diritti politici,
sull’ingiustizia di escludere alcune liste del Lazio e della Lombardia dalli
competizione elettorale di quelle regioni. Dicono che “non è lecito non far
votare il popolo” perché verrebbe privato del suo diritto di voto. Ma certo! Però
nemmeno si può continuare a rischiare di morire in ospedale come avviene in
Calabria, non si può esser privati di relazioni umane come capita in più parti
d’Italia, non si può venire imbottiti di farmaci, non avere servizi, vivere in
ghetti, dover viaggiare mille chilometri per una diagnosi, dover abbandonare
genitori casa amici per sottoporsi a un programma di riabilitazione un’ora al
giorno per la durata di vent’anni o per tutta la vita! Sapete perché io sono in
Calabria? Perché negli anni ’70 un gruppo di calabresi con disabilità e in
carrozzella aveva chiesto di ricoverarsi alla Comunità di Capodarco di Fermo per
poter fare fisioterapia e, opportunamente, invece che spostare tutti quanti loro,
in accordo la comunità ha spostato me.
Cito questi
esempi per sostenere che anche i diritti sociali son irrinunciabili, che hanno
parità cogli altri diritti, e non sono da meno. Sono equivalenti. Non si può
dar retta a chi a maggioranza numerica pretende – e spesso ci riesce - di
tagliare sulle spese sociali dei cittadini più poveri di lui. La sfida per il
terzo settore diventa anche quella di rendere più sociale la politica; e anche di
travasare socialità nell’economia di mercato.
La scommessa
futura del terzo settore certo non verterà su aspetti di natura tecnica, pur
importanti, ma sarà piuttosto quella di volare alto, di esprimere consapevolezza
e eticità di gruppi che socializzano il territorio. Io sono nato a Brescia e mi
rendo conto che socializzare il territorio a Brescia è differente che a Lamezia
Terme, dove c’è la ’ndrangheta, un non-stato che socializza a modo suo zona per
zona, violenza su violenza.
Comunque e
ovunque, sarà importante il modo di porsi come gruppi, oltre che come enti e
servizi. Anche al tempo di internet. Gruppi per l’utilità pubblica,
specialmente per persone e categorie fragili e vulnerabili. Gruppi di persone
persuase della dignità e dei diritti umani di tutti, anche del “diritto di
dare” agito non solo dal volontario ma anche dalla persona con disabilità, o
sofferente mentale, o dipendente da sostanze, o povera in canna, o immigrata. Costoro
non devono solo ricevere ma raggiungere la possibilità di potere a loro volta
dare, vivere la verità esistenziale che davvero “è più bello donare che
ricevere”.
Di nuovo mi
complimento per i trent’anni del Gruppo Solidarietà, e auguro ai componenti e
alla sua rete sociale di continuare ad essere un gruppo radicato nel territorio
e con lo sguardo sul mondo; un gruppo che non ha paura del futuro quando gli
chiederà coerenza, rigore, radicalità. Una scossa forte al terzo settore si
prefigura quella diretta a minare i nostri valori quando, col pretesto dei
tagli e della crisi, ci chiederanno di operare beneficenza e non promozione dell’autonomia
delle persone; così come quando tenteranno di imporci di snaturare le nostre
professioni sociali per farcele declinare in custodia, controllo, separazione
dei deboli a tutela dei benestanti e benpensanti. Ebbene: con 30 anni di
esperienza dal basso sapete da soli a chi e quando dovrete rispondere coi
vostri “no” o coi vostri “sì”. Auguri.