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Finalmente si parla
di’ndrangheta,
ma facciamo attenzione al “come”
A Lamezia Terme, alla fine di
febbraio 2007, dalla compagnia teatrale Residui è stato portato in scena Laura
C..
«Laura C.» era una nave mercantile che durante la seconda guerra mondiale
trasportava il tritolo, poi usato dalla ’ndrangheta per intimidazioni,
attentati, stragi. Rappresenta lo stare alla finestra di non poca gente di
Calabria che lascia campo libero alla ’ndrangheta; è uno spettacolo
sull’immobilismo che si rifà, e nemmeno velatamente, ad Aspettando Godot: vi traspare l’attendere per il lungo tempo di una
vita spoglia dei vissuti, in aspettativa senza attesa né sorpresa in cui non ha
luogo cambiamento alcuno ma la mera ripetitibilità. Al capolavoro teatrale di
Samuel Beckett, all’atteggiamento di anime in stallo senza inquietudine e di
un’umanità rassegnata e sospesa, si è ispirato questo lavoro teatrale tragico
come il fato, classicamente «greco».
Lo spettacolo, metafora del
presente, invita alla riflessione e a quella ribellione che sembrano ancora disattivate
seppur degli uccisi, del racket, delle intimidazioni, dei voti di scambio, di
investimenti economici nei mercati illeciti e leciti gestiti dalla ’ndrangheta oggi
finalmente se ne parli più che nel passato anche recente. Invita a parlare e
non più tacere. Serve parlarne, ed in particolare parlarne curando il “come”,
affinché la ’ndrangheta non venga più sottovalutata come un’organizzazione
retrograda o viceversa mitizzata come impenetrabile e invincibile. Piuttosto,
occorre realisticamente contestualizzarla nelle sue dimensioni effettive. Sono
disponibili faldoni e documenti a iosa, risultati di ricerche e indagini delle
forze dell’ordine, dei giudici e dell’intelligence, articoli di giornali, filmati e molte altre cose
ancora che parlano di ’ndrangheta. Se ne dibatte nelle aule dei tribunali, e ne
parlano diffusamente le cronache, i giornali e le riviste, le radio, le
televisioni e ora anche i siti internet gestiti da istituzioni, da gruppi
giovanili e da agenzie pubbliche e private.
A conferma c’è anche un recentissimo
elaborato, governativo, predisposto per i futuri programmi della Commissione
Antimafia.
«E credo non sia più rinviabile un’apposita relazione sulla ’ndrangheta (...)
Parliamo dell’organizzazione mafiosa meno studiata, meno conosciuta anche
perché più impenetrabile, più ramificata territorialmente in Italia e
all’estero. Tutti gli inquirenti e le recenti indagini giudiziarie ci dicono di
un’organizzazione che ha conquistato un suo primato nel traffico degli
stupefacenti su scala mondiale. E questa forza è accumulata anche in virtù
della sua struttura familiare che l’ha protetta dal fenomeno dei collaboratori.
Ma è un’organizzazione che ha tessuto una ragnatela di rapporti col mondo
economico, col mondo politico, con un potere che in Calabria vive anche di
relazioni occulte e massoniche in forme pervasive, fino ad arrivare, come
dimostrano le ultime vicende di Vibo, ad intaccare settori degli apparati dello
Stato e della stessa magistratura. Del resto, è in questo contesto che parte la
sfida politico-mafiosa, con l’omicidio del vice presidente del consiglio
regionale Francesco Fortugno, producendo nella regione un salto di qualità fino
ad ora mai conosciuto, a differenza della Campania e della Sicilia. Al livello
della sfida che la ’ndrangheta ha lanciato con questo omicidio e che
quotidianamente e in forma violenta riafferma con la propria presenza sul
territorio, su tutto il territorio della regione, deve sapersi sviluppare la
nostra capacità di inchiesta, denuncia, sostegno all’azione di contrasto e di
riconquista democratica. C’è un assalto della ’ndrangheta alla politica e alle
istituzioni, che prefigura il rischio di una vera e propria crisi democratica e
di fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella democrazia. A questo
livello, anche attraverso la nostra presenza come Commissione sul territorio, a
fianco dei sindaci, degli imprenditori, dei giovani, dei cittadini che si
ribellano, dai commercianti di Lamezia che realizzano la prima serrata, ai
ragazzi di Locri, vedo che dovremmo dare senso al nostro lavoro e, attraverso
esso, dare sostegno all’azione degli apparati investigativi e della
magistratura, affinché l’azione di legalità e trasparenza politica e morale non
abbia, in questa regione, alcuna zona franca».
Eppure, nonostante queste e altre
innumerevoli analisi cristalline, nella vita quotidiana civile e istituzionale sembra
che non ci si accorga degli ammazzati, dei ricattati, di quelli che pagano
protezioni e scambi, di quelli che vanno a braccetto con la ’ndrangheta
passando mimetizzati sulla scena sociale e politica. Non si danno giusti pesi e
parole a ciò che entra nella dimensione di mafia organizzata e di mafiosità
intesa come mentalità diffusa, liquidando l’argomento con battute quali: «Ci
vorranno secoli, ma la ’ndrangheta ci sarà ancora» o «Non è cosa nostra» o
«Tanto si ammazzano tra di loro». Sopravvalutare la ’ndrangheta come
invincibile o ritenerla ininfluente o estranea alla vita quotidiana personale è
un’ingenua e pericolosa sottovalutazione dei suoi programmi inequivocabili e senza
scrupoli di invasione di campo nei territori “pubblici”.
Una realtà criminale
puntiforme
e minuziosamente organizzata,
che media e accumula
A Nicastro, uno dei tre comuni
che nella storia recente si sono uniti per formare l’attuale città di Lamezia
Terme, nel 1888 si viene a conoscenza del primo codice di ’ndrangheta. In
seguito, nuove scoperte delle forze dell’ordine contribuiscono a stabilire che
la ’ndrangheta aveva lasciato tracce antecedenti nella provincia di Reggio
Calabria. Il fenomeno «è documentabile fin dai tempi dell’Unità»
d’Italia, e non va posto in continuità e nemmeno confuso con l’antecedente storia
calabrese del brigantaggio.
Anche altre notizie, ricavabili
da sentenze, da ordinanze di cattura o di custodia cautelare, e da una certa
letteratura, rendono
conto della ’ndrangheta come di una organizzazione non localistica né difensiva,
ma di una pericolosa realtà con obiettivi di espansione e conquista, con vitali
capacità, con capi di “norma” maschi di tutte le età, con innumerevoli
ammazzati - pure tra di loro -, e con un’enorme, sorprendente e continua disponibilità
di giovani appartenenti ai clan o ingaggiati “extra”.
Parecchi autori hanno messo mano
a una plausibile ricostruzione storica della ’ndrangheta cercando di
descriverne l’evoluzione. Il risultato è un disegno di soggetti e di operazioni
puntiformi, non sempre collegabili tra loro con prove provate, ma che
innegabilmente consentono di poter tracciare, nell’arco di un secolo e mezzo,
la diffusione della ’ndrangheta con percorsi iniziati dalla Calabria verso i vari
continenti e in seguito dalla Calabria al resto d’Italia. E ritorno. Ne risulta
la narrazione di una realtà complessa, creativa, vulcanica, a tratti
terrificante e a tratti attraente. Ti viene in mente Roberto Saviano di Gomorra, quando confessa in contemporanea la repulsione e il
fascino seduttivo che il sistema camorristico esercita sui giovani... e che ha
esercitato anche su di lui.
I “locali” della ’ndrangheta
comunicano in codice, con frasari e modi prestabiliti, usano rituali e
simbologie mutuate dalle pratiche religiose, in specie quelle cristiane. «Il
“locale” può essere definito come l’organismo a livello territoriale su cui si
articola la ’ndrangheta. Esso solitamente ha competenza su uno o più paesi
della stessa area. (...) è la struttura di base della ’ndrangheta che sorge in
un determinato paese, allorché si supera il numero minimo di 49 affiliati...».
La sommatoria dei numeri accertati porta a prefigurare una struttura, anche
militare, che computa migliaia di persone. Infatti «in provincia di Reggio
Calabria ci sarebbero almeno 73 “locali”, 23 nel mandamento del centro, 26 in
quello jonico e 24 in quello tirrenico. Nelle altre quattro province i “locali”
sarebbero almeno 63, di cui 15 nel catanzarese, 14 nel cosentino, 16 nel
crotonese e 14 nel vibonese».
Ciascun “locale” utilizza un codice
proprio, seppur molto somigliante con gli altri. Anche grazie al ritrovamento
di codici o alla dettatura a memoria da parte di alcuni ’ndranghetisti
catturati e collaboranti
si è potuto disegnare una ricostruzione storica verosimile della ’ndrangheta. I
vecchi codici disponibili, scritti spesso con grafia incerta e italiano
impreciso, sono chiarissimi invece sulla parola d’ordine segreta degli
affiliati; sulle regole di appartenenza, fino a stabilire la punizione certa
dei traditori; sugli scopi del “locale”. Accanto agli aspetti magmatici e cangianti,
la ’ndrangheta si contraddistingue attraverso due pilastri costantemente presenti
fin dall’inizio della storia dell’organizzazione criminale: la mediazione
sociale e l’accumulazione di ricchezze e di dominio.
Primo pilastro: la ’ndrangheta fa
mediazione, media di tutto e di più. Gestisce la mediazione come controllo su
soggetti che hanno ruolo sociale, potere politico, capacità economiche, e anche
su soggetti deboli e bisognosi. È controllo su ricchezza e potenza. Mette
insieme, anche coercitivamente; facilita gli interessi di ognuno, anche degli
opposti. Li favorisce o li sospinge a “incontrarsi”, a far affari insieme, a
“risolvere” problemi, agendo in proprio sostituendosi anche alle istituzioni,
alle leggi, persino al welfare. Assume
ruoli di terzietà, ma non al di sopra e al di fuori delle parti in causa,
divenendo piuttosto la causa obbligante delle operazioni di messa in comune, di
mediazione appunto. Si dimostra mediatrice con tutte le parti politiche, seppur
da tempo oltre a corrompere vi si infiltri direttamente. Rispetto ai partiti e
alle polarità politiche «non ha preferenze, è bipartisan, ma non sta mai all’opposizione».
La ’ndrangheta controlla il
territorio sul quale si arroga la mediazione tra i diversi poteri esistenti.
Essa ne incarna uno, gli altri li avvicina assumendo un ruolo autoritario e
allo stesso tempo autorevole. Ruolo attraente verso affaristi e verso
politicanti in carriera, ma anche verso giovani influenzabili e/o senza
possibilità occupazionali. Controlla il territorio costringendo molti soggetti a
sottostare. La menzione delle logge massoniche nella citata Relazione Antimafia
aiuta a non dimenticare che la ’ndrangheta talvolta viene cercata da altri, coi
quali si allea anche “alla pari”: altre organizzazioni mafiose, persone di
logge massoniche deviate, politici e colletti bianchi, imprenditori e così via.
Il secondo pilastro della
’ndrangheta è l’accumulo di ricchezze e di potere. Certe volte denaro e beni,
certe altre ruoli e spazi di potere; spesso li persegue cumulativamente. Il
boss di ’ndrangheta ricerca il potere, fa parte della sua mission. Lo conquista, se lo merita sul campo con la
violenza, ma molto potere gli viene da chi glielo cede e regala: dalla gente
che non vede non sente non parla, da istituzioni pavide o colluse, da chi paga
il pizzo, da chi gli chiede un aiuto, da chi si pensa su un pianeta parallelo,
da una comunità che non si ribella.
L’accumulo di denaro è
inscindibile dall’accumulo di potere. Il mafioso non si limita a fare business, sarebbe uguale a un qualsiasi imprenditore. Nemmeno
si accontenta di rubare, sarebbe uguale a qualsiasi ladro. Tramite l’arte della
violenza di cui è capace, si sente forte al punto di riuscire ad avere
ricchezza e potere e consenso senza nemmeno la necessità di “avvertire” la
vittima designata. Il giro di denaro, lecito o illecito (ormai è diventato
secondario), mira anche all’accumulo di spazi da occupare, da cui poter dominare.
La ’ndrangheta accumula denaro congiuntamente a potere e li raccoglie con o
senza uomini e donne della politica, con o senza partiti ma occupando spazi
decisionali sia strategici sia interstiziali. Le basta intrecciare affari con quei
politici che pensano ai propri affari, di partito o partitino, rassicurata
dalla logica di cui quei politici sono portatori: una logica non orientata al
bene comune, una logica per la quale chi fa politica gestisce il potere per sé
e non per rispondere ai doveri di accompagnamento e di servizio della crescita collettiva.
Il giro sporco d’affari della
’ndrangheta calabrese sul quale il Ministero dell’Interno
ha realizzato le seguenti statistiche e considerazioni, non può attuarsi se non
in collaborazione stretta con incaricati corrotti della politica e della
pubblica amministrazione. è uno dei principali
nodi strategici europei per l’importazione e l’esportazione di stupefacenti,
provenienti dal Sud America e dal Medio Oriente, che le cosche smerciano sia in
loco sia sull’intero territorio nazionale. I rilevanti guadagni del
narcotraffico (circa 22 miliardi di euro per la ’ndrangheta) sono utilizzati
per effettuare operazioni di riciclaggio nei mercati mobiliari ed immobiliari.
Le estorsioni, l’usura, l’infiltrazione nel sistema degli appalti pubblici, lo
smaltimento di rifiuti solidi urbani e speciali e l’immigrazione clandestina
sono gli altri settori di sicuro interesse criminali, con forti ripercussioni
sull’economia locale. Molte sono le aree “sensibili” di questa Regione. A
titolo esclusivamente esemplificativo, indichiamo il crotonese (tra Isola
Capo Rizzuto e Cutro, il cui territorio ospita già numerosi e rinomati
villaggi vacanze ed altre strutture di particolare valore economico) il
catanzarese (tra i comuni di Paola e Amantea ma anche Lametia
Terme, in relazione all’importante ruolo
che la cittadina ha assunto per lo sviluppo della regione) e le tradizionali
aree del reggino. Forte è l’interesse della criminalità per lo scalo marittimo
di Gioia Tauro e l’attigua area
di sviluppo industriale». L’indice di permeabilità mafiosa (IPM) in Calabria è
stabilito dall’Eurispes nei valori di 52,7 punti per la provincia di Reggio
Calabria; di 32,2 punti per la provincia di Crotone; di 30,9 per Catanzaro;
28,1 per Vibo Valentia; 24,5 per Cosenza. Il giro d’affari è calcolato sul 3,4%
del pil nazionale. Come si fa a pensare che la ’ndrangheta non sia collegata
con l’economia, la politica e altri poteri? Come si fa a dubitare che in
Calabria si stia vivendo in regime di libertà controllata o che ci siano enti
pubblici a sovranità limitata?
Vischio ’ndrangheta:
come reimmaginare
la cittadinanza dei diritti?
La ’ndrangheta è un pericolo
pubblico che tiene in libertà vigilata i cittadini calabresi. C’è una palese
vischiosità nei rapporto tra i gruppi di ’ndrangheta e i soggetti sociali,
economici e politici del territorio. Le denuncie ufficiali per intimidazioni e
danneggiamenti, comprese le minacce telefoniche, nell’anno 2006 assommano a
12.000, evidenziando un metodo spietato usuale della ’ndrangheta per
raggiungere il suo scopo di controllo del territorio. Il controllo di economie
e commerci, di relazioni e opinioni, di voti e burocrazie, non viene agito totalmente
da qualcuno “su” qualcun altro, piuttosto assomiglia al controllo sociale soft, nel quale il controllato non solo obbedisce ma
anche collabora “convinto” che gli convenga farsi proteggere o entrare a far
parte di un’economia o relazioni o poteri socializzati dalla ’ndrangheta. Essa si struttura proprio
manipolando i sistemi di relazione e di appartenenza, di affetto e familiari
“di sangue”, e li tesaurizza per formare il suo capitale sociale.
La ’ndrangheta è conosciuta più
per le intercettazioni ambientali realizzate dall’intelligence di polizia che per le denunce di coloro che hanno
subìto danni o assistito a episodi malavitosi. Le denunce alle forze
dell’ordine riguardano i danneggiamenti e lasciano “ignoti” gli estortori e gli
aguzzini. Pur conoscendoli. Infatti la gente in genere conosce, anche con prove
non provate, i “locali”. Una città come Lamezia Terme, ad esempio, ha più di un
“locale” organizzato con capi, gruppi di fuoco, responsabili di varie azioni e
settori interni e esterni, gerarchie, quali le famiglie Iannazzo, Giampà, Torcasio,
a loro volta collegate con le famiglie locali dei Cerra, Da Ponte, Cannizaro,
De Fazio, Bagalà, Argento, Mauro, Corrado, Dattilo, Gattini, Mercuri, Arcieri,
Strangis eccetera, a loro volta collegate con altre in particolare della
provincia di Reggio Calabria, come i Giorgi-Pizzata di San Luca.
Allo stesso modo si possono menzionare i clan calabresi sparsi in regione e non
solo: i nomi sono conosciuti dalla gente in genere, dalle vittime della
’ndrangheta, e dai Palazzi di Giustizia.
Generalmente territori ampi ospitano
più clan, più ’ndrine. Soltanto in pochissime zone, come nel vibonese, si attua
una monocrazia come ad esempio la cosca Lo Bianco a Vibo Valentia o la famiglia
Mancuso a Limbadi. Alla gente pare di navigare a vista nella nebbia, di sostare
nel chiacchiericcio disordinato di una realtà confusa, e al contempo le sembra di
percepire il sentore che qualcun altro invece ci veda e ci capisca benissimo.
La gente “sa” che la ’ndrangheta c’entra, l’immaginario collettivo calabrese lo
registra ma si percepisce immerso in un cupo tunnel: perché poi occorre
dimostrare con formali verità processuali, con carte incontestabili, con
testimoni che testimonino la verità dei fatti... Altrimenti hai torto tu... E
sai cosa ti aspetta... L’esistenza della ’ndrangheta, non della ’ndrangheta in
genere, ma di quella del tuo territorio, è un segreto che si deve sapere. Essa
stessa lo vuole. La presenza inefficace e inconsistente dello Stato non
favorisce nei cittadini quel senso dello Stato che li potrebbe far ribellare in
piena ragione e anche in piena giustizia contro organizzazioni forti. La gente
sa che la ’ndrangheta trae la propria forza non solo da sé ma anche dalle
relazioni che imbastisce, relazioni in cui c’è anche non poca parte di società.
La ’ndrangheta non è un corpo estraneo alla cosiddetta “Calabria degli onesti”.
Da sola - senza la sponda di poteri, di colletti bianchi, di pedine collocate in
certi snodi del sistema pubblico, di “brodo primordiale” alimento corrotto e
dipendente - non esisterebbe. Non è un gruppo di cattivacci che tiene in scacco
un popolo di buoni. L’attrazione vicendevole, seppur non “alla pari”, sortisce
questo modello storico di ’ndrangheta. Pertanto, è importante colpire il gruppo
mafioso e i suoi sporchi affari, ma sta diventando essenziale colpire le sue
relazioni, ledendo congiuntamente gli interessi di imprenditori, commercianti,
gruppi sociali, politici, classi e ceti investiti di rilevanza pubblica
invischiati in qualsiasi rapporto con la ’ndrangheta. In questo quadro
culturale, per poter segnare una svolta, occorre scommettere senza se e senza
ma sui diritti umani fondamentali, facendo leva su alcuni punti nodali
ineludibili. Il compito strategico fondamentale ritengo sia proprio quello di dare
cittadinanza ai diritti civili (di lavoro, di impresa, di pensiero, di
proprietà, ...), ai diritti politici (di democrazia legale e reale, di votare e
candidarsi, di rappresentare interessi pubblici, ...), e ai diritti sociali (di
avere servizi per la sanità, la scuola, il trasporto su strade, autostrade e
ferrovie, l’assistenza – quante leggi nazionali la Regione Calabria non
ha ancora recepito, facendo un regalo alla ’ndrangheta, nemmeno quelle per cui
non occorre spendere alcun Euro ma, appunto!, introdurrebbero regole). Insomma,
con la ’ndrangheta non bisogna solo non collaborare, bisogna anche pretendere i
diritti.
Primo punto ineludibile è
riconoscere che siamo in emergenza democratica. Le capacità di produzione e
riproduzione delle forme democratiche di governo locale sono sottoposte ad alti
rischi. I comuni sciolti per infiltrazioni mafiose rappresentano la punta dell’iceberg,
non la totalità del problema. In regione le denunce di intimidazioni e
attentati nel 2006 contro politici e amministratori pubblici e sindacalisti
sono state 187. Le reazioni dello Stato appaiono eccezionali piuttosto che
ordinarie e costanti. “Il pesce puzza dalla testa” – si dice - e i dati
lo confermano: ventidue onorevoli consiglieri regionali sono indagati. Il
toto-indagati parte dal numero certo di 22, ai quali si dice che occorra
aggiungerne un x di già rinviati a
giudizio e un y di già raggiunti
da sentenza di condanna per alcuni provvisoria e per altri definitiva: x e y rappresentano il mistero da svelare. Dei 22 invece si sa che 5 sono indagati
palesemente per reati di tipo mafioso, 5 per i finanziamenti riguardanti la legge
488 sulle agevolazioni a fondo perduto, 7 per voti di scambio, il resto per
altro. Fuori dalle meticolose regole dei tribunali poste a garanzia nei
processi, la gente fa difficoltà a credere che il movimento di soldi e di voti possa
avvenire indipendentemente dai “locali” della ’ndrangheta.
Il secondo punto, chiama in campo
il pacchetto delle leggi inerenti la ’ndrangheta. In esso spicca la patata
bollente della certezza della pena per i reati di mafia a tutela delle vittime,
del loro effettivo rischio di (ri)subire violenza. Per questo una giustizia
giusta esige di ripensare anche le attuali modalità di applicazione del famoso articolo
41 bis. Oggi è diventato annacquato, si è snaturato insieme ad altri articoli
del codice penale. Addirittura, di fatto, favorisce i boss, i forti tra i carcerati.
Per i reati di mafia occorre diminuire il potere discrezionale del giudice
altrimenti, costretto per legge a dover decidere su un divario troppo grande ed
elastico tra anni di pena minima e pena massima, il giudice starà a metà, o sul
minimo... o dove? Spetta ai legislatori, cioè ai politici, stabilire con
maggior precisione le pene da infliggere: su questo punto i governi di destra o
di sinistra non si sono affatto differenziati. Stessa perplessità sorge anche
pensando a quanto avvenuto recentemente per l’indulto, sul punto riguardante
proprio i politici colpevoli di episodi di voto di scambio. I reati di voto di
scambio, essendo stati compresi nell’indulto, sono stati dichiarati invalidi.
Quei politici sono stati ripuliti e rivestiti della veste candida, per cui
possono ri-candidarsi, possono continuare a partecipare a parate antimafia,
possono lottare contro la criminalità con le parole senza preoccuparsi di
mettere in campo anche “uomini e mezzi”, personale dedicato e finanziamenti
adeguati allo scopo da raggiungere. Perfino l’attuale legge elettorale fa un
gran favore alla ’ndrangheta, non consentendo alla volontà popolare di poter
indicare quali persone lanciare in politica.
Il terzo punto fondamentale
riguarda la società civile, la sua mimesi con la ’ndrangheta e i suoi vincoli
di appartenenza, le relazioni asimmetriche e i metodi violenti, mimesi mista
alla voglia che la stessa società ha di uscire da un sistema di omertà, di soffocamento
delle libertà, di scacco alla dignità umana e ai bi-sogni di futuro. Se ne
vuole liberare anzitutto il mondo economico, specie quello del lavoro e
dell’imprenditoria. Ormai gli imprenditori vengono con derisione chiamati
“prenditori” a causa dei tanti episodi di collusione tra essi con i politici, i
colletti bianchi e le ’ndrine, finalizzati a intascare denaro pubblico senza
resa alcuna.
La società civile deve ancora togliersi
l’archetipo del mafioso forte, invincibile, coraggioso e protettore. Proprio le
uccisioni a tradimento, le intimidazioni nei confronti di chi lavora, gli
agguati di sorpresa, i sequestri di persone inermi, l’indebolimento di economie
già deboli come quella calabrese, e così via, ne denotano la vigliaccheria, l’incapacità
di rispetto, la disumanità. Forse può diventarle utile la cultura, quella
cosiddetta colta come quella popolare, mediata dallo spettacolo Laura C., o dalla canzone di Sanremo, o da film
sull’uccisione di magistrati o di preti o di persone che hanno vissuto
resistendo e che ora esistono in ciò che altri hanno colto, trasformandolo in
diritti e doveri di cittadinanza, in vita. Si può progettare di estirpare la
’ndrangheta? O ci dovremo accontentare di curare pian piano le ferite di questa
nostra società? Estirpare o curare? Occorrerà dare valore a entrambe le
ipotesi, rinforzando tutte e due le direzioni di impegno. Di sicuro, se si
pensa almeno di disarmare la ’ndrangheta, si deve risanare la società, le
regole della politica e dell’economia locale, ancora invischiate con essa.
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