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Col titolo
intendo includere il volontariato tra i patrimoni fruttuosi della
storia recente del Sud. Patrimoni decifrabili come quell’insieme di
beni materiali e immateriali, valori, ideali, azioni e organizzazioni
dal basso che molti padri e madri del volontariato hanno lasciato in
eredità alla società meridionale, affinché ne
disponga al meglio. Insomma, le eredità si lasciano in dono, con
gratuità e accortezza. Ma, i patrimoni perdurano? Alcuni non si
possono semplicemente conservare, ma occorre mantenerli in
«movimento». E il volontariato è uno di questi.
Un
po’ di storia
Il patrimonio di essere cittadini solidali
e perciò politicizzati
Oltre
trent’anni fa, grazie al «giro» capillare di Caritas
italiana, si diffuse al Sud il medesimo stile di volontariato in
contemporanea con l’altrove del Paese. Svolti in prevalenza su Roma,
gli incontri preparativi alla creazione e al lancio di questo inedito
soggetto sociale raggruppavano sì poche persone ma provenienti
da tutta Italia, Sud compreso
[1]
.
Per rimarcare
l’importanza attribuita fin dagli inizi al pensiero, alla strategia e
alla competenza come elementi necessari per fare volontariato sul
serio, ricordo i nomi di Giovanni Nervo, Luciano Tavazza, Vodia
Cremoncini. In quel frangente si progettò di dare dignità
civile alle esperienze di impegno socio assistenziali già
esistenti, sorte prevalentemente in seno alla chiesa cattolica,
connotandole anche oltre la dimensione religiosa che le aveva generate
e protette, e sospingerle oltre l’agire singolo e la mera beneficenza,
per collocarle in una dimensione di politica sociale attiva. Si diede
loro il nome di «volontariato» curando di centrarne la
ratio
nella libertà solidale di chi il volontariato lo vuol fare
esigendo però di comporla coi diritti di emancipazione di chi
abbisogni di aiuto. Concettualmente si sostenne la necessità di
passare da azioni individuali gratuite a scelte collettive conglobanti
la giustizia, la cittadinanza, la polis.
[2]
Insomma: la gratuità veniva
«riciclata» impastata con la solidarietà e la
partecipazione. Idea convincente, se persino congreghe religiose
secolari aggiunsero alla propria sigla la dizione
«volontariato».
Fin da subito ci si mise d’impegno sui problemi dell’emarginazione
sociale, collegandoli con i temi della pace e dell’ambiente. Certo: al
Sud l’emarginazione era conseguenza di molti fattori, tra i quali la
carenza di servizi sociali e la pratica perversa di politiche
economiche penalizzanti. A differenza del volontariato del Nord Italia,
rischiavamo di avvitarci sui nostri rari servizi e sulle nostre poche
iniziative, senza vedere la macroscopicità di un welfare
incompiuto in lungo e in largo per tutto il Sud. Ad esempio, scoprimmo
di essere in ritardo nella lotta per la chiusura dei manicomi o nella
sperimentazione dei servizi territoriali alternativi agli istituti
totali.
La pace non
ci richiamava solo alle manifestazioni contro le testate nucleari a
Comiso o ad ostacolare la costruzione di nuove basi missilistiche, come
quella di Crotone: la parola «pace» per noi implicava anche
dire «no!» alle mattanze e alle faide delle mafie.
I temi della
responsabilità verso l’ambiente, poi, si declinavano nelle lotte
alla costruzione delle fabbriche a carbone e altre mascalzonate che
governi distratti propinavano ai bisogni occupazionali del Sud,
scatenando «guerre tra poveri», come quando nella piana di
Gioia Tauro si assisteva a scene in cui operai e sindacalisti si
scontravano con volontari e ambientalisti.
Siamo partiti esagerando, «alla grande», con forti
aspettative sul locale, sul nazionale, sul mondo. Eravamo disponibili e
politicizzati. In quel periodo le suggestioni culturali consistevano o
nell’accettare «il sistema» o nello «sparare al cuore
dello Stato»: erano nodi dibattuti, specie tra giovani e
«maestri» (cattivi o buoni). Di fronte a polarità
politiche che si dimenticavano degli esseri umani, abbiamo preferito
sperimentare un’altra strada, scommettendo sulla promozione e gestione
di iniziative socializzanti seppur, allora, ritenute da molti altri
come compiti del solo «pubblico istituzionale».
Era un volontariato promotore e difensore
di diritti sociali, disponibile a giocarsi svolgendo una propria parte,
ma al contempo facendo fare alle istituzioni la parte loro.
Ingenuamente si arrivò pure al punto di pensare l’utopia,
cioè di programmare di scomparire come volontariato
perché le istituzioni col tempo avrebbero assunto il ruolo
gestionale dei servizi che il volontariato stesso andava scoprendo e
indicando come necessari alle persone e alla collettività.
Pertanto, pur in assenza di coperture legislative si sperimentarono
case famiglia, comunità terapeutiche, servizi leggeri in
alternativa agli istituti di ricovero, tracciando anche piste di
intervento sociale di prevenzione e di riabilitazione, fino alla
riduzione del danno.
Se saltassimo
questa forte dimensione di politicizzazione e consapevolezza posta agli
inizi dell’avventura del volontariato, non capiremmo abbastanza tante
cose di allora, ad esempio la celerità e la padronanza con cui
tanti gruppi, provenienti da tutta Italia, siano intervenuti in Irpinia
immediatamente dopo la micidiale scossa di terremoto del 23 novembre
1980. Ci stavamo incontrando e organizzando solo da cinque anni:
insomma si è cresciuti velocemente, e anche al Sud.
Nel
Mezzogiorno in quel primo periodo furono promossi diversi incontri
significativi, programmatici, non «sul» volontariato ma
«del» volontariato
[3]
:
convegni operativi generatori di ulteriori convegni moltiplicatori
dell’«imprinting» di un volontariato che voleva essere
attento alle persone, alle relazioni umane, ai diritti e ai doveri di
cittadinanza, alle cause politiche e alle soluzioni politiche
[4]
di tante disuguaglianze presenti nella
società. Al riguardo, tra i gesti simbolici di allora va
segnalato il rifiuto di indossare divise, si rifiutavano camici e
gerarchie come segni di abolizione delle differenze di potere esistenti
tra «assistenti» e «assistiti» nei
servizi svolti dal volontariato. L’asimmetria del potere insita nelle
relazioni di aiuto faceva parte dei concetti allora insopportabili.
In tanti,
radicati nei nostri territori, abbiamo gettato le fondamenta di una
bella stagione culturale. Decidendo, operando e riflettendo in prima
persona - connotazione etica basilare dell’essere volontari e
volontarie - l’intenzione primaria non era quella di dare noi
l’assistenza ai «bisognosi», ma di provocare mutamento e
partecipazione sociale; perciò si mettevano a fuoco le
ingiustizie sociali e le difficoltà di persone, famiglie e
territori, e si proponeva di fronteggiarle insieme alle amministrazioni
pubbliche e agli operatori dei servizi. Oppure denunciando.
Questa
visione del volontariato, collocabile all’incrocio tra
l’accompagnamento di chi fa fatica, i ruoli pubblici degli Enti locali
e i saperi dei professionisti dei servizi dedicati, è patrimonio
degli inizi. La sfida a non fare da soli fu raccolta subito, anche al
Sud. Dalla metà degli anni 70 in poi nacquero in continuazione
associazioni di volontariato. La disoccupazione dilagante e la
scarsità dei servizi sociali fecero la loro parte per connotarne
le caratteristiche; si tramutarono in fretta gruppi di volontariato in
cooperative sociali; i servizi snelli divennero servizi pesanti con
lavoro precario.
Si
svilupparono molteplici forme di volontariato, i
«volontariati», con scopi, ambiti di intervento e
metodologie differenti tra loro non solo nei dettagli tecnici ma nella
sostanza politica, differenti come sono differenti le dame della
carità dai gruppi di advocacy, differenti come sono i volontari
dei gruppi di vita da quelli di certi servizi specializzati. È
rivelatore che oggi esista: un filone di volontariato che gestisce i
CPT; un altro filone persuaso che occorra rimanerne fuori perché
i CPT li deve gestire solo lo Stato; e un terzo filone che sostiene che
i CPT non li debba gestire né il volontariato né il resto
del terzo settore e nemmeno lo Stato.
Un po’ di domani
Volontariato per innovare
coesione sociale e democrazia
Il
volontariato del Sud è un patrimonio in equilibrio instabile,
non una rendita. Contemporaneamente alla sua crescita, si sono
moltiplicate anche molte e complesse problematiche sociali ed
economiche che lo sfidano in maniera insolita. Vogliamo che ci sia
ancora il volontariato domani? «Come» lo vogliamo? Che fa
servizi ai Centri di Servizio? Che ripara i danni delle disattenzioni
sociali della politica? Che rincorre i disastri causati dalle guerre
tra i clan? Le sfide sono tante. Saremo capaci di futuro se sapremo
assumere uno stile di «volontariato adulto».
Tra le
questioni che ci sollecitano alcune vanno prese sul serio, cominciando
dalle tre messe a titolo di questa 5 Conferenza nazionale: la
gratuità, la solidarietà e la partecipazione. La
gratuità è modalità identificativa del
volontariato in sé stesso, e quindi escludente qualsiasi forma
di remunerazione con marchingegni simil lavoro o peggio lavoro nero. La
solidarietà lo sfida sui terreni della dignità umana e
dell’equità sociale, piuttosto che sui fondali marini in cerca
di altri bronzi di Riace. La partecipazione ci sfida a rigenerare
cittadinanza al Sud, scommettendo sul ruolo attivo delle fasce sociali
tuttora tagliate fuori da qualsiasi ideazione e costruzione del proprio
e altrui destino.
Oltre a queste tre sfide io ne sottolineerò solo altre tre. La
prima riguarda la coesione sociale connessa con la legalità. Le
mafie fanno coesione sociale, ma sopprimendo la legalità.
Impongono un loro modo catturante di coesione e appartenenza.
Non si
può negare una preoccupazione sul grado di coscienza sociale
serpeggiante nelle nostre comunità locali, nelle quali un conto
è il grado di consapevolezza dei diritti umani e un’altra cosa
sono gli atteggiamenti pratici di riconoscimento di tali diritti. Ci
sono sordità inspiegabili con la sola logica. Talvolta basta
dire: Rom, tossicodipendenti, ex carcerato, stranieri, malato di
mente... per evocare allarme sociale piuttosto che accoglienza, per
richiamare sicurezza pubblica piuttosto che sicurezza sociale. Eppure
la legalità esige di appianare le disuguaglianze, e di non avere
tra noi persone di «serie B».
Qui il
volontariato deve contrapporre un diverso modo di fare libero e
liberante. Nei territori in cui il controllo sulle relazioni,
sull’economia, sui voti politici, è spesso nelle mani dei gruppi
mafiosi, occorre che il volontariato si spenda a rinforzare se stesso e
gli altri soggetti sociali che vivono il territorio. Vi è una
parte di controllo e di potere che i mafiosi si prendono con la
violenza, ma vi è pure un’altra parte di controllo che qualcuno
dà loro quando paga il pizzo, quando compra la droga che
trafficano, quando diventa cliente di supermercati o di banche che
riciclano denaro sporco.
Accettare questa sfida significa socializzare effettivamente i
territori, riprendersi spazi e piazze, strade e luoghi comuni. Hanno
fatto bene i gruppi di «Libera» a organizzare la marcia dei
trentamila a Polistena il 21 marzo scorso. Il volontariato in queste
manifestazioni c’è. Tutti lo ammettono. Lo vede anche la mafia,
la ’ndrangheta, il «sistema» camorra e la sacra corona
unita. Certo: al termine della manifestazione il volontariato ritorna
al quotidiano, sostiene le associazioni antiracket, partecipa
manifestamente all’utilizzo sociale dei beni confiscati, va di nascosto
ad aiutare una famiglia per interrompere una faida, opera per inserire
in un quartiere i figli del boss in galera, accompagna la moglie di un
ucciso di mafia a sparire e ad andare lontano per salvare i figli.
Una seconda sfida tocca i nodi della politica come democrazia. I nodi
non sono solo i numeri. Le mafie hanno capito benissimo la democrazia
dei numeri, facendo incetta di quelli bastanti per occupare pezzi di
partiti, di amministrazioni e ruoli pubblici. I nodi non sono nemmeno i
servizi sociali bensì le politiche sociali partecipate.
Anche nel meridione aumentano le persone che scelgono il volontariato,
ma domandano che le si tenga lontane dalla politica! Diventa raro
imbattersi in un gruppo che studia le voci di contrasto alla
povertà nei bilanci comunali o regionali, o che prepara proposte
per i piani operativi di sviluppo dei territori. Al massimo vanno ai
tavoli dei piani di zona perché interpellati sul tema dei
servizi sociali. Insomma, i dati ottimisti sulla crescita numerica del
volontariato al Sud non ci possono accontentare, quando la crescita
è in una dimensione lontana dalla politica e legata alla
dimensione dei servizi socio assistenziali. Si rischia di fare una
miope politica legata ai soli nostri servizi.
Ad esempio, può accadere che il dibattito più alto che
produciamo sia quello sulla droga: teorizziamo comunità
sì o comunità no, riduzione del danno sì o no,
punire o educare, proibire o legalizzare, venti spinelli o quaranta,
scontriamo le tesi di Cnca e San Patrignano. Se ci avvitiamo sulle
droghe perdiamo per strada i nodi delle politiche sociali. Se non
funzionano gli ospedali di tutti, non possiamo rallegrarci che sia
cresciuto il volontariato ospedaliero. Se la scuola normale non va,
come fa il volontariato a compiacersi dei contributi che riceve per
gestire i doposcuola?
Le Pubbliche Amministrazioni nel loro mix di politica e burocrazia
rappresentano una sfida nella sfida. Credo che in esse si debba fare un
passaggio di paradigma. Al Sud c’è un’emergenza PP. AA.
evidente, in quanto non poche risultano inadeguate a reggere gli ultimi
sviluppi della legislazione, della giustizia, della partecipazione...
insomma della politica che si fa democrazia diffusa e partecipata. Il
volontariato è sfidato a non darsi da fare solo a valle coi
territori, bensì anche a monte con le istituzioni, al fine di
costruire passi «facilitati» (!?) dalle regole normali,
senza dover chiedere favori a nessun mediatore, a nessun colletto
bianco, a nessun padrino.
L’ultima nota che mi sento di sottolineare qui, è che dobbiamo
riconoscere che esistono criticità del volontariato attribuibili
allo stesso volontariato e dalle quali occorre uscirne al più
presto. La sfida è che il volontariato si prenda cura di
sé nella casa comune del terzo settore e nella società, e
che ci tenga ad esserci in quanto area di gratuità, di bene
comune, di una cittadinanza che sostiene per tutti l’esercizio del
diritto di dare, di fare, di governarsi anche da sé e non solo
venir governati.
Nei confronti degli altri soggetti del terzo settore, quali la
cooperazione sociale, le imprese sociali e le associazioni di
promozione sociale, il volontariato dovrebbe rimarcare di essere
distinto ma non distante. Così pure dal servizio civile
volontario svolto in Italia o all’estero. Insieme a queste
realtà vorremmo divulgare ideali e pratiche di
solidarietà senza confini, e in particolare sottolineare che la
politica o è sociale o non è politica, e che l’economia o
è sociale o non è a dimensione umana.
La crescita numerica di tanti volti di poveri e impoveriti al Sud, e
altri fattori ancora, stanno spingendo il volontariato a impegolarsi
sulle prestazioni, sugli interstizi, sugli effetti piuttosto che sulle
cause dei problemi; su discorsi di gestione spicciola e non di
strategie. E nel Mezzogiorno i servizi del terzo settore, come quelli
pubblici, paiono sempre più “dis-graziati”, ovvero fuori dal
tocco di grazia di un loro potenziamento nei tempi brevi: vedi ad
esempio il resoconto sulla magra entità delle quote pro capite
dedicate agli interventi sociali nelle diverse regioni meridionali
rispetto al resto d’Italia. Il terzo settore si sta avviando a
diventare una brutta copia dei più brutti servizi pubblici e
privati: brutta copia nel senso che invece di sostenere la
socializzazione, la prevenzione e riabilitazione, si sta buttando su
servizi economicamente più stabili quali i ricoveri totali, su
quei contenitori dell’abbandono che come volontariato combattiamo fin
dagli inizi e continueremo a ostacolare, perché non vogliamo
servizi consolatori ma promotori di empowerment e di cittadinanza.
Il volontariato al Sud è chiamato con urgenza e intelligenza a
rivedere l’agenda delle sue attività. Quelle di altre zone
d’Italia non saranno riproducibili in toto. Ad esempio pur vivendo
anche gli stessi problemi del Nord Italia, parimenti il volontariato
del Sud non li può fronteggiare con un’economia locale debole e
con luoghi di lavoro troppo vulnerabili. Così anche non
può sottovalutare il fenomeno dell’educazione scolastica di
base, caratterizzata da esiti poco efficaci di una scuola produttrice
di alti tassi di evasione e mortalità scolastica. E nemmeno
può misconoscere il disagio della gente connesso non tanto alla
fruizione di servizi essenziali come l’ospedale, il pronto soccorso o
il Trattamento sanitario obbligatorio, ma quello connesso con «il
dopo» dell’intervento urgente o specialistico: disagio connesso
con la trascurata e immorale privazione di servizi territoriali
essenziali all’inserimento sociale, lavorativo, familiare che altrove
in Italia invece ci sono.
Occorrerà riprendere il lavoro di comunità per
co-costruire risposte adeguate con la gente nei territori, quartieri e
città, nei paesi e nelle frazioni interne del Sud, anche
superando i confini dei nostri servizi e delle nostre “mission”.
Nell’agenda dei volontariati del Sud andrebbero previste
sperimentazioni capaci di tracciare nuove vie ai diritti.
[5]
Occorrerà evitare in futuro l’errore di gestire
progetti scollegati. Fa bene al volontariato ripensarsi in
attività snelle e in rete. Finalmente nel resto del terzo
settore sono cresciute tante organizzazioni deputate alla gestione dei
servizi stabili. Occorrerà procurare di stare di più in
tensione costruttiva con gli operatori dei servizi pubblici e privati,
con politici e amministratori, con i cittadini fruitori dei servizi
favorendo, rispetto al passato, la nascita di più comitati degli
utenti che di servizi, più iniziative di advocacy che di
assistenza.
Per sorreggere realisticamente le future attività di
volontariato, ritengo che abbiamo ancora bisogno di formazione. Accanto
alla tradizionale formazione che ci fa apprendere dalle nostre stesse
esperienze e a quella strutturata in setting nei vari corsi e percorsi
che ci inventiamo, si potrebbero potenziare maggiormente anche altre
metodologie di «apprendimento-servizio»
[6]
da operare sul campo con le comunità
locali.
Abbiamo un patrimonio da rigenerare. Il patrimonio del volontariato
è un’avventura, un’intrapresa, è fatto di volontari e
volontarie, di ideatori, di «quadri», di organizzazioni, di
strutture, e soprattutto di stili di vita basati sul dono generatore di
relazioni umane e di polis. Non possiamo pensare di poter
«passare» facilmente a qualcun altro questo patrimonio: i
«nuovi» dovranno a loro volta ri-apprenderlo... se
vorranno. Traghettare questi apprendimenti dalla vecchia alla nuova
generazione è la prossima vera sfida: i volontariati del Sud
dovranno saper rischiare in proprio investimenti strategici, sia per le
attività che per la formazione da mettere in campo. E lo stesso
vale anche per le politiche sociali delle regioni meridionali, per i
programmi dei Centri di Servizio del Volontariato e della Fondazione
per il Sud. Immaginare e costruire uniti più spazi di
socialità per tutti farà solo bene al nostro Sud, e a
tutti. E su queste sfide, soppesando le nostre risorse e
vulnerabilità, mi viene da dire che «si può
fare!».
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