C’era
una volta una bella villa, grande e comoda, ma dentro era vuota e le sue porte e
finestre rimanevano chiuse. Tutt’a un tratto quell’atmosfera si animò,
risvegliata da voi e da molti altri prima di voi.
Carissimi
Piero e Francesca, Rossana e Fabrizio, Maria e Gioele e gli altri, so che siete
amareggiati per ciò che sta accadendo alla villa della Fondazione Zappia, e non
tanto alle sue mura ma a voi che la frequentate, aiutati dalla cooperativa
Mistya o che partecipate alle manifestazioni della Gurfata. Altre volte ci
siamo incontrati intrattenendoci sui temi del lavoro, sui problemi della
psichiatria, sul futuro dei giovani; stavolta, invece, vi chiedo la pazienza di
ascoltare perché ho da raccontarvi i particolari di una bella storia che vi
riguarda.
È
noto a tutti ormai che con l’ultimo cambio di presidenza del Consiglio di
Amministrazione della Fondazione Zappia su voi piovono lettere di sfratto e
citazioni in tribunale, e che ora siete più esposti a rischi di emarginazione, fragilità,
povertà e handicap. Ecco, in questo momento di preoccupazione in cui temete:
«Ci vogliono ributtare in mezzo alla strada!», e decidete di mettere in campo
azioni nonviolente di resistenza, io vi invito anche a rivolgere un pensiero di
gratitudine verso due persone che, pur senza avervi conosciuto, pensarono a voi,
vollero il vostro bene. Vollero il contrario di ciò che qualcuno sta tentando
di determinare sulla Fondazione Zappia.
La
prima di queste persone è il dottor Giuseppe Zappia, magistrato della Suprema
Corte di Cassazione, il quale a suo tempo, con volontà testamentaria, decise di
lasciare buona parte delle sue sostanze per le attività sociali e assistenziali
da svolgere attraverso una fondazione: per l’appunto la Fondazione Zappia che
vi ospita.
La
seconda persona a cui rivolgere la vostra riconoscenza è Monsignor Francesco Tortora,
vescovo di Locri-Gerace, che nel lontano 26 maggio 1987 mi volle al capezzale
del suo letto di malattia per esprimermi il desiderio di rimettere in moto le
attività sociali nella villa della Fondazione Zappia, a quel tempo non operante.
Fu
un incontro commovente. Il vescovo giaceva nel suo letto, malato e affaticato,
ma con la lucidità e la volontà di non lasciare intentato ciò che gli stava a
cuore. Coraggiosamente chiese aiuto, captai la sua tenerezza rivolta ai
bisognosi, mi confidò che prima di morire sentiva il dovere di trovare una
soluzione all’incuria in cui versava la Fondazione Zappia: ville chiuse e
terreni i cui prodotti non si finalizzavano al raggiungimento degli scopi della
Fondazione, cioè l’assistenza ai bisognosi!
Come
rifiutare di mettergli a disposizione la Comunità Progetto Sud con le Comunità
di Capodarco? Dopo il mio sì mi benedisse e mi ringraziò. Morì poco tempo dopo;
nondimeno aveva avviato le procedure legali per poter realizzare il proposito
di ridare dignità alla Fondazione Zappia, una dignità che la dabbenaggine di
alcuni lasciava deteriorare nelle sue mura e ostacolava nel raggiungimento dei
suoi nobili scopi.
Ci
fu un lampo di ottimismo. Gli amministratori facilitarono fin da subito l’avvio
delle attività sociali deliberando di costruire un accesso alla villa senza
barriere architettoniche. Ma tutto si fermò lì. Le attività da svolgere, completamente
in carico alle comunità di Capodarco, rimasero senza il luogo, senza la
struttura, poiché gli amministratori della Fondazione poco o niente
realizzarono o poterono realizzare per assolvere al loro dovere di
ristrutturare interamente la villa per come concordato dalla convenzione,
secondo le norme tecniche previste dalla legislazione italiana e secondo il
progetto redatto dall’ingegnere Vincenzo Antico regolarmente visionato da
entrambe le parti e già approvato dalla Commissione Edilizia del Comune di
Locri.
Dal
1987 fino ad oggi tutto quello che si è concretizzato è stato frutto dapprima
dell’impegno delle comunità di Capodarco tramite la Comunità Progetto Sud, e
poi della cooperativa Mistya. La Fondazione in sostanza non ha mantenuto fede ai
patti convenuti e sottoscritti, non ottemperando alla volontà testamentaria del
dottor Zappia e vanificando l’estremo sforzo del vescovo Monsignor Tortora.
La
storia che sto raccontando, carissimi e carissime, è disseminata di ostacoli e
difficoltà, ma auguro che si imprima nelle vostre memorie come una delle belle
storie della locride perché è costellata da innumerevoli fatti educativi e
solidali portati avanti dall’impegno del volontariato, da tanti laici e laiche,
da persone con disabilità, da minorenni, da giovani e adulti con sofferenza
psichiatrica, da sacerdoti e religiosi e religiose, cioè da una moltitudine di
persone della locride e di altrove della Calabria e non solo! Questa storia è bella
perché ha fatto respirare le mura dell’antica villa di speranze e voglia di
futuro di tanta gente che a partire da lì si è impegnata dando vita a gruppi, a
cooperative, a socialità nuove. Non scorderò mai la festa notturna sulla piazza
di Locri, con girotondi di balli e suoni e colori di persone in carrozzina a rotelle,
in solidarietà ad Angela Casella incatenata sul marciapiede della strada
principale per chiedere che qualcuno cercasse suo figlio sequestrato in
Aspromonte.
Storie
così belle abbisognano di sostegno e di continuità, ma non delle mura bensì
delle persone e delle organizzazioni che le animano. Io credo che gli attuali amministratori
della Fondazione Zappia capiranno l’importanza di non apportare ulteriori
ostacoli a chi si è impegnato tanto a dare vita a quei muri spenti. Io non
riesco a capacitarmi che i rappresentanti degli enti di garanzia della
Fondazione, quali la Diocesi, il Provveditore agli Studi, il Consiglio
comunale, la Pretura del mandamento di Locri, lascino rovinare l’operato di chi
aiuta giovani e adulti in difficoltà. Io credo che nella locride c’è chi
sosterrà la continuità del bene che si sta facendo. Prego affinché nessuno
spezzi il filo delle fatiche e delle speranze nate e cresciute in quella villa
antica e significativa, e sono solidale con tutti e tutte voi che la state scoprendo
come la casa del vostro riscatto.
Con
fiducia.
don
Giacomo Panizza
Lamezia
Terme, 4 febbraio 2009